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Pankaj Mishra: il sogno dell’India può diventare un incubo

Pankaj Mishra, 54 anni, è uno scrittore, saggista e attivista indiano. horst friedrichs / Alamy / ipa

 
In un Paese che colleziona record una nuova generazione di giovani sta conquistando il mondo. Ai “figli della nuova India” lo scrittore dedica il suo nuovo romanzo. Per metterli in guardia. Intervista
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Londra. L’India è una repubblica fondata «sull’umiliazione, sin da quando sei bambino. Sono ferite che ti segnano per sempre. Anche se diventi famoso, o miliardario». Pankaj Mishra è uno degli intellettuali indiani più taglienti. Cinquantaquattro anni, saggista e analista di fama decennale (L’età della rabbia, Le illusioni dell’Occidente), ora è di nuovo romanziere con Figli della nuova India (Guanda, in uscita il 28 agosto), vent’anni dopo l’esordio di genere I romantici: «Scrivere libri di storia è di certo più remunerativo» ci dice in una precoce Indian Summer londinese, nel suo studio di Islington dove rompiamo il ghiaccio chiacchierando di un’altra sua grande passione, il tennis. «Ma oggi circola un nichilismo sociale per cui, proprio perché irrazionale, giornali e saggi non bastano più. La letteratura invece può comprendere questa bizzarra e preoccupante realtà...».

Per Mark Twain l’India era la madre della Storia. Per i Beatles un sacrario spirituale. Per Pankaj Mishra invece i…

Londra. L’India è una repubblica fondata «sull’umiliazione, sin da quando sei bambino. Sono ferite che ti segnano per sempre. Anche se diventi famoso, o miliardario». Pankaj Mishra è uno degli intellettuali indiani più taglienti. Cinquantaquattro anni, saggista e analista di fama decennale (L’età della rabbia, Le illusioni dell’Occidente), ora è di nuovo romanziere con Figli della nuova India (Guanda, in uscita il 28 agosto), vent’anni dopo l’esordio di genere I romantici: «Scrivere libri di storia è di certo più remunerativo» ci dice in una precoce Indian Summer londinese, nel suo studio di Islington dove rompiamo il ghiaccio chiacchierando di un’altra sua grande passione, il tennis. «Ma oggi circola un nichilismo sociale per cui, proprio perché irrazionale, giornali e saggi non bastano più. La letteratura invece può comprendere questa bizzarra e preoccupante realtà...».

Per Mark Twain l’India era la madre della Storia. Per i Beatles un sacrario spirituale. Per Pankaj Mishra invece il grande Indian Dream è già morto. Figli della nuova India è infatti la provocatoria saga di Arun, Aseem e Virendra. Aspiranti self-made men, una nuova, speranzosa meglio gioventù indiana che presto s’incarognisce e svilisce. Giovani che emergono dalle tenebre e dalle caste dell’ex colonia britannica, che vogliono studiare all’Indian Institute of Technology, che provano a scalare le spietate gerarchie di questo gigante mondiale che con i suoi 1.425.775.850 abitanti ha appena superato la Cina, diventando il Paese più popoloso al mondo. Eppure, queste nuove ambiziose leve subiscono tremende bassezze e umiliazioni. «E rimangono in un limbo», spiega laconico Mishra, «con un passato che li tormenterà per sempre». La nuova India «non ce la farà mai», confessa il protagonista Arun mentre si ritira in taxi sull’Himalaya e abbandona Londra, Nuova Delhi, la ragazza Alia e la vita alla Grande Gatsby. Basta favole à la The Millionaire di Danny Boyle. Insomma, addio bel sogno indiano.

Perché? Perché proprio ora che i figli della nuova India stanno dominando il mondo? Il ceo di Microsoft, Satya Nadella. Quello di Google, Sundar Pichai. Arvind Krishna, amministratore delegato di Ibm, e Shantanu Narayen di Adobe. E poi Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale. Per non parlare dei leader politici di origine indiana, come il Primo ministro britannico Rishi Sunak e quello irlandese Leo Varadkar...
«Perché per Arun la nuova India è un costrutto ideologico: è un fake, non ce la farà e presto esploderà. Io credo che l’India sia una società incredibilmente resiliente e abbia superato disastri peggiori di quelli attuali. Ma Arun non ha torto, e penso comprenda la società indiana meglio di Salman Rushdie o di V.S. Naipaul...».

Dice davvero? Lei li cita tra i più fini intellettuali del suo Paese, e proprio Naipaul compare spesso in Figli della nuova India.
«Oh, certo che sì. Naipaul l’ho conosciuto bene, anche lui veniva dal nulla. Ed è stato molto importante per me. Ma per ogni generazione di eccelsi pensatori, poi scopri i loro limiti. Per Naipaul, per esempio, il modello occidentale poteva essere applicato anche in India. Ma non è così facile. E questa è un’altra conseguenza del colonialismo inglese durato 150 anni. Un colonialismo anche mentale: il suo danno peggiore è stato proprio l’imposizione di valori, lingua, costumi e delle piramidi sociali. Oltre al depauperamento delle ricchezze del Paese, il cui paradosso ora è la deindustralizzazione senza esser mai stato industrializzato. E poi, per Naipaul, tutti i giovani indiani agognavano la modernità ed essere super istruiti. In parte è falso. In breve: il sogno indiano non si basa sui fatti».

In che senso?
«Per esempio si trascura la prospettiva delle aree non metropolitane, ovvero dove vive la maggioranza del Paese, che spesso non aspira alla vita frenetica di Mumbai o Nuova Delhi per lavorare in una azienda di software come Arun, o per fare il fattorino di Deliveroo. Allo stesso tempo, altri milioni e milioni di giovani vedono i loro desideri liquefarsi, proprio per le lacune economiche e strutturali dell’India. Naipaul ignorò che il talento può essere sfruttato solo con forti investimenti in sanità, istruzione, infrastrutture. Altrimenti questo potenziale rischia di essere intrappolato in un suprematismo razziale e religioso. Come infatti sta avvenendo adesso».

Si riferisce alle politiche dell’attuale Primo ministro, Narendra Modi?
«Modi è popolare anche perché esecra il rigurgito colonialista. Non indossa mai giacca e cravatta, nemmeno alle Nazioni Unite, storpia appositamente l’inglese. Lo fa proprio per esorcizzare quella “impurità” e soprattutto l’umiliazione del colonialismo. È così che gli uomini forti, come Modi anche ieri Bolsonaro, oggi Putin e Erdogan, nonostante mediocri risultati economici sono sempre saldi al potere».

Perché fomentano reazioni collettive a “umiliazioni” storiche?
«Esatto. Anche la Cina usa questa narrazione. E Putin sfrutta la presunta “umiliazione storica” della Russia per brutalizzare un Paese sovrano come l’Ucraina. Attraverso la proiezione dell’uomo forte, Modi incarna la frustrazione e la brama di riscatto storico ed emotivo di tanti indiani. Identificando un nemico o un capro espiatorio, mentre sguazza nelle bugie. È un po’ come accaduto negli anni Venti e Trenta del Novecento qui in Europa».

Quali possono essere le conseguenze, un secolo dopo?
«In India, per esempio, l’odio a ruota libera contro le minoranze cristiana e musulmana in un contesto in cui vengono promesse modernità, grandezza nazionale, prosperità. Desideri spesso irrealizzabili per molti giovani e cittadini indiani. Anche così iniziò la caccia all’ebreo in Europa nel secolo scorso. È una società, quella indiana ma non solo, molto volatile, piena di persone umiliate che pretendono riscatto perché gli viene promesso di tutto. Ma così crescono caos, divisioni sociali e possono scoppiare persino guerre civili, come ha ammesso lo stesso Barack Obama in una recente intervista a Christiane Amanpour. Purtroppo ha ragione, non solo in India. Nel mio Paese l’esperienza dell’umiliazione, soprattutto per le classi e le caste inferiori, è ancora qualcosa di devastante. E lo è anche per le nuove generazioni».

Ci può fare degli esempi?
«Sin da quando hai cinque o sei anni, se appartieni a una classe o casta sbagliata, provi sulla tua pelle la marginalizzazione, la mortificazione, l’umiliazione, e continuerai anche da adulto. Allo stesso tempo oggi si rassicura: “la meritocrazia prima di tutto”. Ma quelle sono ferite che non si rimarginano mai più, anche se diventassi miliardario. Sono cose che gli scrittori indiani non sanno, perché spesso provengono dalle classi medie o borghesi. Io stesso sono cresciuto in una famiglia “upperclass”, ma mio nonno e mio padre avevano perso quasi tutto a causa della redistribuzione delle terre. Eravamo ufficialmente dei bramini, in realtà appartenevamo a una classe più bassa. Anche per questo, prima di trasferirmi a Londra, in India sono cresciuto anche con bambini di caste inferiori, come i paria, che non entravano mai in casa nostra: nessuno di noi glielo vietava, ma loro non si azzardavano. Un giorno vidi un mio amichetto fare i bisogni in una bottiglia. Da quel momento tutto è cambiato tra noi, quell’agnizione classista ci ha separati per sempre. Ancora oggi, la gerarchia sociale indiana è terribilmente crudele e velenosa».

Davvero queste umiliazioni, dovute alle spaccature sociali, sono così implacabili?
«Certo. Parlo spesso con ceo e personalità indiane nel mondo. Anche loro hanno cicatrici visibili, nonostante successo e soldi. E tante fragilità nascoste, nonostante l’apparente e crassa esuberanza. Lo si nota nella loro costante ostentazione, o nel fare aspettare un ospite per un’ora. È una sorta di vendetta per quanto subìto in tenera età, nel loro universo distorsivo. Il mio romanzo è uno sforzo immaginativo per capire cosa accade, anche nella vita privata, a queste persone umiliate per generazioni».

Lo specchio dell'Asia

Ma quanto c’è di lei e della sua vita in questo romanzo?
«Arun non è il mio alter ego, Figli della nuova India non è autobiografico. Ma certo ci sono vari elementi, sparsi qua e là, anche relativi a tanti miei vecchi amici».

Leggendo nel suo romanzo i post nazionalisti che il padre del protagonista, Arun, scrive su Facebook, anche il solco generazionale sembra essere sempre più profondo.
«Già. Cambiamenti talmente radicali come quelli recenti in India e Cina hanno un impatto gigantesco sui legami tra le generazioni. Il passato diventa qualcosa di cui liberarsi».

Per Cechov, però, per quanto gli ex schiavi provino a espurgare goccia per goccia il vecchio sangue, non ci si può liberare del passato.
«Esatto! Psicologicamente è sempre con te, anche se in Figli della nuova India alcuni protagonisti rinnegano le famiglie in nome dell’ascesa sociale e di uno sfrenato individualismo mascherato da emancipazione. Ma il contratto sociale ormai si è rotto. Ciò sta generando una nazione alienata e con sempre meno radici e identità sociali. Così molti giovani rimangono intrappolati in un limbo tra passato e futuro, in cui la libertà collettiva diventa un fardello. È in un simile scenario, appunto, che proliferano demagogia, uomini forti e capri espiatori».

Dunque lei non è affatto orgoglioso di questa nuova India che aspira a dirigere il mondo.
«L’orgoglio spesso sgorga da inferiorità e insicurezza, come è il caso del governo indiano ma anche del regime russo: hanno bisogno di proiettare un’immagine di potenza e orgoglio».

Sembra la Francia post repubblicana e napoleonica descritta da Émile Zola come una disfatta. Impossibile essere positivi?
«Chi lo è, è un bugiardo patentato o un ignorante completo. Molti non hanno idea di quanto la democrazia in India sia stata mutilata. E poi il Paese non ha infrastrutture che sostengano le aspirazioni dei cittadini. Inoltre, cresce solo del 6 per cento: nulla se paragonato alla Cina che ha viaggiato a più del 10 per cento negli ultimi decenni».

Quali lezioni l’Occidente può trarre da questa nuova India?
«L’avevo scritto nel mio saggio L’età della rabbia, iniziato prima che la Brexit e Trump si manifestassero, perché sentivo che i cambiamenti sociali ed economici del mio Paese potevano replicarsi altrove, con gravi conseguenze, vedi il dilagare del populismo. Quando si instilla odio nelle società, è molto difficile liberarsene e rigenerarsi. La Germania post nazista ce l’ha fatta, mentre Italia e Spagna hanno avuto processi più complessi, le forze post-fasciste e post-franchiste sono ancora forti, anche se le strutture democratiche di entrambi i Paesi paiono solide. L’India ci insegna che, in un Paese sempre più frustrato e arrabbiato, una cultura suprematista e a tratti di controllo totalitario può diventare dominante a ogni livello: politica, giustizia, esercito, persino Bollywood. È inquietante».

Sul Venerdì del 18 agosto 2023

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