Delitto Matteotti, lo storico: «Fu Mussolini a ordinarlo, non ci sono dubbi»
di Marco CicalaUna tavola di Marco De Angelis, che racconta l'anatomia di un assassinio
MILANO. Faccio due passi fino all’ex hotel Diana, oggi Sheraton Diana Majestic, quattro stelle. È in una suite di questo albergo che, nel maggio 1924, il tesoriere del movimento fascista Giovanni Marinelli avrebbe proposto allo squadrista Amerigo Dùmini, trentenne fiorentino nato negli Stati Uniti, l’uccisione del leader socialista Giacomo Matteotti, «vero e unico avversario tenace e incorruttibile del fascismo». Lo riferì lo stesso Dùmini in un controverso memoriale. Altri venti minuti a piedi e arrivo nella vecchia bottiglieria, oggi trattoria, di via Cerva. Era il punto di ritrovo di quella che sarebbe diventata la manovalanza dell’operazione Matteotti. Oltre al capobanda Dùmini, il commando era composto dagli arditi milanesi Albino Volpi, Giuseppe Viola, Amleto Poveromo e Augusto Malacria. Di età comprese tra i 28 e i 36 anni, reduci talvolta valorosi della Grande guerra, erano una ghenga di sbandati, riconvertiti, per fede o per pecunia, alla violenza politica del randello e del …
MILANO. Faccio due passi fino all’ex hotel Diana, oggi Sheraton Diana Majestic, quattro stelle. È in una suite di questo albergo che, nel maggio 1924, il tesoriere del movimento fascista Giovanni Marinelli avrebbe proposto allo squadrista Amerigo Dùmini, trentenne fiorentino nato negli Stati Uniti, l’uccisione del leader socialista Giacomo Matteotti, «vero e unico avversario tenace e incorruttibile del fascismo». Lo riferì lo stesso Dùmini in un controverso memoriale. Altri venti minuti a piedi e arrivo nella vecchia bottiglieria, oggi trattoria, di via Cerva. Era il punto di ritrovo di quella che sarebbe diventata la manovalanza dell’operazione Matteotti. Oltre al capobanda Dùmini, il commando era composto dagli arditi milanesi Albino Volpi, Giuseppe Viola, Amleto Poveromo e Augusto Malacria. Di età comprese tra i 28 e i 36 anni, reduci talvolta valorosi della Grande guerra, erano una ghenga di sbandati, riconvertiti, per fede o per pecunia, alla violenza politica del randello e del pugnale. Di ognuno di loro c’era traccia nel casellario giudiziale, con precedenti che andavano dai traffici illeciti alla rapina, dalla diserzione alla bancarotta fraudolenta.
Convocati da Dùmini per una riunione preparatoria, già il 22 maggio alcuni dei sicari si incontrano a Roma nell’Hotel Dragoni, oggi scomparso, in largo Chigi. Il 30 maggio, Matteotti pronuncia a Montecitorio il celebre discorso con cui denuncia le violenze e i brogli compiuti dai fascisti per condizionare l’esito delle elezioni del 6 aprile che li hanno visti stravincere guidando l’alleanza del cosiddetto “Listone” (Partito Nazionale Fascista più ex nazionalisti, liberali di destra, popolari). Il grande oppositore chiede che lo scrutinio venga invalidato, ma corre voce che per i giorni successivi abbia in canna un altro intervento, ancora più dirompente. Matteotti avrebbe raccolto le prove di una trama corruttiva nella quale sarebbero coinvolti i vertici del governo e dell’apparato fascista. È troppo. Il deputato va messo a tacere. A inizio giugno cominciano i primi sopralluoghi intorno alla sua abitazione.
Con la moglie Velia e i figli Giancarlo, Matteo e Isabella, il segretario del Psu (Partito Socialista Unitario) vive al civico 40 di via Giuseppe Pisanelli, a cinquecento metri da piazza del Popolo. Matteotti, 39 anni, da Fratta Polesine (Rovigo), è un tipo metodico. Se ne studiano gli orari, le abitudini. Inizialmente si è pensato di accopparlo durante un previsto viaggio a Vienna e di scaricare la responsabilità sull’estrema destra austriaca, ma all’ultimo il deputato ha disdetto la trasferta e adesso bisogna far presto. La data dell’agguato viene fissata a Roma per il 10 giugno, un martedì. Intorno alle 16.30 una Lancia Kappa nera è appostata in via degli Scialoja, all’angolo con il Lungotevere Arnaldo da Brescia. Dietro le tendine abbassate della berlina, Malacria è pronto al volante, Dùmini fuma nervosamente, Poveromo e Volpi siedono accaldati sugli strapuntini posteriori, Viola si lamenta per un attacco d’ulcera quando ecco apparire Matteotti. Senza cappello, abito grigio, scarpe di camoscio e cravatta in tinta, si è incamminato verso la fermata del tram che lo porterà a Montecitorio. In quei giorni l’attività parlamentare è sospesa, ma nella biblioteca della Camera lui prepara il j’accuse sulle bustarelle che presumibilmente lancerà in aula l’indomani, e che i fascisti temono come un terremoto.
L’imboscata è selvaggia: «Gli saltano addosso in tre, Matteotti ne respinge uno buttandolo a terra, ma gli altri due lo colpiscono fino a tramortirlo e lo caricano sulla macchina che si sta avvicinando» racconta, sulla base delle testimonianze, lo storico Mauro Canali. Apparso nel 1997 dal Mulino e ripubblicato nel 2004 in una versione più snella, il suo Il delitto Matteotti è diventato il testo di riferimento sulla vicenda. L’anno prossimo ne uscirà un’edizione arricchita per il centenario della morte. Un anniversario, quello matteottiano, che nella temperie politica e culturale vigente si preannuncia agitato. Ne parleremo. Ma ora riveniamo all’aggressione: «Sull’auto», continua Canali, «Matteotti si riprende, si dimena. Con un calcio spacca il vetro che divide l’abitacolo dal posto di guida e riesce a gettare fuori dal finestrino la tessera di deputato. Poi la macchina parte a gran velocità verso Ponte Milvio e la campagna».
Un passante la vedrà procedere a zigzag, tant’era furibonda la colluttazione all’interno.
«Altri riferiranno che correva a clacson spiegato, forse per coprire le urla del rapito».
Memore anche di una precedente aggressione subìta nel ’21, Matteotti reagisce con inaspettata energia e squinterna i piani del commando.
«Volevano ucciderlo. Ma non avevano previsto di farlo in macchina».
Una pugnalata al cuore. Probabilmente inflitta da Volpi.
«Forse. Però con un cadavere a bordo i sicari non possono più sbarazzarsene come avevano programmato».
Cioè?
«L’idea era di eliminarlo in aperta campagna e di fare sparire il corpo nella calce viva, in modo che non fosse più ritrovato».
Dove?
«Non lo sappiamo, ma non di certo nella boscaglia della Quartarella, in prossimità della via Flaminia, dove il 16 agosto i resti di Matteotti saranno rinvenuti dentro una fossa approntata alla bell’e meglio. Era nudo, uno scheletro. Lo identificarono dai denti».
Se il luogo inizialmente scelto per il seppellimento era un altro, perché una volta compiuto il misfatto non lo portarono lì?
«Stando a quanto raccontò Dùmini nel suo testamento segreto, perché nella zuffa la macchina si era allontanata in direzione opposta. Raggiungere il posto prestabilito li avrebbe costretti a riattraversare Roma rischiando i controlli della cinta daziaria. Un rischio che forse gli assassini non si sentirono di correre. Giravano con un morto ammazzato a bordo, erano imbrattati di sangue».
Matteotti viene sequestrato intorno alle 16.30. Ma la Lancia Kappa sarà lasciata nel cortile del Viminale – non proprio un parcheggio qualsiasi – alle 22.30. C’è dunque un buco di sei ore. È credibile che, come si disse, gli squadristi siano andati in confusione vagando spersi nella campagna romana per tutto quel tempo?
«Difficile immaginare che gente della tempra criminale di Dùmini e Volpi si sia fatta prendere dal panico. È invece assai probabile che alcuni di loro siano rimasti a sorvegliare il cadavere nel bosco, mentre gli altri tornavano in auto a Roma per consultarsi con i mandanti e ricevere disposizioni su come sistemare la faccenda ora che il piano originario era andato in fumo. In sei ore avrebbero poi potuto tranquillamente recuperare il resto della banda alla Quartarella, che distava una ventina di chilometri dal luogo del rapimento. Probabilmente da questo incontro prese forma un altro piano, quello che poi vedremo svolgersi. Sappiamo comunque che quella sera gli squadristi non rientrarono in albergo. Li avrebbero notati. Erano sporchi di sangue. Andarono a cambiarsi da qualche altra parte».
Torniamo agli istanti del sequestro. L’ora era calda e le strade deserte, eppure più testimoni assistettero all’aggressione.
«C’erano uno spazzino e alcuni ragazzini che risalivano dal Tevere dopo aver fatto il bagno. Però la testimonianza più attendibile fu quella di un abitante che era affacciato alla finestra e in più deposizioni ribadì di aver visto, escluso il guidatore, cinque assalitori. Ad avventarsi su Matteotti ci sarebbe stato quindi un sesto uomo. In realtà gli inquirenti sospettarono che, con ruoli diversi, fossero materialmente coinvolti nell’agguato altri tre soggetti, ma si riuscì ad accertare la presenza sul luogo dei soli Dùmini, Volpi, Viola, Poveromo e Malacria».
Ad imprimere subito una svolta alle indagini furono sette cifre: 5512169.
«Era il numero di targa della Lancia utilizzata per la missione omicida».
E qui il delitto Matteotti assume contorni da autentico romanzo giallo.
«Ad appuntarsi la targa fu una coppia di portieri, Domenico ed Ester Villarini. La sera precedente, il 9 giugno, avevano notato la Lancia aggirarsi in prossimità dell’abitazione di Matteotti. Si erano insospettiti perché nel quartiere erano avvenuti dei furti e quella vettura gli era parsa losca. Per questo i Villarini ne annotarono la targa. Una volta appresa dai giornali la dinamica del fattaccio comunicarono il numero agli investigatori».
La targa permise agli inquirenti di ricostruire la filiera del complotto grado per grado, dagli esecutori ai mandanti, fino all’anticamera del presidente del Consiglio, Benito Mussolini.
«Dai primi arresti in un garage risultò che la macchina era stata noleggiata per conto del Viminale da Filippo Filippelli».
Chi era?
«Un uomo con parecchie mani in pasta. Fascista della prima ora, era molto legato al fratello di Mussolini, Arnaldo, ed era stato messo a dirigere il Corriere Italiano, più che un giornale una centrale lobbistica. Filippelli era un procacciatore di fondi. Con scambi di favori faceva da tramite tra il governo e la grande industria: Fiat, Ansaldo, Piaggio...».
La notte del 10 giugno, a “missione compiuta”, Dùmini andò da lui a rapporto.
«Le testimonianze concordano: apparivano entrambi calmissimi e tranquilli. Certo, l’operazione non si era svolta secondo programma, ma c’era tutto il tempo per aggiustare le cose».
Fu la scoperta della targa a sconvolgere di nuovo i piani, accelerando gli eventi e scatenando un fuggi-fuggi da formicaio.
«Dopo alcuni tentativi di nasconderla, la macchina fu rintracciata nell’officina di un carrozziere di fiducia, con le tappezzerie strappate in procinto di essere sostituite».
Giudici e forze dell’ordine non erano ancora “fascistizzati” in blocco. E, per quanto il capo della polizia fosse il quadrumviro della Marcia su Roma Emilio De Bono, gli inquirenti ebbero inizialmente una relativa libertà di manovra per acciuffare i congiurati.
«Il 12 giugno, 48 ore dopo il delitto, Dùmini fu arrestato alla stazione Termini mentre si apprestava a partire per Milano. Volpi, Viola e Poveromo vennero presi nei giorni successivi. Malacria riuscì a riparare momentaneamente in Francia, ma poi sarà estradato. Anche Filippelli era ormai alle strette. Provò a raggiungere la Francia via mare dalla Liguria, ma fu bloccato il 17 giugno su una barca a motore».
Il lobbista consentì ai magistrati di arrivare a un livello superiore della cospirazione. Fillippelli era l’anello di congiunzione con la “Ceka” fascista, vera cabina di regia dell’intrigo. Ci ricordi di che cosa si trattava.
«Dopo la Marcia su Roma, Mussolini doveva mettere in sicurezza la sua rivoluzione. Per colpire gli avversari più pericolosi non poteva ancora servirsi della polizia ufficiale e ne creò una parallela, segreta: la Ceka. I cervelli di quell’organizzazione criminale erano Cesare Rossi, capo ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, e Giovanni Marinelli, segretario amministrativo del Partito fascista. Il primo si consegnò alla giustizia dopo una breve latitanza, l’altro fu arrestato».
Marinelli era quello che a inizio maggio ’24 avrebbe invitato Dùmini nell’hotel milanese per cominciare a mettere in pista l’operazione-Matteotti.
«Dùmini e gli altri formavano il braccio armato della Ceka. Lui era senz’altro il più intelligente di quel gruppo di killer».
Tenne sotto schiaffo Mussolini per anni.
«Diciamo che tra Mussolini e i congiurati finiti agli arresti si attivò un meccanismo di ricatti incrociati. Loro minacciavano di parlare se non fossero stati scarcerati, e lui li ammoniva come a dire: occhio, se cado io, voi resterete in carcere per il resto dei vostri giorni, se invece io mi salvo, troverò il modo di salvare anche voi. Insomma: assumetevi le responsabilità del delitto, ma tenendomi fuori dall’inghippo. Poi aggiusterò tutto».
Fu di parola. Riuscì a farli liberare con un’amnistia per i delitti politici e riformando il Codice penale in modo che gli assassini scontassero pene detentive irrisorie.
«I primi magistrati inquirenti vennero sostituiti con due asserviti al regime, uno dei quali addirittura il cognato di Farinacci. E al processo-farsa di Chieti passò la versione fascista della preterintenzionalità: l’omicidio di Matteotti non sarebbe stato volontario, bensì l’esito infelice di un rapimento attuato in modo maldestro. Sostennero di averlo sequestrato solo per interrogarlo ma che poi la cosa era finita male».
Col discorso del 3 gennaio ’25, Mussolini si assunse pubblicamente «la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto». Ma in effetti si chiamava fuori dall’affaire dipingendo genericamente il delitto come la disgraziata conseguenza di un clima politico violento. Carte alla mano, lei ha dimostrato invece che le sue responsabilità furono dirette, organizzative.
«Nelle dichiarazioni, nei vari memoriali e nella corrispondenza clandestina scambiata tra Dùmini e mandanti, che ho potuto rintracciare e pubblicare, si dice chiaramente che fu Mussolini a ordinare l’uccisione di Matteotti. Il che spiega anche i successivi sforzi da lui profusi per salvare i congiurati e garantire loro una notevole serie di benefici. Tutti gli assassini vennero in un modo o nell’altro ben sistemati».
Nel suo libro lei abbinava il movente politico del delitto a quello affaristico: Matteotti andava eliminato perché il 30 maggio aveva denunciato i brogli elettorali, ma anche perché si preparava a denunciare in Parlamento un giro di tangenti intascate da membri del regime fascista, compresi i due fratelli Mussolini, legate alle concessioni petrolifere per la compagnia americana Sinclair Oil.
«In aprile, durante un viaggio a Londra, Matteotti aveva già parlato di quegli scambi corruttivi ai dirigenti laburisti inglesi che successivamente li rivelarono sulla loro stampa. Ma, a parte questo, mettiamo in fila qualche data. Dal registro dell’Hotel Dragoni risulta che i componenti milanesi della Ceka fascista responsabili dell’omicidio vennero convocati da Dùmini a Roma il 22 maggio. Quindi otto giorni prima del famoso discorso con cui in aula Matteotti chiese che le elezioni truffa venissero invalidate. Passiamo a giugno: il giorno 8, una volta accertato che il leader socialista non è partito per Vienna e che quindi parlerà alla riapertura della Camera, Dùmini, visto sfumato il piano dell’omicidio all’estero, dà l’avvio al piano bis. Fa pervenire al complice Volpi, che sta a Milano, un telegramma con cui gli ordina di raggiungerlo urgentemente nella capitale assieme a un “abilissimo chauffeur”, che sarà Malacria. Il 9 giugno la Lancia viene consegnata a Dùmini e notata nella notte dai portieri vicino all’abitazione di Matteotti. L’11 giugno la Camera avrebbe riaperto e, come riportato anche dai giornali, Matteotti figurava in testa all’elenco dei deputati iscritti a parlare. Presumibilmente avrebbe denunciato lo scandalo-petroli. Per scongiurarlo non restava dunque che entrare in azione il 10 giugno».
“Fascistopoli”, ossia il movente affaristico, non stride con quello politico. Allora perché qualcuno le contesta questa sua lettura del delitto come troppo univoca?
«Non ho mai sostenuto che la pista tangentizia sia stata l’unico detonatore dell’omicidio. Dico invece che ne fu una concausa, perfettamente conciliabile con il movente politico. Sappiamo che il piano per sopprimere Matteotti si era messo in moto già da maggio e che il discorso del 30 lo accelerò. Ma perché si scelse di colpire proprio il 10 giugno e in pieno giorno? Tutto lascia pensare che fosse la data limite per impedirgli di parlare in aula l’indomani».
Che fine hanno fatto i documenti che Matteotti portava con sé quando venne rapito?
«Me lo dica lei».
Il rinvenimento del cadavere è un altro capitolo oscuro. Che interesse avevano i fascisti a farlo ritrovare?
«Fu un’operazione pilotata, una macabra messinscena allestita con la complicità delle forze dell’ordine. Era il piano di ripiego concordato la notte del delitto tra esecutori e mandanti. Il moto d’orrore e di sdegno, la grande risonanza nazionale ed internazionale del rapimento si erano affievoliti ma non erano cessati. E non a caso il corpo venne scoperto il 16 agosto, un sonnacchioso sabato semifestivo per la classe operaia, con il Parlamento chiuso e i deputati dell’opposizione quasi tutti in ferie. Dopo aver intorbidato le acque circa la matrice del sequestro omicida, paradossalmente si tentò di presentare il ritrovamento del cadavere come un titolo di merito, una dimostrazione di efficienza della polizia fascista».
Per l’incipiente regime l’omicidio Matteotti rappresentò una sorta di battesimo nel sangue.
«Fu uno spartiacque. Nel gennaio del 1925, Mussolini avvia la vera costruzione dell’impianto totalitario: assegna più potere ai prefetti, rafforza la censura, fa chiudere giornali, nomina a segretario del Partito Fascista il “duro” Farinacci il quale riapre le gabbie della violenza squadrista. Si gettavano così le fondamenta delle cosiddette “leggi fascistissime” che nel ’26 porteranno al regime del partito unico, alla dittatura».
Successivamente si provvide anche a neutralizzare l’onda lunga del delitto isolando la famiglia Matteotti dai contatti con il fuoriuscitismo antifascista e addirittura finanziandola.
«Per via di un azzardato acquisto fondiario, la vedova Velia si era ritrovata in grosse difficoltà creditizie e Mussolini intervenne in suo soccorso con l’impegno da parte della vedova di porre fine a qualsiasi tentativo di espatrio clandestino che per motivi propagandistici il regime temeva. In seguito, avrebbe cercato di far passare quel sostegno economico come prova della propria estraneità al delitto».
Nel dopoguerra gli eredi del fascismo come hanno convissuto con quel crimine originario?
«Sostanzialmente tacendo. Salvo qualche goffa versione innocentista, non esiste in pratica un solo libro su Matteotti che venga da quella sponda storiografica».
Immaginando che non l’avessero tolto di mezzo, quale sarebbe stata la collocazione politica di Matteotti nell’Italia repubblicana?
«Difficile dirlo. Era un riformista, ma un riformista radicale, con un’idea di socialismo incompatibile con il quadro liberal-borghese. Allo stesso tempo, però, i suoi princìpi di libertà e le sue convinzioni nonviolente gli avrebbero impedito qualsiasi ammiccamento verso i comunisti e Mosca. Del resto, il suo credo antitotalitario gli aveva già fatto prendere le distanze da quelle componenti del Partito Socialista che si erano mostrate più aperturiste e concilianti nei confronti di Mussolini».
Su Matteotti lei sta curando una grande mostra che si aprirà a febbraio a Palazzo Braschi, museo del Comune di Roma. Dunque, in territorio politicamente non ostile, governando nella Capitale un’amministrazione di centro-sinistra. Nell’epoca Meloni, le commemorazioni matteottiane faranno ripartire la giostra delle dispute storiche?
«Che dirle? Forse tornerà a levarsi qualche antistorica voce assolutoria nei confronti di Mussolini. Di sicuro il neofascismo più agitato proverà di nuovo a cavalcare impresentabili tesi “innocentiste”. Spero però che ci sia anche un’altra destra, un po’ più illuminata, che accetti ormai come un dato di fatto storicamente accertato che quel fascismo nacque da un morto ammazzato, che il regime fascista gettò le sue basi sul sangue di un martire antifascista. C’è da augurarsi insomma che si rassegni alla verità storica, facendosene una ragione e prendendo le distanze. Lo faranno? Lo spero. Ma chissà».
Sul Venerdì del 29 dicembre 202