Deficienza Umana
di Massimo GianniniLa copertina di Time del 26 dicembre 1982
Me la ricordo ancora, quella storica copertina. Era il 26 dicembre 1982, e Time aveva stupito e sparigliato. Per la prima volta, come “uomo dell’anno”, aveva scelto un non-umano: il personal computer. Nella foto, il Pc troneggiava su una scrivania, imperioso e iconico, mentre un individuo anonimo fatto di insulso gesso bianco lo contemplava in silenzio. Forse in estasi, forse in preghiera. Era l’inizio della rivoluzione informatica, che il newsmagazine simbolo della civiltà occidentale salutava e consacrava con un misto di ammirazione e di trepidazione. Oggi, quarantuno anni dopo, direi che ci risiamo. Time o non Time, “Uomo dell’anno” può essere ancora una volta un non-umano, cioè l’Intelligenza Artificiale. Più difficile da raffigurare, perché pura astrazione immateriale, ma per come la vedo io decisamente più invasiva e inquietante di un Pc. Dunque, gloria al New York Times, primo giornale del mondo ad avere portato davanti a un tribunale OpenAi e Microsoft per violazione del dirit…
Me la ricordo ancora, quella storica copertina. Era il 26 dicembre 1982, e Time aveva stupito e sparigliato. Per la prima volta, come “uomo dell’anno”, aveva scelto un non-umano: il personal computer. Nella foto, il Pc troneggiava su una scrivania, imperioso e iconico, mentre un individuo anonimo fatto di insulso gesso bianco lo contemplava in silenzio. Forse in estasi, forse in preghiera. Era l’inizio della rivoluzione informatica, che il newsmagazine simbolo della civiltà occidentale salutava e consacrava con un misto di ammirazione e di trepidazione. Oggi, quarantuno anni dopo, direi che ci risiamo. Time o non Time, “Uomo dell’anno” può essere ancora una volta un non-umano, cioè l’Intelligenza Artificiale. Più difficile da raffigurare, perché pura astrazione immateriale, ma per come la vedo io decisamente più invasiva e inquietante di un Pc. Dunque, gloria al New York Times, primo giornale del mondo ad avere portato davanti a un tribunale OpenAi e Microsoft per violazione del diritto d’autore. Ormai persino noi trogloditi analogici sappiamo come funziona, sua maestà l’algoritmo. Per “allenarsi”, ChatGpt e tutte le intelligenze generative devono esaminare, processare e memorizzare una mole impensabile di dati, notizie, parole, immagini, pescandoli da articoli di quotidiani e archivi digitali, siti Web e social network. Per poi poter sfornare autonomamente le proprie “informazioni”. Certificate dallo stesso Chatbot, quindi inverificabili. False, vere, verosimili.
Oggi all’insegna della satira: il Papa col piumone bianco, Trump arrestato per strada. Domani chissà, al servizio di un progetto politico: la discesa in campo di Musk, o un altro Milei con lo scolapasta in testa. La Commissione Europea ha varato un codice di regolamentazione, di cui sono chiari i principi ispiratori, molto meno le regole applicative. Staremo a vedere. Ma stiamo entrando in un tempo distopico e mefitico.
Per questo amo Paul Auster, il suo Baumgartner (appena uscito da Einaudi) e la sua visione corrosiva della vita umana intesa come un carosello di auto che sfrecciano e sbandano impazzite sulle autostrade della solitudine. Nel romanzo, Baumgartner scrive a sua volta un saggio su questo tema, e nel capitolo intitolato Il mito dell’auto a guida autonoma racconta un futuro in cui “ampi segmenti della popolazione rinunceranno volontariamente alla loro autonomia di individui capaci di pensare con la propria testa per riporre fiducia in un potere superiore (i numeri)”. Una “forza pitagorica” che alla fine sfugge necessariamente all’intelletto umano”. Disincarnata e comprensibile solo alle macchine guidate dagli algoritmi, che un po’ alla volta hanno preso il controllo di tutto. Direi che ci siamo già dentro fino al collo. Da vecchio luddista, temo le magnifiche sorti e progressive dell’Intelligenza Artificiale. Che avanza inesorabile, di pari passo con la Deficienza Umana.