Conosco più di una persona che è tornata delusa da un viaggio a Gerusalemme. Troppi turisti, troppi negozi che vendono paccottiglia, troppo caos nella Città Santa per eccellenza, dove si aspettavano che ogni pietra trasudasse spiritualità e invitasse alla meditazione. Chissà cosa penserebbero andandoci oggi, quando, scrive la nostra inviata Francesca Caferri nel suo reportage sul Venerdì di questa settimana, "chi osasse avventurarsi nei vicoli di Gerusalemme alla vigilia di questo Natale di dolore e sangue troverebbe un compagno fedele: il silenzio". E il luogo più silenzioso, continua, è «la Basilica del Santo Sepolcro... Dove folle di pellegrini attendevano ore per raccogliersi sulla pietra che accolse il corpo di Cristo, non c'è nessuno".
Quella nell'immagine in alto è appunto la facciata della Basilica come appare su Google Street View, in una foto scattata nel 2011: altri tempi. A guardar bene in alto, appoggiata sotto una finestra su una sporgenza della facciata, si vede una scala di legno: è la famosa scala inamovibile. Sta lì dal Settecento, quando il Sultano ottomano fissò con un meticoloso decreto la divisione degli spazi del Santo Sepolcro (e di altri siti cristiani) tra le varie comunità religiose che se li contendevano, spesso venendo alle mani o peggio: cattolici, ortodossi greci, armeni, etiopi, siri e copti. È il cosiddetto Statu Quo, rinnovato da vari accordi fino a oggi: nella Basilica nulla può essere cambiato o spostato senza l'accordo di tutte e sei le comunità. E quindi la scala non si tocca.
Quella scala possiamo vederla come il simbolo di un'ostilità rimasta immutata nei secoli dei secoli. Ma in un altro senso è anche un simbolo di pace: una pace precaria, agguerrita, una pace nata da un compromesso ridicolo, ma pur sempre una pace. Così come l'immagine qui sotto: un negozio di souvenir nella Città vecchia che vende sia le magliette con su scritto "Don't worry, I'm Jewish" sia quelle con il volto di Arafat. Una pace che aiuta a far soldi, una pace mercantile, forse opportunista, ma pur sempre una pace. Nel disastro di questi giorni, non credo che potremmo sperare di più. Buon Natale a tutti noi.
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