✕

Ritorno a Cutro dopo il naufragio

La spiaggia dove è avvenuto il naufragio oggi (Fortunato Serranò / Agf)

 
A sei mesi da quei 94 cadaveri sulla spiaggia, che cosa è rimasto in occhi, cuori e teste degli abitanti di questo paese sul mare della Calabria? Dipende
5 minuti di lettura

CUTRO (Crotone). Nella jeep scalcagnata del pescatore di seppie Vincenzo Luciano c’è un sacco blu per le salme ancora piegato e sigillato: gliel’ha dato nei giorni dell’emergenza la Protezione civile. E c’è un pezzo di legno con quel che resta della scritta Summer Love, il nome della barca incagliata nella notte da lupi del 26 febbraio sulla secca a poche decine di metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro: 94 morti accertati di cui 35 minori, 80 sopravvissuti e non si sa quanti dispersi. Poveri cristi scappati dall’Iran, dall’Afghanistan, dalla Somalia, dalla Palestina.

L’orrore nel telefono

Nel cellulare di Vincenzo ci sono fotografie atroci che ha promesso di non pubblicare, ma che fa bene…

CUTRO (Crotone). Nella jeep scalcagnata del pescatore di seppie Vincenzo Luciano c’è un sacco blu per le salme ancora piegato e sigillato: gliel’ha dato nei giorni dell’emergenza la Protezione civile. E c’è un pezzo di legno con quel che resta della scritta Summer Love, il nome della barca incagliata nella notte da lupi del 26 febbraio sulla secca a poche decine di metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro: 94 morti accertati di cui 35 minori, 80 sopravvissuti e non si sa quanti dispersi. Poveri cristi scappati dall’Iran, dall’Afghanistan, dalla Somalia, dalla Palestina.

L’orrore nel telefono

Nel cellulare di Vincenzo ci sono fotografie atroci che ha promesso di non pubblicare, ma che fa bene a conservare, perché dell’orrore bisogna custodire memoria, qualsiasi sia l’esito dell’indagine sulle responsabilità di questo pasticciaccio brutto fra operazioni di polizia e di soccorso. Nella testa di Vincenzo ci sono ricordi e immagini che non lo fanno dormire, gli hanno tolto la voglia di andare per mare e pure di mangiare il pesce, perché i pesci mangiano gli affogati. «Mi hanno consigliato di parlarne con lo psicologo, ma non serve. Voglio vendere le barche, ho messo in cassa integrazione i pescatori che lavorano con me. Do una mano in un albergo di mia madre. Sono pieno di rabbia perché non ho salvato nessuno, ho solo recuperato cadaveri».

Vincenzo Luciano oggi, davanti alle scarpe e ad altri oggetti che il mare continua a restituire (Fortunato Serranò / Agf)

 

Ne ha recuperati tanti, lottando con la risacca che li portava via, ed è diventato su giornali e tv di tutto il mondo il pescatore di uomini. La faccia dell’Italia perbene che non si gira dall’altra parte. C’è chi gli chiede di farsi un selfie insieme, lui non dice di no, ma non gli piace tanto. E continua ad andare su è giù con la sua jeep per presidiare la costa. Giorno e notte.

Inchiodata alla barca

Domenica 26 febbraio, verso le 6 era ancora buio e Vincenzo era andato a recuperare le sue nasse, preoccupato che il mare grosso le stesse portando a riva. Sulla strada aveva incrociato l’amico e compagno di pesca Antonio Graziosi che gli aveva lampeggiato con i fari. Pochi minuti prima Graziosi aveva ricevuto una telefonata dalla Guardia Costiera: lo allertava su un naufragio alla foce del fiume Tacina, vicino a casa sua, quindi poteva immaginare cosa lo aspettava. Vincenzo no: pensava che quei lamenti nel buio venissero dall’autoradio.

«Ho acceso i fari e ho visto un bambino in acqua, l’ho preso e appoggiato in macchina: respirava ancora. Poi gli è uscita della schiuma dalla bocca e non ha respirato più. E dietro c’erano altre madri che mi chiedevano di salvare i loro figli».

Steccato di Cutro, 28 febbraio 2023: il pescatore Vincenzo Luciano (a destra) con altri due soccorritori (Agf)

 

Nella confusione iniziale, Vincenzo e Antonio sono stati i primi a prestare soccorso e lui è arrabbiato anche per quella solitudine. Ma la rabbia non riesce a difenderlo dall’incubo ricorrente: «C’erano donne mezze nude perché gli scafisti avevano detto loro di togliere l’abaya prima di tuffarsi e la corrente aveva fatto il resto con gli indumenti che avevano sotto».

Mi mostra la fotografia di un busto femminile saldato a un rottame della barca. «Sai perché è in questa posizione? Perché ha la testa trafitta da un chiodo. È inchiodata alla barca».

In spiaggia non viene voglia di togliersi le scarpe e camminare sulla battigia, ma di fermarsi a contemplare le onde, come tombe al cimitero. Ai pochi bagnanti non ho cuore di chiedere come ci si sente a nuotare nelle acque che hanno restituito i morti fino a metà aprile. L’ultimo non sembrava neanche più un uomo, ma «un mostro marino».

Innocenti domande

Steccato, la frazione costiera di Cutro, paesone di diecimila abitanti che sta un po’ più in alto, a 220 metri, non ha una grande tradizione turistica, più che altro seconde case venute su senza molto rispetto del paesaggio. Il lungo tratto di costa protetta per la nidificazione di fratini e tartarughe, che però non nidificano, è considerato un ostacolo allo sviluppo. In un grande resort chiedo cosa si preveda per la stagione: tutto prenotato, tutto tranquillo, rispondono. Beh, tranquillo mica tanto: qui la più innocente domanda produce una certa tensione.

Dopo il commissariamento del Comune, sciolto per dissesto e infiltrazioni mafiose, l’ex comandante della Polizia locale Antonio Ceraso è stato l’unico candidato ammesso alle amministrative del 27 novembre scorso, visto che le due liste di centrosinistra sono state ricusate per errori nella presentazione.

Il sindaco Ceraso ricorda il suo arrivo a Steccato come la scena di un film dello sbarco in Normandia: «Sulla spiaggia, però, non c’erano cadaveri in uniforme, ma corpi spogliati di donne, uomini e bambini». In poco più di tre mesi Ceraso ha fronteggiato un’alluvione, un naufragio e un Consiglio dei ministri di cui conserva la targa commemorativa. Ma su questo preferisce glissare perché, dice, la politica non lo appassiona. Dice invece che a Cutro il naufragio è sentito come un lutto di famiglia, che rimarrà un ricordo indelebile e che la popolazione si è dimostrata accogliente e solidale perché da qui in tanti sono partiti con la valigia di cartone, ma pieni di speranza, mentre i naufraghi della Summer Love non avevano neanche più la forza di sperare.

Il sindaco di Cutro Antonio Ceraso e, all’ingresso del municipio, la riproduzione della targa donata dal governo al Comune (Fortunato Serranò / Agf)

 

Di vecchia matrice Dc, il sindaco Ceraso, che pure ha sponsorizzato eventi di solidarietà per le vittime, condivide l’infelice dichiarazione del ministro Piantedosi: «La disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli». E giudica le contestazioni al Consiglio dei ministri svolto a Cutro «una bandiera messa in mano a dei fessacchiotti».

I morti della Summer Love sono i morti dei cutresi, dei crotonesi, della gente che è andata in spiaggia a portare viveri e vestiti ai sopravvissuti. Dei volontari e delle istituzioni che si sono adoperati per ristabilire un po’ di umanità e di civiltà. Del migliaio di persone venute anche da fuori per partecipare alla via crucis di una croce realizzata con i resti della barca affondata.

C’è un sentimento che lega vittime, soccorritori e testimoni: il 27 febbraio, alla conferenza stampa alla Prefettura di Crotone, il giornalista Bruno Palermo, segnato dall’orrore visto sulla spiaggia di Steccato, aveva rivolto a Piantedosi una domanda «da uomo e non da ministro» poi diventata famosa: nelle condizioni di quei fuggiaschi, lui non sarebbe scappato? E il ministro aveva risposto che no, non sarebbe scappato perché è stato educato a non chiedersi cosa può fare il suo Paese per lui ma cosa può fare lui per riscattare il suo Paese.

A quel punto Palermo ha capito che non c’era dialogo. Ma cosa ha lasciato la tragedia di Cutro, oltre al decreto emanato in quel Consiglio dei ministri che darà la caccia agli scafisti “in tutto l’orbe terraqueo?”. «Prima di tutto non chiamiamolo decreto Cutro, ma piuttosto decreto Meloni o Piantedosi, perché Cutro non va accostato a questa brutta legge.Rimane la pietà e lo sdegno della gente che ha gridato giu-sti-zia giu-sti-zia quando è arrivato il presidente Mattarella al PalaMilone di Crotone, dove erano state portate le salme. Agli incontri sulle questioni migratorie trovo ancora gente che piange».

Si sente anche più vicinanza tra immigrati e italiani. Lo nota Mustapha Achik, uno degli imam dei trecento musulmani di Cutro: «La gente ora è meno dura con noi, abbiamo sofferto insieme».

Di certo rimane l’aura sempre più nobile di Mattarella che, anche stavolta, ha restituito dignità allo Stato e riallacciato il rapporto con i cittadini. È stato Ramzi Labidi, mediatore culturale dell’associazione Sabir – provvidenziale nell’accogliere e sostenere sopravvissuti e familiari – a segnalare con discrezione al presidente della Repubblica che la Prefettura non riservava ai parenti delle vittime un trattamento umanamente adeguato.

«Mi ha risposto “me ne occupo io” e due ore dopo le cose sono cambiate». Racconta la presidente di Sabir, Manuelita Scigliano, che all’inizio la sua associazione veniva tenuta alla larga dai rappresentanti del governo: troppo schierata, e forse anche troppo competente, ma poi ce n’era bisogno per interfacciarsi con i parenti, provvedere ai riconoscimenti, fornire servizi base di interpretariato.

Il sindaco di Crotone Vincenzo Voce (Fortunato Serranò / Agf)

 

Anche il sindaco di Crotone, Vincenzo Voce, non proprio filogovernativo – «Tanti ministri e neanche un fiore per le vittime» – si è dato da fare: ha messo a disposizione il PalaMilone per ospitare le salme e si è opposto drasticamente all’iniziativa – sconsiderata in termini umanitari, ma anche di ordine pubblico – di spedire tutti i morti nel cimitero musulmano di Casalecchio di Reno invece di attenderne il rimpatrio nei Paesi d’origine.

«Crotone è all’ultimo posto nella classifica delle città più vivibili del Sole24Ore, ma al primo posto in umanità. E questa tragedia cambia le coscienze: pochi giorni dopo il naufragio di Cutro sono stati recuperati 400 migranti sempre nelle acque di Crotone, segno che se si interviene si salvano le vite. Cutro è diventato il baricentro del mondo, le centinaia di pachistani affondati a largo della Grecia non hanno avuto lo stesso impatto, perché qui si sono ripescati i morti e loro storie».

I bambini e il kerosene

Anche i carabinieri abituati alle brutture del mondo non se la scordano quell’alba a Steccato di Cutro, l’odore di kerosene, i bambini morti, l’inferno in terra. Rossella Pozzebon, comandante della Compagnia di Crotone, ammette che ci si abitua a tutto: «Ma non auguro a nessuno di vedere una scena come quella, indipendentemente dalle valutazioni politiche».

A lei e ai suoi uomini il contrasto fra un luogo di svago e di bellezza come quella spiaggia e l’orrore cui ha fatto da sfondo producono ancora un senso di ingiustizia: perché i carabinieri non sono macchine, ma uomini, e donne. E questa è una buona notizia.

I carabinieri che parteciparono ai soccorsi: Mattia Annarelli, la comandante Rossella Pozzebon, Luca Lo Schiavo e Andrea Spampinato (Fortunato Serranò / Agf)

 

Sul Venerdì del 4 agosto 2023

Leggi i commenti