Parla con lei

Susan, la donna che amava la vita

di ELENA STANCANELLI

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Domani, al Gender Bender Festival di Bologna (cinema Lumiére) proiettano Regarding Susan Sontag di Nancy Kates. È un documentario sulla vita della "donna più intelligente di tutta l'America", come scrissero di lei. Sontag era figlia di un imprenditore ebreo e di una donna bellissima. Entrambi vivevano in Cina. Il padre morì di tubercolosi e Susan e la sorella, parcheggiate dai nonni in America, lo scoprirono soltanto un anno dopo. La madre si risposò, Sontag è il cognome del suo secondo marito.

Susan entrò giovanissima all'università, si sposò e fece un figlio. A 25 anni anni aveva estinto il suo debito con la società, e poteva iniziare a divertirsi. La scena queer di San Francisco, la Parigi degli artisti, le donne bellissime. Il suo primo romanzo, Il benefattore, è un successone. Tradotto in 18 lingue, fa di lei la star che nessuno aveva mai dubitato sarebbe diventata.

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Ha amato uomini e donne, ma la sua storia più famosa rimane l'ultima, quella con Annie Leibovitz. Che, intervistata, non sembra simpaticissima. Fa tutto un pippone su come loro due avrebbero voluto che la loro relazione fosse definita invece che "relazione". Credo che Sontag avrebbe riso. Era una donna di grande fascino, e colpisce come, fotografata o ripresa durante interviste, sorridesse sempre. Restano di lei almeno un romanzo, L'amante del vulcano, e alcuni saggi. Oltre che l'invenzione del camp.

Si ammalò tre volte di cancro, visse a Sarajevo durante l'assedio, girò alcuni film e disse cose che qualcuno allora non capiva. Ma quello che racconta Regarding Susan Sontag è che fu soprattutto una donna che amava la vita. "I love being alive", dice. E questa è forse la cosa più eversiva che un intellettuale possa dire.
Twitter: @elenastanka