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Salvarono Ravenna dall’alluvione: “Ristori? Ancora non si è visto un euro”

La zona industriale alle porte di Ravenna, sommersa dopo l'esondazione del Montone a Maggio (Danilo Garcia Di Meo/Agf)

 
Lino Bacchilega è il direttore della cooperativa che sacrificò i campi perché non si allagasse la città. Sei mesi dopo la catastrofe solo promesse
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RAVENNA. «Abbiamo fatto quello che era giusto, solo il nostro dovere». Da giorni pioveva sulla Romagna, l’Appennino si sgretolava, campi e frutteti scivolavano a valle, i fiumi esondavano, gli animali morivano, mobili e oggetti strappati dalle abitazioni sommerse affioravano dal fango. Nel Ravennate erano state evacuate duemila persone, con i trattori, i gommoni, persino i pedalò. Si alzavano muri di sabbia, idrovore e pompe ovunque, ma era come svuotare il mare con un secchiello: l’acqua minacciava di entrare nel centro storico del capoluogo spazzando via per sempre strade, palazzi e tesori bizantini. «La scelta era tra le case e la terra. Noi abbiamo scelto le case».


Lino Bacchilega è il direttore generale di Cab Ter.Ra, la cooperati…

RAVENNA. «Abbiamo fatto quello che era giusto, solo il nostro dovere». Da giorni pioveva sulla Romagna, l’Appennino si sgretolava, campi e frutteti scivolavano a valle, i fiumi esondavano, gli animali morivano, mobili e oggetti strappati dalle abitazioni sommerse affioravano dal fango. Nel Ravennate erano state evacuate duemila persone, con i trattori, i gommoni, persino i pedalò. Si alzavano muri di sabbia, idrovore e pompe ovunque, ma era come svuotare il mare con un secchiello: l’acqua minacciava di entrare nel centro storico del capoluogo spazzando via per sempre strade, palazzi e tesori bizantini. «La scelta era tra le case e la terra. Noi abbiamo scelto le case».


Lino Bacchilega è il direttore generale di Cab Ter.Ra, la cooperativa braccianti più antica d’Italia – 140 anni di vita – che ha accettato di allagare i campi per salvare Ravenna dall’alluvione di maggio. Lo chiamavano eroe, anche se lui quell’etichetta non l’ha mai voluta. Era andato persino da Bruno Vespa a spiegare che gli eroi, quelli veri, erano altri, «i partigiani che hanno liberato l’Italia». Il suo presidente, Fabrizio Galavotti, lo puntualizzava a ogni intervista: «È stato un gesto naturale, figlio della nostra storia». Li hanno riempiti di promesse e infine dimenticati: a quasi sei mesi dalla catastrofe non hanno visto un centesimo.


Certo, a ottobre, dopo mesi di polemiche, è finalmente arrivata l’ordinanza che stabilisce i criteri per l’assegnazione dei fondi per le imprese danneggiate, e la modulistica è pronta. Ma il tetto massimo è di 40 mila euro. Poca cosa per chi, come loro, ha subìto un milione e 800 mila euro di danni a strutture, frutteti, macchine, attrezzature e scorte, ha perso il raccolto e deve pensare anche alle difficoltà produttive dei prossimi anni. Il governo assicura che i ristori arriveranno tutti, una tranche dopo l’altra, ma quando? Non è un dettaglio.

Scelta difficile

Bacchilega ci guida nel Ravennate, indicando i campi che erano stati sommersi, quelli dove qualcosa si è salvato e altri che stanno cercando di riportare alla fertilità – ma chissà se ci riusciranno e dopo quanti raccolti. Una passeggiata nella geografia stravolta dall’alluvione, fino al punto esatto in cui il loro sacrificio ha cambiato il destino di Ravenna.

Via degli Zingari è una stradina deserta alle spalle della città, vicina allo Scolo Canala, uno delle centinaia di fossi che disegnano il reticolo idrico della Bassa Romagna. «Il 19 maggio, quando l’argine sinistro è stato tagliato, l’acqua aveva sommerso un campo di 200 ettari, lo stesso dove nel 1883 è iniziata la nostra storia. Allora questa zona era una grande, immensa palude. I braccianti prestavano lavoro con vanga e carriole, ma non avevano di che sfamare le famiglie. E così Nullo Baldini, pioniere del socialismo e della cooperazione, li raccolse in un’associazione e con loro cominciò a rubare la terra all’acqua e alla malaria».

Qualche anno dopo, nel 1888, nacque la cooperativa che oggi ha sede nella frazione di Piangipane, di fronte all’antico Teatro Socjale, scritto così, con la j al posto della i. «Lo utilizzavano i braccianti per scambiarsi il sapere, considerato un mezzo necessario per affrancarsi dallo sfruttamento. Oggi ospita la rassegna Volta e Rivolta, dall’antico canto degli scariolanti che bonificarono la Romagna un metro quadrato dopo l’altro. Sul palco il racconto delle alluvioni che nei secoli hanno sconvolto questo pezzo di terra. Fino all’ultima, la nostra».

È orgoglioso della storia della cooperativa, così come di quella della sua famiglia: nonno partigiano che combatté la Battaglia delle Valli, tassello fondamentale per la Liberazione di Ravenna, padre cresciuto a pane e socialismo.

Orgoglioso, ma preoccupato perché la scelta che lui e gli altri settanta soci di Cab Ter.Ra hanno fatto a maggio «senza esitazioni» non è stata indolore. «Questi 200 ettari erano tra i pochi risparmiati dall’alluvione, altrove avevamo perso tutto: barbabietole da zucchero, mais, grano duro, erba medica… Poi, dalla prefettura è arrivata la chiamata: “Ci dareste il permesso di allagarli?”. Il nostro presidente, Fabrizio Galavotti, stava coordinando i trattoristi che erano tutti fuori a cercare le persone rimaste isolate nei casolari di campagna e nelle frazioni. Ha subito risposto: “Fate quello che dovete fare”. Si trattava di salvare il salvabile, cioè il cuore di Ravenna. Ha funzionato, l’acqua ha invaso i campi, piena e pressione si sono alleggerite».

Si è continuato così: muri di terra, un dispiegamento di idrovore e pompe senza precedenti, rotture controllate degli argini, migliaia di volontari a dare una mano da tutta Italia… L’hanno chiamata “la resistenza di Ravenna” e ha avuto i suoi eroi.

Tra questi, Cab Ter.Ra e altre sei cooperative agricole, compresa la Massari che ha i suoi campi nella zona di Conselice, il paese diventato palude. Secondo Legacoop i danni di tutte – che gestiscono circa 12 mila ettari di terreno e danno lavoro a oltre 600 persone – considerando anche le difficoltà produttive dei prossimi anni e i pesanti oneri finanziari necessari a sostenere il ciclo aziendale, ammontano a 30 milioni di euro. Le sole rotture degli argini in quattro punti diversi hanno causato otto milioni di danni. Nessuna finora ha ricevuto un euro. Tanto che a metà ottobre i soci si sono dati appuntamento nel campo di via degli Zingari e hanno alzato i cartelli: “Basta chiacchiere. Vogliamo i fatti”.

Poco dopo il Commissario straordinario per l’emergenza alluvione, Francesco Paolo Figliuolo, ha firmato l’ordinanza che stabilisce i criteri per l’assegnazione dei ristori e anche quelli per evitare che ci sia chi se ne approfitta. In sintesi: chi ha subìto danni fino a 40 mila euro riceverà la metà in anticipo e il resto a saldo. Chi ha subìto danni superiori, riceverà subito la cifra di 40 mila euro, in futuro la parte restante. L’obiettivo dichiarato è assicurare il 100 per cento degli indennizzi. Qui però la domanda è sempre la stessa: «Con quali difficoltà burocratiche? E in quanto tempo?».

Conto amaro

Legacoop teme che i fondi per dare seguito alle promesse non siano sufficienti. I danni accertati in tutta la regione sono immensi: patrimonio pubblico (3,8 miliardi), abitazioni (2,2 miliardi), imprese (1,2 miliardi), agricoltura (1,1 miliardi) e interventi di emergenza e messa in sicurezza del territorio (682 milioni) per un totale di quasi dieci miliardi. Secondo il gigante assicurativo Swiss Re, che ha calcolato la percentuale dei danni assicurati, appena il 6 per cento, si è trattato della più costosa catastrofe naturale mai capitata in Italia. Tradotto: serve una montagna di soldi per rimettere in sicurezza il territorio, soprattutto ora che l’inverno è alle porte, e per dare ristoro ai cittadini e alle imprese.

«Capiamo bene che tutto e subito sia impossibile», ci dice Bacchilega, «ma vogliamo certezze». E quelle ancora non ci sono, anzi, a guardare la Finanziaria i soldi stanziati dal governo per il 2024 sono ben pochi: «4,68 miliardi di euro» – scrive Legacoop – «che oltre a essere insufficienti dovranno andare a coprire i danni non solo per l’Emilia-Romagna, bensì anche per Marche e Toscana».

Per il direttore di Cab Ter.Ra il problema ora è finanziario: «Nel campo a ridosso di via degli Zingari l’80 per cento del raccolto è andato distrutto. A Fornace Zarattini è andata anche peggio: l’acqua ha sommerso 500 ettari di campi, 150 erano i nostri. Due metri di acqua hanno sepolto animali e piante, morti per asfissia. Poi il limo si è solidificato in uno strato duro come il cemento. Abbiamo dovuto arieggiare il terreno in profondità per ricreare la flora microbica e tornare a renderlo coltivabile. Solo nel 2024, con i primi raccolti, capiremo quanti anni ci vorranno per riportare i terreni alla fertilità precedente. Abbiamo perso i ricavi della stagione quando avevamo già sostenuto le spese di produzione, stiamo ancora facendo fronte ai costi di ripristino per le reti scolanti, dobbiamo saldare i conti con i fornitori e pagare gli stipendi… Ci rivolgeremo al credito, ma non sappiamo quanto chiedere e con quale piano di rientro. Gli oneri saranno altissimi. Certi impegni non si possono prendere al buio e la terra non può aspettare i balletti della politica».

Ma, alla fine, siete pentiti di esservi immolati? «Il 19 maggio abbiamo preso una decisione senza pensare ai ristori e lo rifaremmo anche domani perché così ci hanno insegnato Baldini e i 32 braccianti che si associarono per strappare la terra alle acque e ottenere condizioni di vita più dignitose. Per loro e per noi». Indica una macchina agricola in lontananza: «Quell’uomo sta tagliando l’erba medica. Non usa la falce, ma un mezzo da centinaia di migliaia di euro. Il suo lavoro è cambiato, ma le assicuro che una cosa è rimasta identica in questi 140 anni: il rapporto con il territorio, lo spirito comunitario».

Sul Venerdì del 10 novembre 2023

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