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Giancarlo De Cataldo: Manzoni, Svevo e il legal thriller all’italiana

RaymondBurr nei panni dell'avvocato Perry Mason. Getty Images

 
All’estero le aule di tribunale hanno ispirato romanzi, film e serie tv, a partire dal vecchio Perry Mason. Da noi si inizia ora ma più nella versione true crime. Eppure anche nei “Promessi sposi”… l’opinione di uno scrittore che di processi se ne intende
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In italia, per lunghi anni, non è esistita una tradizione del romanzo giudiziario. Perry Mason non è roba nostra, si diceva. Gli italiani non sanno scrivere storie processuali, si diceva. C’è del vero in queste affermazioni. E i motivi della scarsa attrattiva che il processo ha esercitato sui nostri autori sono molteplici.

Cominciamo da Perry Mason. Quando dici “legal thriller” pensi immediatamente a lui. Anche se la definizione sarà coniata, mezzo secolo dopo, per Scott Turow e John Grisham, è Erle Stanley Gardner, legale di scarsa fortuna ma narratore sopraffino, a inventare il format con il suo “avvocato del diavolo”. A Perry Mason si devono, pure, le regole-base di ogni giallo processuale che si rispetti, quanto meno quando il protagonista è avvocato: il cliente è sem…

In italia, per lunghi anni, non è esistita una tradizione del romanzo giudiziario. Perry Mason non è roba nostra, si diceva. Gli italiani non sanno scrivere storie processuali, si diceva. C’è del vero in queste affermazioni. E i motivi della scarsa attrattiva che il processo ha esercitato sui nostri autori sono molteplici.

Cominciamo da Perry Mason. Quando dici “legal thriller” pensi immediatamente a lui. Anche se la definizione sarà coniata, mezzo secolo dopo, per Scott Turow e John Grisham, è Erle Stanley Gardner, legale di scarsa fortuna ma narratore sopraffino, a inventare il format con il suo “avvocato del diavolo”. A Perry Mason si devono, pure, le regole-base di ogni giallo processuale che si rispetti, quanto meno quando il protagonista è avvocato: il cliente è sempre innocente e ingiustamente accusato; il cliente è terrorizzato dall’accusa, e mente al suo difensore, o cerca di cavarsela da solo, con effetti catastrofici cui tocca poi all’avvocato porre rimedio; l’accusatore è sempre meno intelligente, preparato e adeguato del difensore; il giudice simpatizza apertamente con la difesa; visto che un delitto è stato commesso, occorre, alla fine, che il difensore smascheri il colpevole; ogni mezzo è lecito. Si tratta, è ovvio, di regole fissate da uno statuto che impone il trionfo della giustizia, intesa come valore assoluto. Ma possono rivelarsi utili anche in contesti, diciamo così, alternativi, nei quali il lieto fine non è un obbligo: soprattutto l’ultima regola – ogni mezzo è lecito – resta universale e inscalfibile, come dimostrano, negli ultimi vent’anni, decine di romanzi, racconti, film, serie televisive.

Mason non viene dal nulla. È approdo di un tortuoso percorso che nasce insieme al romanzo giallo, a fine Ottocento. Nasce con le edizioni domenicali dei giornali popolari che riportano le cronache dei processi più clamorosi. Sono i delitti efferati, e soprattutto i processi celebri, a determinare il successo di questo genere letterario. Il giallo, in altri termini, nasce procedurale: piano piano, gli autori, che siano pennivendoli un tanto al rigo o raffinati intellettuali come Balzac, Dickens o Wilkie Collins, per non dire di Dostoevskij e Tolstoj, traghettano il racconto criminale dai feuilleton per masse avide di sensazioni alla letteratura. Da Conan Doyle in avanti, poi, la narrazione viaggia nei due sensi: e la cronaca nera romanzata e il romanzo nato dalla cronaca nera procedono felicemente di pari passo.

In Italia, si diceva, non accade nulla di tutto questo. Alle origini, anche da noi ha grande popolarità la letteratura delle “cause celebri”. Ma non diventa mai, appunto, tradizione del romanzo giudiziario. C’entra sicuramente il nostro processo. Che, almeno sino alla riforma del 1989, è scritto e dominato dall’istruttoria segreta. Non abbiamo la cross-examination, tutto passa attraverso un filtro formale quanto mai rigido, e l’insieme è poco emozionante e scarsamente interessante agli occhi degli scrittori di genere. Per di più, durante il ventennio fascista, cioè all’epoca dei grandi classici, il giallo è dapprima osteggiato, poi bandito dal regime.

Ma possibile che il romanzo procedurale non interessi le grandi firme della letteratura nostrana? In fondo, in un processo non c’è solo la curiosità di sapere se l’accusa regga o meno: ci sono caratteri messi a nudo, giochi di potere, una commedia umana che ha attirato illustri letterati. Apprendiamo dal documentatissimo e imprescindibile saggio di Maurizio Pistelli (Un secolo in giallo, Donzelli), che Italo Svevo era un vero cultore della cronaca nera, al punto da essere scambiato da qualche interlocutore per uno di quei maniaci che non si limitano a studiare i killer, ma cercano di emularli. E ci chiediamo, con Pistelli: ma come mai tanta passione non ha generato uno scrittore di polizieschi? Almeno un romanzo, o un racconto, Svevo poteva lasciarcelo. E invece niente.

L’accademia letteraria è come spaventata dal confronto con le forme dell’inchiesta e del processo. Manzoni amputa l’edizione definitiva dei Promessi Sposi di tutte le parti “noir”- edulcorando notevolmente la crudeltà dell’Innominato e della Monaca di Monza. Eppure, lo stesso Manzoni scrive la Storia della colonna infame, una magnifica cronaca giudiziaria – inchiesta e processo – per di più animata da una vibrante passione civile: la stessa che aveva animato Voltaire nel suo Trattato sulla tolleranza, un caposaldo del pensiero illuminista originato proprio da tremende vicende processuali.

In altri termini, la letteratura, “alta” o di genere che dir si voglia, si ritrae davanti al processo, e lascia campo libero ad altre forme espressive. E il true crime processuale spadroneggia. Anche se non mancano esempi luminosi di narrazioni che sono a tutti gli effetti legal thriller o che ne lambiscono sensibilmente il territorio: Corruzione al palazzo di giustizia (1944), potente e profondo dramma del giudice e poeta Ugo Betti, due splendidi romanzi, Porte aperte (1987) di Leonardo Sciascia e Procedura (1988) di Salvatore Mannuzzu, anch’egli giudice-scrittore.

Oggi lo scenario è decisamente mutato. Sul versante del true crime, l’interesse popolare si è addirittura rafforzato: un programma come Un giorno in Pretura, per dire, ha fatto scuola. Produciamo numerose fiction con robusti innesti di scene d’aula, se non veri e propri court drama, qualcosa di assai simile, e possiamo vantare autori del calibro di Gianrico Carofiglio. Ci siamo arrivati tardi, ma ci sappiamo fare. E in ogni caso, meglio tardi che mai.

Sul Venerdì del 3 novembre 2023

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