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Greta Gerwig: la mia Barbie in ciabatte

La copertina dell’album Hotter Than July del 1980 che conteneva Master Blaster (Jammin’) © 2022 Warner Bros. Entertainment Inc.

 
E se Barbie decidesse un giorno di abbandonare la sua prigione dorata? «È bastato suggerirle di cambiare tipo di scarpa» ci spiega la regista del film in uscita, Greta Gerwig. Intervista
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Questa è un’intervista in ciabatte. Birkenstock, comunque. Rosa quelle di Greta Gerwig e blu quelle della sottoscritta. Visto che è una conversazione online (Roma-New York), per inquadrarle tocca alzare i piedi all’altezza della webcam e non è tanto semplice per l’intervistata, che tiene in braccio il suo minuscolo secondogenito intento a poppare, ruttare e rigurgitare: l’incantevole repertorio di un neonato.

Dunque, le Birkenstock. In Barbie, il film scritto e diretto da Gerwig sulla seconda bambola con le tette dell’era moderna (la prima era la tedesca Bild Lilli, copiata dalla Mattel e presto defunta), la nostra eroina di plastica deve scegliere fra il suo fasullo universo caramellato e il mondo vero.

Le pone l’alternativa una Weird Barbie, cioè un suo alter ego sciatto, spettinato e in esilio, che tiene in una mano un’Arizona marrone, il modello meno femminile della gamma, e nell’altra una civettuola décolletée rosa col tacco. Non sapendo che calzatura sceglierà Barbie perché ci h…

Questa è un’intervista in ciabatte. Birkenstock, comunque. Rosa quelle di Greta Gerwig e blu quelle della sottoscritta. Visto che è una conversazione online (Roma-New York), per inquadrarle tocca alzare i piedi all’altezza della webcam e non è tanto semplice per l’intervistata, che tiene in braccio il suo minuscolo secondogenito intento a poppare, ruttare e rigurgitare: l’incantevole repertorio di un neonato.

Dunque, le Birkenstock. In Barbie, il film scritto e diretto da Gerwig sulla seconda bambola con le tette dell’era moderna (la prima era la tedesca Bild Lilli, copiata dalla Mattel e presto defunta), la nostra eroina di plastica deve scegliere fra il suo fasullo universo caramellato e il mondo vero.

Le pone l’alternativa una Weird Barbie, cioè un suo alter ego sciatto, spettinato e in esilio, che tiene in una mano un’Arizona marrone, il modello meno femminile della gamma, e nell’altra una civettuola décolletée rosa col tacco. Non sapendo che calzatura sceglierà Barbie perché ci hanno fatto vedere solo venti minuti del film, tanto vale dirottare la domanda sulla regista. È a questo punto che mostra le sue Arizona rosa. E i tacchi, mai? Solo negli eventi mondani, dice.

Una certa frivolezza è doverosa parlando di una bambola che dal remotissimo 1959 incanta le bambine (e non solo, visto lo sconfinato fan club di acquirenti, collezionisti e feticisti di ogni età, genere e orientamento) con i suoi look che le consentono di cambiare etnia, identità e, soprattutto, professione. Ne ha svolte più o meno duecento: basta una tuta spaziale e diventa Samantha Cristoforetti, o una notevole somiglianza con Michelle Obama per candidarsi con le sue perle al collo alla presidenza degli Stati Uniti. Poi ci sono stati i modelli inclusivi, con la vitiligine, la sindrome di Down o la sedia a rotelle della sua amica Beckie, che però non entrava nell’ascensore della villa dei sogni.

Una storia di costume, non solo di vestiti: oltre un miliardo di bambole vendute in 150 Paesi, tre al secondo, recitano i comunicati stampa. E per traslocare questa storia al cinema con un film vero, non un cartone animato – quelli ci sono già stati – c’è voluta una lunghissima gestazione, cambi di produzione, sceneggiature, artisti, registi.

Margot Robbie è entrata nel progetto come attrice e produttrice prima ancora di Gerwig e del suo compagno Noah Baumbach, che ha partecipato alla stesura della storia. Margot Robbie è la Barbie perfetta. E anche inquietante, con quel fisico più da statua che da bambola, e quel sorriso fisso che preannuncia turbative.

Di Ken, l’eterno fidanzato, interpretato da un ossigenatissimo Ryan Gosling, sui social si è prontamente obiettato che a 42 anni è troppo vecchio, ma nel Barbieverso è tutto opinabile, visto che la padrona di casa ha, di fatto, 64 anni.

Greta Gerwig di anni ne ha 39, e da bambina aveva un rapporto complicato con Barbie: «Mia madre non l’amava, quindi mi interessava perché era proibita. Diceva che era superficiale e irrealistica, ma avevo molte amiche nel vicinato che mi passavano le loro Barbie vecchie. Poi mia madre ha ceduto e me ne ha regalata una. Certo, il fatto che avesse un corpo da donna accentuava l’attrazione: apparteneva a un mondo adulto, glamour, irresistibile».

In questo nuovo film, il piglio femminista dei suoi due precedenti, Lady Bird e Piccole donne, si accompagna alle critiche su Barbie espresse da sua madre?
«Sì. E quando, all’inizio, la voce fuori campo di Helen Mirren dice che Barbie risolverà tutti i problemi del femminismo perché lei può essere tutto, il pubblico ride e commenta: “Oh, capisco perché Barbie potrebbe pensarlo, ma non è quello che è successo”».

Il mondo di Barbie è cosi variegato e irreale da far impazzire chi prova a dargli un senso: infatti nelle prime scene sembra di stare in un manicomio rosa con Barbie che saluta tante se stesse. Personalità disturbata, io diviso, coazione a sorridere.
«È vero. I contorni di Barbie e del suo universo all’inizio sono molto surreali, a partire dal fatto che il sé di Barbie è diffuso in tante persone diverse. Che tutte queste donne siano Barbie e Barbie sia tutte queste donne è concettualmente molto interessante. Sì, c’è un tocco di surrealismo nel film».

Ho letto che per la scenografia avete esaurito le scorte di vernice rosa della Rosco: è una trovata dell’ufficio stampa o c’è un dato di realtà?
«Credo che sia successo per un certo tipo di rosa. Ma abbiamo fatto fuori anche l’intero stock di un particolare tessuto grigio: il set e tutto quello che c’era sopra era così vibrante che produceva sul volto degli attori un riflesso ciclamino, quindi nei monitor c’era un’esplosione di rosa shocking. Il direttore della fotografia, Rodrigo Prieto, ha coperto quello che non si vede nell’inquadratura con il tessuto grigio per creare un rimbalzo negativo».

Barbie nasce come una favola tanto carina. Anni Cinquanta: guardando la figlia giocare con le bambole di carta, la signora Ruth Handler nota che la bambina attribuisce loro ruoli da adulte. E pensa: chissà che successo una bambola con le fattezze da donna invece che da neonato. Ne parla con il marito, comproprietario della Mattel, che non è ancora il colosso dei giocattoli diventato in seguito, ed ecco a voi Barbie e Ken, dai nomi della prole dei coniugi Handler. E già qui s’insinua un che d’incestuoso, visto che Ken è il fidanzato seppur platonico di Barbie (per inciso: Gerwig non rivela se nel suo film i due alla fine conosceranno le gioie del sesso).

Nel 1970, in seguito a una mastectomia, Ruth Handler lascia la Mattel per produrre protesi mammarie, come dire che il seno è ricorrente in questa storia. La pettoruta Barbie è sessuata come i manichini dei grandi magazzini, quindi poca roba, ma basta per accendere – fra gli adulti – le più incredibili fantasie sessuali. C’è chi si diverte a manipolarla, proponendola in versioni hard, gay, trans. E c’è pure chi ha manipolato il corpo con la chirurgia estetica, come il/la socialite Rodrigo/Jessica Alves, che si è trasformato prima in un Ken umano e in seguito in una Barbie umana.

All’uscita del trailer del film, tutti a commentare: ma quant’è camp!
«Di Barbie mi è sempre piaciuto tantissimo il suo essere sopra le righe: è uno spazio per liberare l’immaginazione, per fantasticare di essere e vestirsi come uno vuole. In questo è una bambina, sempre eccessiva, ma mai pacchiana».

Le incongruenze del suo mondo possono essere un incubo per uno sceneggiatore, come avete fatto a trasformarle in opportunità?
«I luoghi in cui percepisco le maggiori limitazioni sono quelli in cui mi vengono in mente le soluzioni più creative. Per esempio: non c’è l’acqua nel mondo di Barbie, e allora abbiamo fatto le onde solide, come sculture di Jeff Koons. È questo grattarsi la testa in cerca di una soluzione che rende il film unico; abbiamo fatto un’infinità di riunioni sulla metodologia, per capire come realizzarlo. Ora che è finito, tutto sembra ovvio, ma non lo era per niente».

Barbie capisce che qualcosa non va nel suo Giorno Perfetto quando si accorge che non ha più i talloni sollevati per aderire alle scarpe coi tacchi. Suscitando l’orrore delle amiche, tocca terra come una donna normale. Anche questo è concettualmente molto interessante.
«La caratteristica di Barbie era che aveva questi piedini perfettamente arcuati. E infatti se le toglievi le scarpe non stava mai in piedi. È qualcosa che rimanda alla legatura dei piedi delle donne cinesi».

Che le deformava e ne imprigionava i movimenti. Anche il mondo di Barbie ha un che di deliziosamente carcerario: si è ispirata ad altri universi fittizi come quello di The Truman Show?
«Sono stata molto fortunata. Proprio al regista di The Truman Show, Peter Weir, uno dei miei preferiti, ho chiesto un suggerimento su come riprodurre quell’atmosfera da studio televisivo e la presenza delle telecamere che si avverte nel suo film. Mi ha risposto che invece aveva girato in esterni, in Florida, con delle potentissime luci da studio sopra gli attori, ma mi ha sconsigliato di riprovarci: sul suo set faceva un caldo infernale. La comunità dei registi è stata generosa e disponibile con me, ho chiesto a Francis Ford Coppola informazioni sugli sfondi opachi e i cieli del suo Un sogno lungo un giorno e sugli effetti di Dracula; e mi sono fatta spiegare da Wes Anderson come usa le miniature, perché sono servite anche a noi. Per l’effetto carcerario, ho giocato sul fatto che il mondo di Barbie non ha vergogna, quindi non ci sono muri, perché non c’è mai bisogno di nascondere nulla. Il che, da un lato è idilliaco, ma dall’altro ricorda un panopticon penitenziario. I due lati della medaglia, incartata come una caramella».

Poi, anzi, prima di tutto, c’è l’omaggio a Kubrick: all’apparire del monolite-Barbie, delle goffe bambine premoderne si scatenano come gli ominidi di 2001:Odissea nello spazio, rompendo i loro vecchi bambolotti e scagliandoli contro il cielo. Domanda piatta piatta: come l’è venuta?
«Non ricordo quale è stata l’idea iniziale, ma ho pensato che l’unico modo per farlo era renderlo bello e sorprendente, non una parodia. Realizzarlo con la stessa integrità che avrebbe preteso Kubrick. L’abbiamo costruito secondo le stesse specifiche. Con gli sfondi che aveva girato lui».

E gli eredi di Kubrick hanno apprezzato. La Mattel invece ha apprezzato che lei abbia smontato il roseo universo di Barbie e l’abbia trascinata nel mondo reale?
«Sono stati molto coraggiosi nel lasciarmi fare. Volevo essere un buon partner per Warner Brothers e Mattel, ma avevo una visione così chiara di questo film che se, in qualsiasi momento, non fossero stati più intenzionati a consentirmi di farlo a modo mio, avrei lasciato. Per me era importante dare a Barbie, che è la regina della plastica, una storia su ciò che significa essere umani. Era questo il viaggio che avrebbe inevitabilmente intrapreso quando ho iniziato a lavorarci. Noi creiamo le bambole per capire noi stessi e per essere umani e, in un certo senso, volevo invertire l’equazione e lasciare che una bambola diventasse umana».

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