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Al cinema c’è Enzo Ferrari. Intervista al figlio Piero: “Non ho niente da rimproverargli”

Piero Ferrari, 78 anni, fotografato per il Venerdì nello studio di Maranello davanti a un ritratto del padre Enzo (1898-1988). Foto di Nicola Marfisi/Agf

 
«Quando ero bambino tutti sapevano che aveva un’altra famiglia tranne me». Mentre esce il film di Michael Mann, l’erede racconta un padre ingombrante ma molto amato. «Ma non sono solo il cognome che porto»
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MARANELLO (Modena). Era suo padre e lo è ancora, in ogni gesto, in ogni luogo. «Da qualche giorno lavoro nell’ufficio che lui occupò per tanti anni, perché lui è il ricordo della mia vita». Entrano ed escono dal cancello della Ferrari operai e tecnici molto giovani, tra loro anche ragazze, e per farlo passano davanti alle finestre dalle quali il Drake guardava scorrere la quotidianità dell’azienda, chi c’era, chi mancava, dove andavano a finire le cose e le persone.

Piero Ferrari è un elegante e distinto signore di 78 anni, ha parcheggiato la sua Ferrari Purosangue verde Dora e ci attende nella sobria stanza dalle pareti color carta da zucchero. «La tinta scelta da papà era un poco più scura, adesso le mostro», e il figlio comincia a cercare immagini sul tablet. Sullo schermo compaiono tre fotografie di quel tempo, di quell’ufficio e di quell’uomo. «Vede, i muri erano praticamente nudi, io ho messo qualche quadro di automobili. Abbiamo rifatto identico il parquet di legno scuro a quad…

MARANELLO (Modena). Era suo padre e lo è ancora, in ogni gesto, in ogni luogo. «Da qualche giorno lavoro nell’ufficio che lui occupò per tanti anni, perché lui è il ricordo della mia vita». Entrano ed escono dal cancello della Ferrari operai e tecnici molto giovani, tra loro anche ragazze, e per farlo passano davanti alle finestre dalle quali il Drake guardava scorrere la quotidianità dell’azienda, chi c’era, chi mancava, dove andavano a finire le cose e le persone.

Piero Ferrari è un elegante e distinto signore di 78 anni, ha parcheggiato la sua Ferrari Purosangue verde Dora e ci attende nella sobria stanza dalle pareti color carta da zucchero. «La tinta scelta da papà era un poco più scura, adesso le mostro», e il figlio comincia a cercare immagini sul tablet. Sullo schermo compaiono tre fotografie di quel tempo, di quell’ufficio e di quell’uomo. «Vede, i muri erano praticamente nudi, io ho messo qualche quadro di automobili. Abbiamo rifatto identico il parquet di legno scuro a quadretti piccoli, e uguale è la scrivania, bianca come la sua».

Ci sono modellini rossi in file ordinate, e una ciotola di caramelle e gelatine che Piero ogni tanto cattura, scarta e porta furtivamente alla bocca. Il grande silenzio della bassa modenese viene interrotto ogni tanto dall’ululato di un motore, quel motore, inconfondibile. Ma per arrivare qui bisogna stare attenti a una miriade di autovelox. Ogni sogno di velocità fa i conti con la realtà.
Prima di raggiungere Piero Ferrari, abbiamo pranzato nel ristorante Il Cavallino, proprio di fronte allo stabilimento. Lì abbiamo parcheggiato la nostra auto tedesca, perché le marche che non appartengono al gruppo restano fuori. Il luogo è elegante, a metà tra una trattoria che ha fatto carriera e un museo. Sul muro vicino al tavolo è appeso un musetto della Ferrari di Leclerc col numero 16. Sulle copertine dei menù, fotografie di Enzo Ferrari con i suoi piloti, con John Surtees, con Gilles Villeneuve. Più in là, appoggiato a un tavolo, un motore pare potersi svegliare da un momento all’altro, drago che dorme, sogno bollente.

Attraversiamo la strada. La palazzina è bassa, ma è soltanto la parte più estrema di un corpo che si estende per chilometri. Più tardi visiteremo la fabbrica. Alla reception bisogna consegnare lo smartphone, che un addetto estrae dal guscio: applica un paio di adesivi per schermare la videocamera e consegna un pass. Dentro è vietato fotografare, ma gli occhi bastano e avanzano. Piero Ferrari ci aspetta. Si alza dalla scrivania, tende la mano. Impressionante quanto somigli a Enzo. Portiamo i padri scritti nel nostro corpo.

Ingegnere, va bene se la chiamiamo così?
«Ma certo! io sono un classico ingegnere meccanico. Sono nato nel 1945 e lavoro in Ferrari dal 1965. Da bambino volevo proprio diventare ingegnere, mi attirava la tecnica, papà mi insegnava i segreti. Vede, io so leggere un progetto. Oggi si calcola tutto, ma c’è stato un tempo in cui le cose si valutavano anche a occhio e serviva talento, ci volevano esperienza e perizia per non sbagliare».

Ingegner Ferrari, cosa rappresenta per lei questa stanza?
«È il luogo dove iniziai la mia vita a Maranello: la presidenza. Qui mio padre veniva ogni giorno. Io non amo conservare le cose vecchie, non mi piace che la vita diventi un museo. Quando senti odore di muffa, allora significa che sei ripiegato all’indietro, mentre la nostra vocazione è sempre stata l’ultimo modello, la novità. Ma qualcosa va conservato. A casa c’è il suo vecchio studio con l’ultima ventiquattrore e le agende, basta così. In questa stanza, quello che mi interessa davvero è ritrovare il suo spirito, i suoi princìpi».

E che cosa le dice, questo spirito?
«Che bisogna fare bene le cose. Che conta distinguersi. Che il senso di appartenenza non può mai finire: tutti coloro che lavorano qui lo sanno. I giovani operai mi chiedono di papà, mi domandano “Enzo Ferrari oggi sarebbe contento?” e io rispondo che sì, lo sarebbe. Questo ufficio è il ricordo di una vita che ha sempre guardato avanti».

Nel film di Michael Mann, si parla per la prima volta della sua condizione di figlio nato fuori dal matrimonio. Quel bambino di nome Piero a un certo punto chiede alla madre: “Io mi chiamo Piero Lardi o Piero Ferrari?”.
«È stata per me una domanda centrale. Quel bambino, fino all’età di undici anni non sapeva che il suo papà avesse un’altra moglie e un altro figlio. Io sapevo soltanto che papà non dormiva tutte le notti a casa, e che faceva macchine da corsa e gran turismo – già allora un sogno per tutti. Mi sentivo normale, anche se io non sapevo, mentre quasi tutti sapevano».

Vorrebbe che Enzo Ferrari avesse fatto di più per quel bambino?
«Francamente no. Era presente, mi amava, mi seguiva, mi faceva tanti regali. Ricordo quando andavamo in auto a Rimini, lui era stato un pilota e correva forte, ancora rivedo i colpi secchi che dava nelle cambiate. Non ho davvero niente da rimproverargli. Ha fatto quello che ha potuto, e comunque ha fatto molto».

I piloti dell’epoca erano un mito anche per lei?
«Cosa vuole, io li vedevo in casa, si andava a mangiare insieme. Una volta, nel 1956 parlai di Alfonso de Portago in un tema scolastico. Scrissi che siccome il pilota correva anche in bob alle Olimpiadi di Cortina, papà ripeteva: “E se ha un incidente? E se poi si fa male?”».

La figura di sua madre, Lina Lardi, è centrale. Da piccolo, come ricorda quella persona che doveva dividere con un’altra donna l’uomo che amava?
«Mamma doveva accettare la situazione e viverla senza fare troppi drammi. Papà aveva una moglie e un altro figlio, Dino, legittimo. Invece io ero a tutti gli effetti illegale. Mia madre affrontò con dolcezza anche i problemi. Nel film la si descrive più che altro come una casalinga, non si vede la sua vita conviviale, quando era sempre elegantissima e bellissima».

Ancora Piero Ferrari nello studio dove lavorava suo padre: di recente è diventato il suo ufficio. Foto di Nicola Marfisi/Agf

 

Dino, suo fratello che morì di distrofia muscolare a 24 anni, lei non l’ha conosciuto. Le manca, questo?
«Il film si chiude con mio padre che mi accompagna, bambino, al cimitero e mi dice “vieni, ti porto a conoscere tuo fratello”, ma in realtà quella scena si svolse più tardi, negli anni Settanta. Papà non ne parlò mai, ma certamente aveva pensato a noi due, io e Dino, insieme in azienda, anche se il destino sarebbe stato diverso. Fu nonna Adalgisa a dire a papà di portarmi a lavorare in Ferrari, e lui la ascoltava sempre».

Questo fratello morto così drammaticamente, quasi come un pilota tra le lamiere, non è stato anche un peso per lei?
«La sua ombra c’è sempre stata, non dico il suo fantasma, ma la sua ombra sì. Per me, un confronto impari. In tanti mi hanno parlato di lui, quelli che l’avevano conosciuto, intendo. Papà teneva qui in ufficio la sua fotografia appesa al muro, sempre con un mazzo di fiori freschi. Venne creato il motore Dino, e poi la celebre Dino Ferrari. Mio fratello è un’entità che non c’è, ma c’è sempre stata».

Torniamo al cognome. Quando divenne il suo?
«Soltanto nel 1979, però accostato a quello di mia madre: infatti mi chiamai Piero Lardi Ferrari. Del resto era stata la condizione posta da Laura, la moglie di papà: “Il ragazzino non dovrà chiamarsi Ferrari finché sarò viva io”. Laura Garello morì nel 1978, e tre anni prima era stato riformato il diritto di famiglia. So che mio padre non poteva darmi prima il suo cognome, per rispetto di Dino. Però, adesso posso dirlo, non era facile chiamarsi Lardi quando tutti sapevano chi fosse mio padre».

Anche nel film c’è questa scena di Laura che dice a Enzo di non dare mai il cognome al bambino. Penélope Cruz, che interpreta la moglie di Ferrari, ha scelto una rappresentazione molto intensa, a tratti drammatica. Laura era così?
«Non l’ho mai conosciuta. Ci siamo incrociati una volta soltanto, al cimitero, in occasione del funerale di mia nonna. Lei mi guardò, io la guardai. Sinceramente, non ho mai avuto curiosità di conoscerla, papà non ne parlava. Erano due mondi paralleli ed è stato meglio così, ed era un’altra Italia. È vero, nel film c’è quella scena, non però la risposta di mio padre che aggiunse: “Va bene per il cognome, ma i soldi vanno a Piero”. E io non ho mica ereditato tutto alla sua morte: già nel 1969, mio padre mi intestò il 10 per cento delle azioni, anche se come dipendente ero pagato meno di tutti: temeva che si parlasse di favoritismi».

La fabbrica è a trenta metri. C’è odore di pulito, un nitore lievemente ospedaliero. Tutto è ordinatissimo. Gli operai lavorano nelle loro postazioni dove scorrono le Ferrari una dietro l’altra e ognuna diversa, meravigliose già durante il montaggio, rigorosamente a mano. Occorrono millecento passaggi per arrivare all’inarrivabile prodotto finito. Il luogo dove il motore viene calato dentro la scocca si chiama “la stazione del matrimonio”, e non è il caso di aggiungere altro. Nell’hangar a fianco ci sono invece le Ferrari d’epoca, che fortunati clienti portano a rimettere in ordine. La bellezza di queste forme, la morbidezza delle curve. E i colori, le vernici come smaltate nel tempo dal loro primo giorno.

Torniamo in ufficio. Piero infila le dita nella tasca della giacca, estrae gli occhiali da sole e li indossa: ora è davvero l’impressionante sosia del Drake: «Ecco, le presento Enzo Ferrari». Sorride.
Ingegnere, chi era veramente suo padre?
«Un personaggio complesso, un uomo col dolore dentro, e questo il film di Mann lo racconta molto bene e con il garbo necessario. All’attore protagonista, Adam Driver, ho mostrato come camminava papà, come spostava il corpo, insomma i suoi gesti abituali. Driver scriveva tutto sul taccuino. Enzo Ferrari era molto sensibile, si commuoveva e non solo da vecchio. Aiutava tanta gente senza dirlo, io stesso non ne sapevo nulla. Quante lettere di ringraziamento sono arrivate dopo la sua morte».

Nell’immaginario popolare è però passata l’idea che Ferrari amasse più le automobili dei piloti.
«Una stupidaggine. Voleva bene a quei ragazzi, trascorreva tanto tempo con loro, li portava in trattoria. Papà non era certamente un cinico, un duro nell’anima. Tuttavia, mi ripeteva: “Piero, non ti affezionare ai piloti perché un giorno ti lasceranno: o muoiono, oppure passano alla concorrenza”. Io però un grande amico l’ho avuto, era Lorenzo Bandini che morì nel rogo di Montecarlo nel 1967. Da allora, e per molto tempo, papà non ha più voluto piloti italiani. Sono stato amico anche di Lauda. Ricordo il giorno in cui ci disse che se ne sarebbe andato, io e mio padre lo attendevamo in ufficio. “Cosa ci chiederà? Il doppio?” mi domandava. L’addio non se l’aspettava minimamente. Forse Montezemolo qualcosa sapeva, ma non ci disse nulla».

Che rapporto aveva Enzo Ferrari con la morte degli altri?
«Ogni volta che accadeva una disgrazia, si domandava se fosse colpa nostra o del pilota: non si sarebbe mai perdonato un errore fatale. Certamente, il prezzo pagato in vite umane è stato altissimo, specie in quegli anni 50 di cui parla il film. La sicurezza era quella che era, a pagare erano i piloti».

Suo padre ha amato molto anche Villeneuve.
«Lo criticava solo per i rischi non necessari che si prendeva, però Gilles gli piaceva tanto. Arrivò in Ferrari con appena un gran premio di Formula 1 alle spalle, e subito capimmo che avrebbe cavato il cento per cento da ogni vettura. Guidava come un pazzo. Una volta, in autostrada dal Principato verso Genova, a bordo di una Ferrari 308 spinta a manetta fece apposta un testacoda per entrare contromano in una stazione di servizio che aveva saltato, perché l’auto era in riserva. Quando prese il brevetto per gli elicotteri, volava a vista da Montecarlo a Maranello, seguendo il corso dell’autostrada e scendendo di quota per leggere i cartelli stradali».

Disse un giorno suo padre: “Il prezzo del successo può essere terribile”. È andata davvero così?
«Per lui lo è stato: uno slalom tra gloria e tragedie, ma alla fine ha vinto».

E lei, ingegnere, che cosa pensa di essere?
«Non solo il cognome che porto».

Sul Venerdì del 15 dicembre 2023

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