Leslie Jamison: perché le bambine maltrattano le Barbie (e altre ossessioni)
dalla nostra inviata Anna LombardiRomanziera, giornalista e docente universitaria, Leslie Jamison è nata a Washington 40 anni fa. (Beowulf Sheehan)
NEW YORK. «Sappiamo intuire l’essenza di chi abbiamo di fronte? L’intimità, i sogni, le paure, i tormenti degli altri? Ciascuno di noi è un mondo a sé, cumulo di esperienze che ci forgiano e rendono unici, impossibili da afferrare persino a chi ci è più vicino. È di questo che scrivo quasi ossessivamente, ovvio, declinandolo ogni volta in maniera diversa. Indago sempre la stessa cosa: come ci connettiamo – o non riusciamo a farlo – con gli altri». In una caffetteria di Williamsburg, Brooklyn, sbocconcellando una torta e bevendo tè freddo, l’abito a fiori e i lunghi capelli sciolti, Leslie Jamison cerca parole efficaci per svelarsi. La sua raccolta Lascialo gridare, lascialo bruciare è stata appena pubblicata in Italia da Nr Edizioni: quattordici saggi sul «perché per vivere abbiamo bisogno di raccontarci storie».
Spesso paragonata a Joan Didion e Susan Sontag, l’autrice quarantenne è considerata una delle voci emergenti della sua generazione grazie al successo del romanzo The Gin Clos…
NEW YORK. «Sappiamo intuire l’essenza di chi abbiamo di fronte? L’intimità, i sogni, le paure, i tormenti degli altri? Ciascuno di noi è un mondo a sé, cumulo di esperienze che ci forgiano e rendono unici, impossibili da afferrare persino a chi ci è più vicino. È di questo che scrivo quasi ossessivamente, ovvio, declinandolo ogni volta in maniera diversa. Indago sempre la stessa cosa: come ci connettiamo – o non riusciamo a farlo – con gli altri». In una caffetteria di Williamsburg, Brooklyn, sbocconcellando una torta e bevendo tè freddo, l’abito a fiori e i lunghi capelli sciolti, Leslie Jamison cerca parole efficaci per svelarsi. La sua raccolta Lascialo gridare, lascialo bruciare è stata appena pubblicata in Italia da Nr Edizioni: quattordici saggi sul «perché per vivere abbiamo bisogno di raccontarci storie».
Spesso paragonata a Joan Didion e Susan Sontag, l’autrice quarantenne è considerata una delle voci emergenti della sua generazione grazie al successo del romanzo The Gin Closet e di due libri, pubblicati anche in Italia, tra memoir e raccolte di saggi narrativi: Esami di empatia – basato sulla sua esperienza di “attrice medica” pagata per interpretare persone malate davanti a studenti di medicina per farli esercitare a pronunciare diagnosi –in cui Jamison si interroga su come superare il proprio dolore attraverso quello degli altri; e Rinascere, tentativo di esplorare – attraverso l’alcolismo suo e di altri autori – il vuoto di chi soffre di dipendenze.
Laureata a Harvard con una tesi sull’incesto nei romanzi di William Faulkner, specializzata a Yale dove ha appunto affrontato il tema dell’alcolismo in letteratura, oggi Leslie Jamison insegna scrittura creativa a Columbia. E collabora con prestigiose riviste, da The Atlantic al New Yorker. Proprio su quest’ultima ha pubblicato a luglio un lungo articolo intitolato Perché Barbie va punita che ha scatenato un intenso dibattito. Riflessione partita dal successo del film, certo, ma soprattutto dall’osservazione di quelle pulsioni nei confronti della bambola del cuore che rendono crudeli bimbi e bimbe anche in tenerissima età.
Lei ha una caratteristica: sa dar voce a ciò che molti pensano ma trovano sgradevole affrontare...
«Da sempre indago su ciò che tutti proviamo, ma ci imbarazza condividere. Di recente ho scritto di sogni a occhi aperti: quando fantastichiamo, cioè, su cose o persone impossibili. E pure della “sindrome dell’impostore”: il senso di inadeguatezza provato pure dopo aver superato traguardi importanti. Sentimenti comuni ma taciuti. L’articolo su Barbie è nato da presupposti simili. Nella nostra infanzia tutti abbiamo abusato quella bambola: o almeno, come nel mio caso, immaginato di farlo. L’abbiamo picchiata, rapita, torturata, storpiata... i suoi capelli tagliati con cattiveria, il corpo coperto da cicatrici disegnate a pennarello. Va avanti così da decenni e mi è tornato in mente non solo guardando il film ma soprattutto scoprendomi a disagio nel vedere mia figlia di cinque anni giocarci».
La plasticosa vita di Barbie non è tutta rose e Dream House, dunque: a quale conclusione è arrivata?
«Barbie ha qualcosa di sbagliato: la sua perfezione. Troppo impeccabile, tende a trasformare chi la possiede in una di quelle madri affette da sindrome di Munchausen: vogliono guarire i figli, ma prima devono farli ammalare e dunque li avvelenano. Io aspiravo alla perfezione di Barbie e allo stesso tempo volevo punirla perché era più perfetta di quanto sarei mai stata io. Cioè: non desideravo letteralmente diventare lei, svegliarmi con dure tette di plastica, ruvidi capelli biondi e piedi innaturali. Ma già inseguivo i falsi miti di cui quel gioco era simbolo: la bellezza come assegno in bianco sul destino, la disinvolta semplicità offerta dalla ricchezza, l’individualismo fino all’autodistruttività. Per questo volevo dominarla. Quello stesso sentimento, l’ho provato poi per la ragazza più popolare della mia scuola: la invidiavo e odiavo allo stesso tempo. Per carità, Barbie è stata un’importante alternativa alle bambole-bebè e a un modello di gioco dove si presupponeva il mero prepararsi a essere madri. Allo stesso tempo ha spinto generazioni di bambine e bambini a confrontarsi con qualcosa che non sapevano nemmeno nominare. Così, il giocattolo maltrattato – e gli autori del film hanno capito benissimo, evocandolo nella figura della Barbie stramba – si è fatto strumento per esorcizzare i misteri che l’essere adulti comporta».
Lascialo gridare, lascialo bruciare, appena pubblicato in Italia, ha per sottotitolo Saggi sulla bramosia di vivere e altre ossessioni...
«Ogni scrittore ha un temperamento ossessivo: pure chi lo nega. Io ho passato parte della mia vita a negoziare una relazione con le mie ossessioni: uomini, alcol, scrittura. Ossessioni generative e non paralizzanti ma comunque claustrofobiche. A quei racconti, in America pubblicati come raccolta nel 2019, ho lavorato a lungo. Alcuni sono molto remoti e oggi li considero un po’ come la fine di un’era, perché scritti prima della pandemia, sorta di spartiacque della nostra epoca: e precedenti pure la nascita di mia figlia, spartiacque privato. Mi rappresentano però ancora molto e raccontano anche la mia educazione informale di autrice che, contrariamente al percorso di molti, ha iniziato scrivendo fiction e solo dopo è arrivata a fare reportage e ad affrontare il mestiere chiamato giornalismo».
Quali ossessioni affronta?
«Le forme bizzarre che prendono certe relazioni. A partire dalla storia vera di 52 Blue, la “balena più sola al mondo”, con quel suo verso sui 52 Hertz, frequenza diversa dai tipici 15-20 delle sue “cugine”: quel suono l’ha resa incapace di comunicare con i suoi simili e intercettare le loro rotte. A lei si sono interessati artisti, musicisti e Leonora, una donna che, dopo essere uscita dal coma, non è più riuscita a connettersi con altri esseri umani ma si è riconosciuta nell’isolamento di 52 Blue, restandone ossessionata. Una riflessione sulla solitudine, ma anche sulle nostre proiezioni, giacché dei sentimenti del cetaceo non sappiamo nulla. E poi si parla di un museo di cuori infranti, vero crocevia di storie. E di certi giocatori di Second Life, gente a caccia di vita virtuale perché non si sente parte del mondo reale. Questo libro è forse il mio lavoro più vulnerabile. Ritratto di un’epoca in cui combattevo per trovare identità. Proprio per questo molto intenso».
Si mette molto in gioco nei suoi scritti.
«All’inizio inventavo personaggi, immaginando vite. Focalizzarmi su di me è stato emozionante: ho trovato modo di accedere al mio flusso di coscienza e questo ha comportato scoprirne elementi sconosciuti, una sorta di lato oscuro. Ma attenzione, nel mio espormi c’è molto autocontrollo. Scelgo con cura le parole e svelo solo certe cose. Edito ogni frase fino a quando non mi riflette. È tutto molto lavorato. Non artefatto, ma intenzionale, quanto basta per permettermi di condividere solo ciò che voglio».
Cosa vuol comunicare ai lettori?
«Un senso di comunanza, il riconoscersi in ciò di cui parlo pure se si tratta di balene. E allo stesso tempo la consapevolezza che ogni persona è infinita. Ha memorie, intrecci, giornate si e no ed è in evoluzione continua. Non potremo mai capirci mai fino in fondo. Ma è importante continuare a provare».
A cosa sta lavorando?
«A febbraio pubblico un memoir, Splinters, schegge. Parla di maternità e della fine del mio matrimonio, di ricostruzione, arte, e di come si va avanti con gioia mentre si soffre per una perdita. E poi ho un compito difficile a cui tengo molto. In autunno è morta, a 54 anni, la mia cara amica Rebecca Godfrey. Stava lavorando a un romanzo su Peggy Guggenheim. Ne abbiamo discusso a lungo, fino all’ultimo. Ha lasciato 300 pagine e molte note. Suo marito e il suo editore mi hanno chiesto di completarlo. Farò del mio meglio per produrre la miglior versione della sua visione. Consapevole di inoltrarmi, ancora una volta, in un territorio sconosciuto».
Sul Venerdì del 15 settembre 2023