Guyana, l’ultimo El Dorado
di Michele GravinoC'era una volta la globalizzazione, quella che stava trasformando il mondo in un unico villaggio interconnesso, rendendo obsolete le frontiere nazionali, portando pace e benessere all'intero orbe terracqueo grazie al libero mercato. O almeno, qualcuno di noi, forse particolarmente ingenuo, l'aveva capita così. Le cronache degli ultimi anni, degli ultimi giorni, ci ripropongono confini blindati, nazionalismi risorgenti, sangue versato (anche) per un metro di terra in più o in meno. L'ultimo fronte, per fortuna ancora solo a colpi di dichiarazioni, si è aperto in Sudamerica, dove la scorsa settimana il presidente del Venezuela Nicolás Maduro è riuscito a farsi approvare un referendum che lo autorizza a rivendicare, e in definitiva ad annettersi, la regione della Guayana Esequiba, finora amministrata dal vicino stato della Guyana (di cui costituisce più della metà). La disputa è antica tanto che la stessa Google Maps indica la frontiera tra i due Paesi con una linea tratteggiata: questo articolo di Daniele Mastrogiacomo racconta bene tutti i passaggi di una diatriba che risale addirittura al periodo coloniale.
Per Maduro, erede di Chávez alla guida di un Paese in disastrose condizioni economiche, la mossa è un tentativo di recuperare popolarità in vista delle prossime elezioni. Ma anche di partecipare allo sfruttamento di uno degli ultimi El Dorado del pianeta: un territorio sconfinato, scarsissimamente popolato, coperto da una foresta fittissima, che si è rivelato ricco di oro, rame, gas, bauxite, e soprattutto petrolio. Grazie ai giacimenti scoperti dalla Exxon Mobil soprattutto al largo della costa, la piccola Guyana ha visto crescere il suo Pil allo strabiliante tasso del 63,4 per cento nel 2022. Altrettanto strabiliante è l'immagine satellitare della regione: un mare di verde, senza strade identificabili, con qua e là solo qualche nome a indicare un villaggio completamente coperto dalla volta arborea. Tra Maduro e petrolieri, chissà per quanto resterà così.
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