✕

Viaggio a Venezia, sulle orme di Marco Polo

Una turista cinese in visita a Venezia si fa fotografare in compagnia dei piccioni di piazza San Marco davanti alla basilica (Alamy / Ipa)

 
Il mercante e viaggiatore moriva 700 anni fa. Ma che cosa resta di lui nella città natale? Siamo andati a curiosare. Proprio mentre l’Italia chiude le porte alla Via della Seta. Reportage
6 minuti di lettura

Il 2023 è stato un anno di grazia per la Venezia spa: il Covid è un ricordo e i turisti sono tornati. Più stranieri che italiani, più americani che cinesi, più a primavera che in autunno, ma va comunque alla grande. Sono tanti e sono ovunque: secondo la società di ricerca Sociometrica, a Venezia ce n’è cinquemila per ogni chilometro quadrato, tanto da garantire tutti i giorni almeno 76 (sicuri) visitatori su 100 (presunti) residenti. E il 2024 promette di correre ancora: ad aprile sarà introdotto il ticket di ingresso che farà felici le casse comunali ma non dissuaderà nessuno dallo sbarco in laguna, mentre un cruciale anniversario sta per rilanciare globalmente la sempre giovane e sorprendente storia della regina dell’Adriatico. Sì, perché tra tre giorni muore Marco Polo: sono 700 anni che «il più grande viaggiatore di tutti i tempi», come lo ha definito la Bbc, che pure di viaggiatori se ne intende, si è spento nella sua casa di Cannaregio. Muore a settant’anni, Marco Polo, dopo ave…

Il 2023 è stato un anno di grazia per la Venezia spa: il Covid è un ricordo e i turisti sono tornati. Più stranieri che italiani, più americani che cinesi, più a primavera che in autunno, ma va comunque alla grande. Sono tanti e sono ovunque: secondo la società di ricerca Sociometrica, a Venezia ce n’è cinquemila per ogni chilometro quadrato, tanto da garantire tutti i giorni almeno 76 (sicuri) visitatori su 100 (presunti) residenti. E il 2024 promette di correre ancora: ad aprile sarà introdotto il ticket di ingresso che farà felici le casse comunali ma non dissuaderà nessuno dallo sbarco in laguna, mentre un cruciale anniversario sta per rilanciare globalmente la sempre giovane e sorprendente storia della regina dell’Adriatico. Sì, perché tra tre giorni muore Marco Polo: sono 700 anni che «il più grande viaggiatore di tutti i tempi», come lo ha definito la Bbc, che pure di viaggiatori se ne intende, si è spento nella sua casa di Cannaregio. Muore a settant’anni, Marco Polo, dopo aver redatto un minuzioso testamento che sarà il pezzo pregiato della mostra che dal prossimo 6 aprile lo omaggerà a Palazzo Ducale. L’autore del Milione era prima di tutto un veneziano, e una targa sulla schiena del Teatro Malibran fa sapere che “Qui furono le case di Marco Polo, che viaggiò le più lontane regioni dell’Asia e le descrisse”. Da qui partì e qui tornò, con un’andata e ritorno tra San Marco e Kublai Khan che durò un quarto di secolo, e agli occhi dei suoi concittadini gli guadagna due meriti distinti: «Se oggi io, veneziano, penso a Marco Polo, lo ammiro per avere viaggiato sempre in pace, pieno di curiosità e senza una parola di disprezzo per le culture altrui» ci dice Marcello Bolognari, giovane filologo di Ca’ Foscari cui si devono le più recenti e brillanti scoperte d’archivio sul grande viaggiatore. «E poi lo ammiro per essere tornato, e avere investito nella sua città natale i denari e le conoscenze che aveva acquisito altrove». Siamo a Venezia, tanto tempo fa: l’8 gennaio saranno 700 anni, ma a inseguirne la storia tra le calli, Marco ha qualcosa da dire sui giorni nostri.

A caccia di fantasmi

Abbiamo appuntamento dietro Rialto, a pochi metri dal “condotto” che ogni giorno porta decine di migliaia di turisti dai treni di Santa Lucia alle meraviglie di San Marco. Appena dietro la Chiesa di San Giovanni Crisostomo c’è la calle del Milion, e poi la corte prima del Milion, e poi il sotoportego del Milion, e poi la corte seconda del Milion: era qui il quartier generale dei Polo, ed è qui l’epicentro della sua memoria. Lui era qui, ma qui non c’è nessuno: «Lei è il secondo cliente di oggi» si lamenta la signora Lucia, barista moldava dell’unico bacaro in corte. È di una gentilezza squisita, ma alterna un sorriso a un sospiro: dieci metri più in là c’è folla, qui solo il cronista in cerca di fantasmi. Il contrasto è forte, e sollecita spiegazioni immaginarie: che non sia più di moda il viaggiatore pacifico in tempi di massacri? Che sia stato emarginato dalla geopolitica assieme alla sua Via della Seta? Certo, l’anniversario capita a proposito per rianimare queste corti, e rimettere in circolo una delle più straordinarie vicende umane che la nostra storia ricordi: «La prima cosa che mi colpisce di Marco è che quando partì era un ragazzo di sedici anni» dice Pier Alvise Zorzi, cultore di storia veneziana come il padre Alvise, il nonno Elio, il bisnonno Alvise Piero e altri mille anni di Zorzi al servizio della Serenissima. «A quel tempo l’educazione mercantile prevedeva che si prendesse il largo molto presto, e ci si mettesse alla prova su una delle rotte per l’Oriente come balestrieri di poppa». Si viaggiava, si comprava, si vendeva e si scriveva: «La Repubblica imponeva ai patrizi di depositare una relazione scritta dei loro viaggi» continua Zorzi. «Marco non aveva questo vincolo, ma ebbe la fortuna di incontrare Rustichello da Pisa che, ascoltando i suoi racconti, fiutò il best seller e scrisse Il Milione».

Martedì grasso

Venezia è affollata e deserta: le luci di botteghe e trattorie non riescono a cancellare il buio che ai piani alti si spande ben oltre le corti del Milion. In una serata di dicembre, lontani dal pienone di Natale, si fa sentire più il contatore di Campo San Bartolomeo che segna il calo inesorabile dei residenti, che quello di Campo Santa Margherita che registra l’aumento costante dei posti letto per turisti. La città c’è tutta, manca l’energia dei suoi abitanti. Sarà per questo che settecento anni fa moriva un vecchio mercante, ma Venezia oggi vuole celebrare il giovane avventuriero: «Quando mi hanno proposto Marco Polo come tema del Carnevale 2024 non ero molto convinto: mi sembrava una storia fatta e finita, poco aperta all’anarchia del martedì grasso» ci dice Massimo Checchetto, storico direttore degli allestimenti della Fenice e da quattro anni mente artistica del Carnevale veneziano. «Poi ho capito che dovevo pensare alla notte prima degli esami: cosa passa per la testa di un ragazzo che sa che il giorno dopo partirà per l’Oriente?». Checchetto ricorda l’ultimo carnevale prima del Covid. Appena prima del tutti a casa, sperando che andasse tutto bene: «San Marco era piena all’inverosimile, ma una folla così concentrata non tornerà più: la pandemia ci ha lasciato in eredità un carnevale diffuso in città storica e terraferma». Oltre il palco di San Marco e lo spettacolo pirotecnico in Arsenale, i sogni del ragazzo Marco illumineranno decine di strade, piazze, calli e campielli: «Ci sarà molto rosso, molto oro, molta India e molta Cina» conferma Checchetto. Che non si affida alla storia, quasi neanche alla geografia: «Il segreto sono le emozioni: davanti alla meraviglia dell’ignoto siamo gli stessi ora come settecento anni fa».

L’ignoto non è dietro l’angolo: ci sono settemila chilometri da Venezia alla Cina. E ce ne sono altrettanti dalla Cina a Venezia: se i luoghi di Marco Polo sono deserti, via Piave a Mestre e calle dei Fabbri a Venezia si riempiono tutti i giorni di cinesi che cucinano, cuciono, vendono e incassano in negozi luccicanti o takeaway dimessi, senza perdersi d’animo, senza fermarsi un minuto. In un ristorante ci respingono con risposte sempre più lapidarie e sorrisi sempre più imbarazzati, in un altro la giovane titolare ci fa sedere comodi e non smetterebbe più di parlare. A farci da apripista sono i giovani di Passacinese, magnifica associazione che offre doposcuola e sostegno ai bambini cinesi della zona: «Tanti sono in difficoltà, perché magari hanno appena raggiunto i genitori in Italia dopo aver vissuto per anni con i nonni in Cina» chiarisce il mediatore culturale Marcello Feraco. Ma torniamo alla nostra ristoratrice: ti senti la nuova Marco Polo? Tu e i tuoi genitori siete gli eredi del grande esploratore? Ci sembra una domanda legittima: la Cina continua a essere tutt’altro che vicina, e le rotte mercantili di allora hanno più di qualche parentela con gli itinerari migranti di oggi. Siete voi i nuovi Marco Polo? «No, no, no, no, no» sorride la giovane cinese dalla cadenza veneta. «Lui voleva scoprire il mondo, noi solo fuggire dalla fame». Con noi intende suo padre: venticinque anni fa ha viaggiato per mesi da clandestino, tra violenze, soprusi e camminate estenuanti. Alla fine è arrivato dove voleva: non ha incontrato il Gran Khan, ma ha regolarizzato la famiglia. È passato tanto tempo. Si può dire che ce l’ha fatta? «Non lo so, oggi vorrebbe solo tornare al paese». Come Ulisse a Itaca. O come Marco Polo a Venezia.

Raffigurazione di Marco Polo a cavallo. Miniatura del Milione, 1298. Bibliothèque de l’Arsenal, Parigi ( Getty images )

 

Cultura o economia?

I cinesi di Venezia ormai sono ben inseriti, ma fino a qualche anno fa erano corteggiatissimi anche i cinesi di Cina. Ora meno: i turisti non sono ancora tornati, tutti gli altri non sono più così graditi. Tiziana Lippiello, sinologa e prima rettrice donna di Ca’ Foscari, non ama avventurarsi in considerazioni geopolitiche. Ma è un dato di fatto che le celebrazioni di Marco Polo iniziano all’indomani del ritiro dell’Italia dalla Via della seta: «Era un patto economico che non coinvolgeva le istituzioni culturali: tra università i rapporti sono rimasti quelli di sempre, ovvero di grande collaborazione». La rettrice ricorda ancora con riconoscenza il carico di mascherine partito nel marzo 2020 dalla Cina con destinazione Ca’ Foscari. E la delegazione del Museo di Shanghai, che a Venezia ha appena visitato la Biblioteca Marciana e l’archivio di Stato dei Frari: «A novembre anche loro hanno in programma una grande mostra su Marco Polo, e sono rimasti stupiti dalle pergamene che attestano l’effettiva presenza di Marco in Cina: inutile dire che vorrebbero poterle esporre». Anche questa è l’attualità del gran veneziano: un legame che offre 700 anni di resistenza a questa strana voglia di rompere tutti i legami.

Terraferma

E quindi, Marco Polo è uno di noi? Di certo, la sua Venezia oggi è una città in affanno: «Io sono rimasto, ma per noi giovani affittare casa è un’impresa quasi impossibile» ammette il filologo Bolognari. In corte seconda del Milion una coppia di mezza età sta per infilarsi in un portone. Abitate qua? «No speaking» ci rispondono. I contatori non mentono: oggi segnano 50.016 posti letto contro 49.238 abitanti. Lo sa anche Pier Alvise Zorzi, che ha alle spalle una caterva di secoli per auscultare il battito della città di mare: «Cosa vuole, oggi si pensa solo alla terraferma». Zorzi vorrebbe che i proprietari della Venezia storica si coalizzassero per contrastare l’indifferenza del Comune: «È un peccato, perché il sindaco Brugnaro è un imprenditore e poteva essere la persona giusta per rilanciare Venezia investendo gli indispensabili schei, magari pure i suoi».

E invece, gli schei spadroneggiano (pure i suoi), ma il rilancio latita. Almeno oggi. Perché tra tre giorni c’è un nuovo appuntamento, e i veneziani avranno un anno intero per meditare sullo spirito d’avventura del concittadino più illustre. Marco Polo non è un santo, ma non è detto che non faccia il miracolo di aprire nuove rotte: il bacino di San Marco è sempre lì. E oltre il Lido c’è il mare aperto. Basta la scia di un vaporetto per convincersi che la storia di Venezia sia ancora tutta da scrivere.

Sul Venerdì del 5 gennaio 2024

Leggi i commenti