Vita con Paul Auster: dalla Trilogia di New York al nuovo “Baumgartner”, Gabriele Romagnoli racconta lo scrittore americano
di Gabriele RomagnoliPaul Auster con la moglie Siri Hustvedt nella loro casa di Brooklyn. Alamy
Ecco l’ultimo libro di Paul Auster. Detto come un’esortazione che non sa a chi rivolgersi, poiché non pensa ci sia qualcuno a cui farlo, quindi senza metterci davanti un «fa’»: che non sia l’ultimo. L’ha scritto durante un ricovero in ospedale, mentre sua moglie Siri mandava dispacci da “Cancerland”, terra incognita di cui lei ha superato il confine e che lui sta provando ad attraversare.
Baumgartner, il titolo (sarà in libreria il 21 novembre per Einaudi, ndr). È il nome del protagonista, un parziale alter ego, a cui l’autore affida soltanto una parte della sua vicenda. Giobbe, abbiamo pensato tutti sia il vero omologo di Auster: quando ha perso la nipotina di 10 mesi per overdose di eroina, stessa sorte poi toccata al figlio che era stato accusato di omicidio. Quando abbiamo visto la sua fotografia, smagrito, i grandi occhi dal taglio inconfondibile nascosti da lenti scure, la memoria dei folti capelli brizzolati offuscata da un cappelletto di lana. La prova in vita di uno scrittore…
Ecco l’ultimo libro di Paul Auster. Detto come un’esortazione che non sa a chi rivolgersi, poiché non pensa ci sia qualcuno a cui farlo, quindi senza metterci davanti un «fa’»: che non sia l’ultimo. L’ha scritto durante un ricovero in ospedale, mentre sua moglie Siri mandava dispacci da “Cancerland”, terra incognita di cui lei ha superato il confine e che lui sta provando ad attraversare.
Baumgartner, il titolo (sarà in libreria il 21 novembre per Einaudi, ndr). È il nome del protagonista, un parziale alter ego, a cui l’autore affida soltanto una parte della sua vicenda. Giobbe, abbiamo pensato tutti sia il vero omologo di Auster: quando ha perso la nipotina di 10 mesi per overdose di eroina, stessa sorte poi toccata al figlio che era stato accusato di omicidio. Quando abbiamo visto la sua fotografia, smagrito, i grandi occhi dal taglio inconfondibile nascosti da lenti scure, la memoria dei folti capelli brizzolati offuscata da un cappelletto di lana. La prova in vita di uno scrittore non è un’immagine, è la parola. È la tessitura con cui crea una storia e ce la offre.
Leggere un libro di Paul Auster non è mai stata per me un’esperienza come le altre del genere. Non si è mai trattato di girare pagina per vedere che cosa accadesse nel romanzo, ma di riconoscere, a specchio, un evento della vita. Le coincidenze, da tema a sostanza. L’evocazione del destino che non aspetta dietro la curva ma è già passato. E così anche stavolta procedo, tra considerazioni, ricordi di sfioramenti e incontri, in attesa delle frasi che mi spiegheranno quel che mi è accaduto.
«Baumgartner è seduto alla scrivania». Sta scrivendo un libro. Baumgartner ha perso la moglie, Anna. L’ha vista correre «incontro ai cavalloni di Cape Cod imbattendosi nell’onda mostruosa e feroce che le aveva spezzato la schiena e l’aveva uccisa». Aveva 58 anni, era più giovane di lui. Sono passate altre estati, dense e irrilevanti. Baumgartner è stato da una psicologa, che gli ha detto: «Lei non sente niente. Ancora non ha preso davvero coscienza di quello che le è successo». Le ha risposto con una spietata verità: «Quello che è successo non è successo a me, ma ad Anna». Mischia la consapevolezza all’autoironia, con questo suscitando l’empatia del lettore.
Tutti i grandi scrittori americani contemporanei, avviati a diventare uomini nel buio, si fanno accompagnare da creature invecchiate con loro. Richard Ford ha portato Frank Bascombe alla sepoltura di un altro figlio. Paul Auster ha incontrato questo nuovo vecchio amico. Giocano a carte con il rimpianto. La sorte di chi vive più a lungo non è una maledizione, è aritmetica: sottrazione e risultato. Nella mattina in cui il romanzo comincia una serie di sfortunati e tragicomici eventi spinge infine Baumgartner a ruzzolare ai piedi delle scale «decrepite e traballanti» del seminterrato buio. Urla di dolore, teme una frattura: al ginocchio, al gomito, alla spalla.
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A metà degli Anni Novanta fui costretto a operarmi a una spalla, dato che il braccio corrispondente si sollevava ormai di pochi centimetri. Sblocco in narcosi: in sostanza mi avrebbero addormentato, poi il chirurgo avrebbe mosso l’arto “a manovella” per staccare le fibre rattrappite, evitando (se abile) di provocare lesioni. Niente di drammatico, ma ne sei più convinto all’uscita dalla sala operatoria che all’ingresso. Per tranquillizzarmi, nell’attesa leggevo nel mio letto, finché due infermiere mi praticarono la pre-anestesia e mi portarono via. Lasciai il libro sul comodino. Venni ricondotto lì dopo un paio d’ore. Mi risvegliai lentamente e vidi una delle due infermiere che mi guardava perplessa. «È andato tutto bene?», chiesi preoccupato.
«Sì» rispose. «Ma perché lei parla inglese? Soffre?».
«In che senso? Che cosa ho detto?».
«Non so, qualcosa tipo my head... explode... le fa male la testa?».
«No».
«E allora? Perché lo dice... e in inglese?».
Mi girai verso il comodino. Leviathan di Paul Auster era dove l’avevo lasciato, a pagina 181: Maria apre il passaporto che il suo uomo ha trovato nella borsa rubata a un killer che ha appena ucciso a sangue freddo un bambino e riconosce il tizio sorridente nella foto. Reed Dimaggio, sposato alla sua amica Lilian. È stata lei a farli conoscere. Dice: «La mia testa sta per esplodere».
All’inizio degli Anni Zero fui costretto a farmi operare anche l’altra spalla. Il chirurgo definì la circostanza «piuttosto rara e sventurata». Quella volta terminai La notte dell’oracolo, in italiano, prima dell’intervento. Mi impressi a futura memoria alcune frasi dell’ultima pagina: «Fui felice, più felice di essere vivo di quanto fossi mai stato. Era una felicità che sorpassava la consolazione, la miseria. E tutte le brutture e le bellezze del mondo».
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Quando siete felici, fateci caso. È un insegnamento di Kurt Vonnegut, che Paul Auster ha imparato. Mentre si perde, guidando nella campagna intorno alla sua casa nel New Jersey, Baumgartner ricorda un pomeriggio del «mondo perduto di Allora». Lui e Anna «si erano fermati da qualche parte a fare un picnic per pranzo e mentre stendevano la coperta sul terreno sabbioso e lui si voltava verso il viso bellissimo e radioso di lei, era stato travolto da un’ondata di felicità, così potente che gli erano venute le lacrime agli occhi e si era detto: ricorda questo momento, piccolo uomo, ricordalo finché campi, perché non ti accadrà mai nulla di più importante di quello che ti sta accadendo in questo momento».
Noi non sappiamo mai veramente quanto conti quel che ci accade, non in diretta. Sbagliamo le misurazioni, confondiamo la tragedia con una ferita, la felicità con il successo, la storia con la cronaca. Occorre invece una lucidità che si acquisisce, più ancor che vivendo, sopravvivendo.
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Lattentato alle Torri gemelle, l'11 settembre del 2001. Getty Images
Pochi giorni dopo l’11 settembre 2001, appena riaperto lo spazio aereo sopra il Canada, volai dall’Italia a Toronto e da lì guidai fino a New York. Arrivai all’alba. L’aria era impregnata di un odore mai sentito prima, quello prodotto da vetro, metallo, carta, carne, pietra, bruciati nel rogo in quel luogo che ora chiamavano Ground Zero. Dopo aver incontrato superstiti, parenti di scomparsi, poliziotti, pompieri e immigrati arabi avevo molta confusione in testa e per diradarla cercai una voce, tra le mille di New York, che mi aiutasse a mettere in prospettiva l’accaduto. Non in termini politici o militari, ma umani. E andai a casa di Paul Auster. Dicevano che i newyorchesi erano diventati improvvisamente gentili. Ebbi l’impressione che lui lo fosse da prima e che lo sarebbe sempre stato. Salimmo sul tetto dal quale aveva visto le torri prendere fuoco e crollare, sapendo che sua figlia era in quella zona e scoprendo soltanto più tardi che stava correndo verso casa, incolume. I suoi romanzi hanno decretato per molti una specie di passaggio del ponte: la fantasia narrativa ha traslocato da Manhattan a Brooklyn, fin dalle prime boccate di Smoke, il suo film che ha portato centinaia di persone a cercare l’angolo fotografato ogni giorno dal protagonista. Quella è diventata la nuova New York. Ancor più in seguito. Ma che cosa sarebbe rimasto di quell’11 settembre?
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Dieci anni dopo la morte di Anna, Baumgartner getta in quel vuoto distrazioni che ne escono come da un cesto da basket. Ogni tiro può sembrare un punto, ma è soltanto una palla che cade e rimbalza lontano. Avventure sessuali, una pretesa d’innamoramento che giunge perfino a una proposta di matrimonio, un libro su Kierkegaard (tanto per frequentare un buontempone) e un altro dall’oscuro titolo Misteri del volante che esprime «una visione corrosiva della vita umana intesa come un carosello di auto che sbandano, che sfrecciano impazzite». Ne concepisce un terzo sulla «sindrome della persona fantasma» e «pensa alle madri e ai padri che piangono i figli morti, ai figli che piangono i genitori morti, alle donne che piangono i mariti morti, agli uomini che piangono le mogli morte e alla loro sofferenza che assomiglia da vicino ai postumi di un’amputazione, perché la gamba o il braccio che non c’è più un tempo era attaccato a un corpo vivo, e la persona che non c’è più un tempo era attaccata a un’altra persona viva, e se siamo quelli che continuano a vivere, scopriremo che la nostra parte amputata, la nostra parte fantasma, può essere ancora fonte di un dolore profondo, indegno. A volte certi rimedi possono alleviare i sintomi, ma la cura definitiva non esiste». È a quel punto che, sollevato il sipario della logica, si affaccia la domanda impossibile: che cosa daresti per riaverla?
Harvey Keitel in Smoke, 1994. Il film scritto da Auster. Alamy
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Nel 2002 Maurizio Costanzo mi contattò per realizzare un’idea folle. Si trattava di creare una serie di mini film di mezz’ora l’uno da programmare in “mezza prima serata”, introdotti da lui, in ombra e di profilo, come faceva per una cosa analoga Alfred Hitchcock. Con il suo sodale Roberto Pace chiedemmo ad alcuni scrittori stranieri testi di genere fantastico che avrei poi sceneggiato. Uno di questi era Paul Auster. Accettò. Ricevemmo 27 cartelle, che lessi con piacere e misi da parte. Per come la vedevo io era improbabile che Pier Silvio Berlusconi accendesse la luce verde per una cosa del genere. Così fu. I racconti (anche di Emmanuel Carrère, fra gli altri) finirono in un cassetto.
Non per molto. Qualche tempo dopo, mentre vivevo al Cairo, trovai in una libreria l’edizione americana del Libro delle illusioni. A pagina 242 il protagonista scova e guarda (per 27 pagine) un vecchio, breve e inedito film: La vita interiore di Martin Frost. Mi accorsi di averlo già visto, o meglio letto, mesi prima. Lo stesso accade in Baumgartner per I lupi di Stanislav, un reportage dall’Ucraina sulle tracce degli antenati che lo scrittore pubblicò nel 2020 e ora affida al suo nuovo alter ego, la cui madre si chiama Auster. Ho riletto Martin Frost e ritrovato lo straordinario baratto che si autoimpone. Brucia tutte le pagine (in realtà sta dando fuoco al racconto di cui è parte) per ridare la vita alla donna che ama. Ecco la risposta, ecco che cosa daresti per riaverla.
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Uno scrittore è fortunato se lascia una traccia che ci indirizzi nel cammino. Ogni lettore può trovare (ma non sempre accade) la propria. Per il mio percorso Auster l’ha lasciata nel Taccuino rosso, quarto capitolo. Narra di un giorno di primavera del 1980 in cui, padre separato, va a casa della ex moglie per prendere il figlio Daniel e accompagnarlo all’asilo. Daniel, che aveva tre anni, è morto l’anno scorso, ma ancora vive in queste poche righe. Scende e si avvia col padre, quando la madre apre la finestra e lancia una moneta, utile per qualche commissione. Auster dovrebbe prenderla al volo, ma la moneta colpisce un ramo, rimbalza e atterra chissà dove. Quello stesso pomeriggio Auster va a una partita di baseball con un amico. Mentre l’altro va al botteghino per i biglietti lui si apparta per fumare e vede, accanto ai piedi, una moneta. La raccoglie e se l’infila in tasca. Coincidenza. Eppure gli si forma e permane nel tempo la «mezza convinzione» che si trattasse della stessa moneta perduta la mattina. Puoi dividerci l’umanità intera in due parti con questa mezza convinzione. Chi esclude e chi ritiene possibile. È soave e perfino salvifico passare dalla prima alla seconda posizione, disponendosi ad ascoltare “la musica del caso” come un’armonia prestabilita.
Capita a Baumgartner di perdersi, di farsi ancora e seriamente del male, di attraversare la vita senza più appiglio né cognizione, ogni traccia perduta nel retrovisore appannato. Di andare a sbattere. E di bussare per soccorso alla porta di una casa sconosciuta, come noi ad ogni risveglio bussiamo a quella del futuro, senza avere la più pallida idea di chi verrà ad aprire, di chi apparirà sulla soglia e di sentir crescere in quell’attesa, come un incendio interiore, la possibilità (non la speranza, la possibilità) che ad apparire sia Anna. Che ad apparire sia Daniel. Che la moneta in tasca sia la stessa. E che valga e che sia valsa tutta la pena.
Sul Venerdì del 17 novembre 2023