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Coldiretti, la potenza giallo-verde dalla sovranità alimentare a quella politica

Dai tempi della Dc è un’associazione capillare e potentissima. Adesso, con il governo Meloni, Coldiretti sta passando dalla sovranità alimentare al sovranismo politico. Inchiesta
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I mercatini dei produttori con le bandiere gialle, la vanga e le tre spighe, e i fondi di investimento. Il quartier generale sul Quirinale, Palazzo Rospigliosi, e sportelli in quasi 6 mila Comuni. Il controllo dei consorzi agrari, punto di riferimento dei piccoli coltivatori, e l’alleanza con Bonifiche Ferraresi, primo proprietario terriero del Paese. L’italianità a oltranza e la partnership con McDonald’s; la Campagna Amica e la difesa dei fitofarmaci; le risorse del Pnrr e le battaglie contro multinazionali, accordi di libero scambio e carne coltivata. Oltre 340 mila aziende e un milione e mezzo di iscritti, e una galassia di società dal giro d’affari milionario. Un presidente che sfida a muso duro un parlamentare davanti alla Camera e un ministro dell’Agricoltura che subito scende in piazza al suo fianco. Il potere di Coldiretti è tutto questo: mille facce di un’associazione che è sindacato, corporazione e azienda, tenute insieme da un coerente progetto di egemonia culturale ed eco…

I mercatini dei produttori con le bandiere gialle, la vanga e le tre spighe, e i fondi di investimento. Il quartier generale sul Quirinale, Palazzo Rospigliosi, e sportelli in quasi 6 mila Comuni. Il controllo dei consorzi agrari, punto di riferimento dei piccoli coltivatori, e l’alleanza con Bonifiche Ferraresi, primo proprietario terriero del Paese. L’italianità a oltranza e la partnership con McDonald’s; la Campagna Amica e la difesa dei fitofarmaci; le risorse del Pnrr e le battaglie contro multinazionali, accordi di libero scambio e carne coltivata. Oltre 340 mila aziende e un milione e mezzo di iscritti, e una galassia di società dal giro d’affari milionario. Un presidente che sfida a muso duro un parlamentare davanti alla Camera e un ministro dell’Agricoltura che subito scende in piazza al suo fianco. Il potere di Coldiretti è tutto questo: mille facce di un’associazione che è sindacato, corporazione e azienda, tenute insieme da un coerente progetto di egemonia culturale ed economica sulle campagne e il cibo d’Italia. Un potere cresciuto in simbiosi con la politica, tutta, ma che con il governo Meloni ha trovato perfetta consonanza di idee e interessi.

Da un impero all’altro

Sotto i riflettori, con l’aggressione verbale al deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova, è finito il presidente Ettore Prandini, imprenditore agricolo bresciano e figlio di un ministro democristiano.

Ma in Coldiretti i presidenti durano solo un mandato mentre il segretario generale, da trent’anni, resta. È Vincenzo Gesmundo il vero sovrano del Secondo Impero Coldiretti, «abilissimo e istintivamente portato allo scontro», dice chi lo conosce. Classe 1954, laurea in filosofia, è entrato in Coldiretti nel 1981, all’epoca del Primo Impero, quando l’associazione era una costola della Dc e il potere in Federconsorzi – le strutture che forniscono ai contadini semi, macchinari, servizi – era spartito 51 a 49 con Confagricoltura. Piccoli da una parte, ex latifondo e grandi aziende dall’altra. Il crac miliardario dei consorzi, un anno prima di Tangentopoli, è l’inizio della fine della Prima Repubblica, ma nelle rovine Gesmundo vede un’opportunità: prendersi il monopolio della rappresentanza agricola, offrendolo a una politica fragile alla ricerca di consenso.

La Coldiretti di oggi è il prodotto di quella visione. Primo, la struttura. Una rete capillare di sportelli sul territorio, dove gli agricoltori possono chiedere consulenze, ottenere prestiti, assicurarsi contro le calamità: Intesa Sanpaolo e Cattolica, eredi della finanza bianca, sono grandi partner. Una gestione centralizzata, c’è chi dice «militaresca», in cui i presidenti regionali sono scelti e stipendiati da Palazzo Rospigliosi. Le quote degli iscritti – 35 milioni di euro l’anno – alimentano la struttura e generose buste paga: quella di Gesmundo nel 2014, 1,8 milioni di euro, fu oggetto di interrogazione parlamentare. Secondo, portare quel milione e mezzo di agricoltori nei tiggì, sui giornali e a diretto contatto con chi mangia. È la linea che porta a Campagna Amica, rete di mercati dei produttori, piccoli, buoni e italiani. Terzo, non importa se in contraddizione, estendere l’impronta di Coldiretti in orizzontale, strappando le grandi aziende a Confagricoltura, e in verticale, lungo la filiera industriale del cibo.

Un puzzle perfetto

Filiera è una parola chiave e qui le operazioni sono due. La prima si chiama Filiera Italia, alleanza tra coltivatori, industriali come Cremonini, il maggiore trasformatore di carne, e distribuzione. La seconda è la creazione di un campione italiano dell’agricoltura, in cui Gesmundo si allea con Federico Vecchioni, ex presidente dei rivali di Confagricoltura che fa il cambio di casacca. Insieme a vari soci di peso, la Fondazione Cariplo, la farmaceutica Dompè, Cassa depositi e prestiti, poi anche Eni e Intesa, Vecchioni compra Bonifiche Ferraresi, prima azienda agricola italiana per superficie, quotandola in Borsa come BF. Nel frattempo Coldiretti ha creato un nuovo veicolo, Consorzi agrari d’Italia, Cai. E nel 2020 il sodalizio si compie: i consorzi agrari sopravvissuti – che Coldiretti controlla, silenziando le opposizioni – conferiscono il loro patrimonio a Cai, diventandone insieme i soci di maggioranza, mentre BF entra con la singola quota più grande. Amministratore delegato è Gianluca Lelli, capo dell’area economica Coldiretti, Vecchioni è consigliere delegato, Gesmundo siede nel consiglio di BF. La filiera è coperta da monte – le sementi – a valle – i prodotti dei campi, passando per i servizi agricoli. L’Antitrust non ha da eccepire, non c’è posizione dominante. Ma potere sì, tanto, e uno squarcio su come viene esercitato si apre quando Sis, parte della galassia e prima società italiana dei semi, viene accusata di pratiche anticoncorrenziali nella vendita del grano duro Senatore Cappelli, su cui ha il monopolio. Le mail interne raccolte dall’Autorità confermano le accuse: Sis vende i semi solo a condizione che gli agricoltori le conferiscano il raccolto e solo alle aziende “targate” Coldiretti. Pratiche che proseguono almeno fino al 2019 e portano a una multa – irrisoria – di 150 mila euro.

Milano, 1° ottobre 2022: la leader di Fratelli d’Italia e neopremier, Giorgia Meloni, parla dal palco del Villaggio Coldiretti  (Ansa)

 (ansa)

Conte, il presidente agricolo

Il fatto è che in un mondo reso più insicuro da pandemie e guerre il libero mercato è in declino mentre la sovranità alimentare in grande ascesa. Proprio durante il primo lockdown è stato il premier Conte («un presidente agricolo», si definisce ospite di Coldiretti) a inserire l’agroalimentare tra i settori strategici soggetti a Golden Power, al pari della Difesa o delle Telecomunicazioni. E due anni dopo è il governo di Draghi – che con Gesmundo si da del tu, racconta chi ha assistito – ad esercitarlo per la prima volta, bloccando l’acquisizione della multinazionale italiana dei semi Verisem da parte del colosso svizzero della chimica Syngenta, controllato da un’azienda di Stato cinese. «I semi italiani sono salvi», esulta Coldiretti. Ed esulta anche BF, che aveva perso l’asta e adesso invece appare favorita per comprarsi l’azienda.

La sovranità alimentare, del resto, è idea che piace anche a sinistra: Slow Food l’ha promossa a lungo. Ma il confine tra sovranità e sovranismo è labile, e salta quando la destra vince le elezioni. Meloni affida il ministero dell’Agricoltura al Cognato d’Italia Francesco Lollobrigida e la bandiera gialla della sovranità alimentare ne diventa denominazione ufficiale, con la premier che sceglie il villaggio Coldiretti per la sua prima uscita ufficiale da premier. Come se non bastasse, Lollobrigida ha da poco nominato capo di gabinetto Raffaele Borriello, che torna al ministero dopo una parentesi al vertice dell’area legislativa Coldiretti. Non stupisce allora che nella revisione del Pnrr negoziata dal governo Meloni le risorse per l’agricoltura, e in particolare per i contratti di filiera – sempre lei – siano raddoppiate a 6,5 miliardi. Ed è una semplice fotografia dei rapporti di forza il fatto che nella graduatoria dei progetti finanziati molti sono targati Coldiretti: quattro dei primi 50 sono proposti da David Granieri, presidente del Lazio e vicepresidente nazionale; otto da Raffaele Grandolini, responsabile finanza dell’associazione. Stupisce forse di più che Coldiretti e BF abbiano già presentato anche un progetto per il Piano Mattei, il grande disegno di Meloni per la cooperazione con l’Africa, visto che non è ancora stato varato.

Ma tutto fa pensare che la loro proposta, 40 mila ettari da coltivare tra Algeria, Egitto, Angola e Ghana, vendendo il raccolto ai governi locali, troverà posto. A chiudere il cerchio, l’investimento di Vecchioni in Sei, la società di Belpietro che edita La Verità e Panorama, in difficoltà finanziaria. Intervento apprezzato dai meloniani, si dice, perché evita un monopolio sulla stampa di destra dell’imprenditore Antonio Angelucci, leghista. Ovviamente la legge che vieta la produzione in Italia di carne coltivata in vitro, o come dice Coldiretti “artificiale”, è stata messa su una corsia preferenziale, approvata il primo dicembre nonostante quella carne in Europa non sia nemmeno autorizzata. Una battaglia combattuta dai “gialli” con attacchi frontali – per esempio alla scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo e i «professoroni che mangiano fiorentine a go go» (Gesmundo) – e dosi massicce di disinformazione sulla sua presunta pericolosità. Ma Coldiretti ne ha combattute e vinte tante anche a Bruxelles, dove può contare sull’appoggio dell’ex ministro ed europarlamentare Pd Paolo De Castro, da un anno presidente di Filiera Italia. Per esempio quella per affossare il piano Ue sulla biodiversità, che prevedeva di ridurre del 50 per cento l’utilizzo dei fitofarmaci entro il 2030. O quella per escludere gli allevamenti dalla riduzione delle emissioni.

Questa deriva – sovranista, antiscientista, di difesa a tutti i costi dell’italianità, buona o cattiva, pulita o sporca – sta portando vari mondi, in passato vicini a Coldiretti, a prenderne le distanze. La galassia ambientalista per esempio, ma anche Slow Food che dopo l’ennesimo accordo con McDonald’s all’insegna della “sostenibilità” ha precisato che quella parola per lei non ha lo stesso significato. C’è poi una parte di addetti ai lavori che si chiede se la narrativa del piccolo agricoltore antico aiuti davvero una campagna che soffre di nanismo imprenditoriale e margini all’osso. O una filiera alimentare che, come tutta l’industria italiana, vive anche di trasformazione alimentandosi di materie prime importate.

Braccianti e finanza

La domanda è: chi rappresenta Coldiretti? Ed è difficile capire se sia ancora la larga base dei contadini, le grandi aziende con cui è alleata, i consumatori; tutti, o solo se stessa. «Coldiretti ha sviluppato un’egemonia culturale, facendo leva su un paradigma potentissimo di consenso come il cibo italiano», dice Emanuele Bernardi, professore di Storia Contemporanea alla Sapienza e autore di un libro sui primi decenni dell’associazione. «È piena di contraddizioni, parla ancora dei contadini come fossero braccianti e intanto è coinvolta in operazioni di finanziarizzazione dell’agricoltura, è mercantilista nella promozione del made in Italy all’estero e protezionista. Sono contraddizioni che potrebbero anche esplodere, ma il fatto è che narrazioni diverse non esistono». Se ne serviva ulteriore dimostrazione, l’ha data il Villaggio Coldiretti che a ottobre ha colorato di giallo il Circo Massimo. Hashtag #iostoconicontadini, centinaia di banchetti di produttori e una quarantina di grandi aziende, con sfilata della politica, governo, maggioranza e opposizione. Vecchia lezione democristiana, buona anche per il Secondo Impero: il potere logora chi non ce l’ha.

Sul Venerdì del 15 dicembre 2023

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