Povera cucina
di Michele SerraCaro Michele, ho letto sul numero del 4 agosto la lettera di Gabriele Panza a proposito di «un prezzo minimo per frutta e verdura». Aggiungo il mio punto di vista, maturato in circa sette anni di lavoro nella grande distribuzione, come cassiera. Sin dall’inizio mi si è aperto uno spaccato di vita che mi era ignoto. Guardare la spesa delle persone e rendersi conto della loro vita è stato illuminante.
Soprattutto, mi sono resa veramente conto di cosa significa “potere d’acquisto“. Per cui mi sento di dire che per una larga fetta della società sostenere i prezzi degli alimenti sia diventato molto impegnativo: è una percentuale molto elevata del proprio reddito. E questo spiega come mai la Gdo venda prodotti ortofrutticoli (ma non solo) di qualit…
Caro Michele, ho letto sul numero del 4 agosto la lettera di Gabriele Panza a proposito di «un prezzo minimo per frutta e verdura». Aggiungo il mio punto di vista, maturato in circa sette anni di lavoro nella grande distribuzione, come cassiera. Sin dall’inizio mi si è aperto uno spaccato di vita che mi era ignoto. Guardare la spesa delle persone e rendersi conto della loro vita è stato illuminante.
Soprattutto, mi sono resa veramente conto di cosa significa “potere d’acquisto“. Per cui mi sento di dire che per una larga fetta della società sostenere i prezzi degli alimenti sia diventato molto impegnativo: è una percentuale molto elevata del proprio reddito. E questo spiega come mai la Gdo venda prodotti ortofrutticoli (ma non solo) di qualità non eccelsa e dal gusto criticabile.
La mia non è una critica alla Gdo, che comunque offre alimenti sicuri anche a chi non può spendere tanto; bensì all’idea che bisogna dirottare sulla spesa alimentare una parte dei quattrini spesi per tutto il resto. Chi può lo sta già facendo, e gli rimane comunque a disposizione una parte di reddito tale che gli consente di nutrire anche lo spirito. La soluzione? Tasse progressive, ma a quanto pare, non interessa alla nostra politica. Morena Sfiduciata
Cara Morena, ha ragione, i salari bassi e l’evasione fiscale (che leva risorse alla società intera) sono il problema vero. Tutti gli altri ne sono la diretta conseguenza. Per certe tasche un euro è una particella infinitesimale, per altre tasche un euro è l’unità di misura. Per questo mi ha scritto, e ha fatto benissimo: per ricordarmi dalla sua trincea, la cassa di un supermercato, che quella del cibo non è solo una questione di cultura; è prima di tutto un problema di reddito. Mi permetto, però, un’osservazione. Tra un chilo di pasta mediocre e un chilo di pasta di buon livello la differenza è intorno all’euro e mezzo. Siccome con un chilo si fanno dieci piatti (abbondanti) di pasta, questo significa che la differenza è di circa quindici centesimi a porzione. Il cibo è primario, è il nostro primo presidio sanitario, è ciò di cui siamo fatti. È tradizione, cultura, famiglia, amicizia, convivio. Non mangiamo solo per nutrirci, mangiamo perché abbiamo radici gastronomiche da onorare (cucina povera: ma quanto ricca di storia e di valore) e nuove conoscenze in fatto di salute e di metabolismo, di cibi sani e puliti e di cibi dannosi. Fatta salva quella fetta di popolazione, importante ma per fortuna minoritaria, per la quale anche quindici centesimi a piatto possono fare la differenza, rimane una larghissima quantità di italiani, non benestante ma non indigente, che fa la spesa guidata dai prezzi assai più che dalla qualità di ciò che mangia.
Questo perché (ritorno al cibo come questione culturale) gli status symbol prevalenti, negli ultimi decenni, sono altri: abbigliamento, viaggi, cura del corpo (siamo circondati da mirabili unghie, e pelli rilucenti), telefonia e comunicazioni. Non ho niente contro la manicure – servirebbe anche a me… – né contro le settimane low cost sul Mar Rosso: ognuno con i suoi quattrini fa ciò che meglio crede. Ma credo che se la media dei consumatori diventasse più esigente nei riguardi del cibo (la sua provenienza, la sua qualità), l’intero sistema se ne gioverebbe, a partire dai produttori che fanno molta fatica a spuntare prezzi decenti – e qui la grande distribuzione qualche domanda dovrebbe farsela. Le troppe intermediazioni tra produttori e consumatori, tra i campi e la tavola, fanno il resto.E l’agricoltura rimane un settore semi-depresso.
Sul Venerdì del 18 agosto 2023