La ricetta della sbrisolona. Da gustare con Virgilio
di Tommaso MelilliNel libro settimo dell’Eneide, Enea e famiglia si ritrovano a un certo punto da qualche parte nel Lazio, in mezzo al nulla, e decidono di fare un picnic.
Secondo gli usi del tempo, si posava per terra una grande focaccia di farro secca, sopra la quale si mettevano le cose da mangiare, fungendo quindi al tempo stesso da tovaglia e da piatto. Senonché, quella volta, stremati da anni di lungo vagabondare per il Mediterraneo, hanno talmente fame e talmente poco da mangiare che, come a un certo punto Iulo esclama: «etiam mensas consumimus». L’equivalente di questa espressione, nell’italiano corrente, è in realtà molto diffusa: nello specifico risuona nelle mie orecchie la voce di mia madre quando mi vede molto affamato e dice, appunto: «mangeresti anche il tavolo».
La parol…
Nel libro settimo dell’Eneide, Enea e famiglia si ritrovano a un certo punto da qualche parte nel Lazio, in mezzo al nulla, e decidono di fare un picnic.
Secondo gli usi del tempo, si posava per terra una grande focaccia di farro secca, sopra la quale si mettevano le cose da mangiare, fungendo quindi al tempo stesso da tovaglia e da piatto. Senonché, quella volta, stremati da anni di lungo vagabondare per il Mediterraneo, hanno talmente fame e talmente poco da mangiare che, come a un certo punto Iulo esclama: «etiam mensas consumimus». L’equivalente di questa espressione, nell’italiano corrente, è in realtà molto diffusa: nello specifico risuona nelle mie orecchie la voce di mia madre quando mi vede molto affamato e dice, appunto: «mangeresti anche il tavolo».
La parola mensa, in latino, indicava molte cose: il tavolo, il banchetto, il piatto, e di conseguenza quelle focacce secche che venivano usate come piatto, e che – deduciamo – di solito non venivano consumate. Con ogni probabilità, quelle focacce intrise dei succhi di ciò che ci stava sopra, non venivano buttate, ma le mangiavano in seguito gli schiavi, di cui la letteratura latina parla notoriamente poco o nulla.
Quel passo dell’Eneide, che cade proprio a metà del poema, è però fondamentale: una profezia aveva annunciato agli esuli di Troia che avrebbero saputo dove fondare la nuova città (cioè Roma), quando sarebbero stati talmente affamati da mangiare anche le mense. Questi versi vengono molto spesso citati negli ultimi anni, perché alcuni ritengono che in quel disco di focaccia secca si possa riconoscere la prima menzione della storia della pizza, o della piadina, non si capisce.
Sia come sia, questa storia del disco di pasta secco mi ha ricordato un dolce tipico della città in cui nacque Virgilio, e cioè Mantova, che vanta anch’esso origini remote e, naturalmente, confuse: la sbrisolona. La ricetta autentica si perde nella notte dei tempi, ed è un dibattito appassionante che, purtroppo, non si può condurre qui.
Ricetta: la sbrisolona
Ingredienti
100 gr di farina bianca
100 gr di farina di mais fioretto
100 gr di mandorle non pelate
100 gr di strutto (o di burro) a temperatura ambiente
100 gr di zucchero
1 uovo
Come procedere:
Preriscaldate il forno a 160°. Frullate per pochi secondi le mandorle con lo zucchero, devono soltanto spezzettarsi, non ridursi a farina. Versate tutte le polveri nella ciotola di una planetaria, montate l’accessorio a foglia, e aggiungete il burro o lo strutto a pezzetti. Attivate la planetaria a bassa velocità e lasciate girare per 5 minuti. Aggiungete l’uovo e girate un altro minuto. Sbriciolate l’impasto ottenuto con le dita, facendolo cadere in una teglia fra i 20 e i 24 cm. Disponete le “briciole” di impasto in modo uniforme, pressate leggermente e infornate per 40 minuti.
Sul Venerdì del 22 dicembre 2023