Il Venerdì

Calcio, la squadra peggiore del mondo diventa un film

Un momento del film "Chi segna vince" del regista neozelandese Taika Waititi (in uscita l’11 gennaio). Racconta la storia di Thomas Rongen (Michael Fassbender) e della nazionale delle Samoa Americane

Un momento del film "Chi segna vince" del regista neozelandese Taika Waititi (in uscita l’11 gennaio). Racconta la storia di Thomas Rongen (Michael Fassbender) e della nazionale delle Samoa Americane

 

La nazionale delle Samoa Americane era la barzelletta del calcio. Poi coach Thomas Rongen cambiò le cose. Ora quella storia diventa un film. E lui ci dice come andò davvero

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Mentre tutta Europa assiste agli exploit del Girona nella Liga, sperando che si ripeta un’altra impresa simile a quella del Leicester, per far sognare i tifosi delle “squadrette” in lotta contro i paperoni del calcio, arriva al cinema dall’11 gennaio Chi segna vince del regista Taika Waititi (Oscar per la miglior sceneggiatura nel 2020 con Jojo Rabbit) che reinventa una delle più affascinanti underdog story degli ultimi anni: quella del coach Thomas Rongen (lo interpreta Michael Fassbender), chiamato nel 2011 a risollevare la nazionale delle Samoa Americane, allora ricordata negli annali per la peggior sconfitta di sempre nel calcio internazionale: un 31-0 patito dall’Australia nelle qualificazioni ai Mondiali del 2002.

«Allenavo la nazionale Usa under 20 e il presidente della Federazione mi chiese se volevo dare una mano alle Samoa», racconta Rongen. «Ho chiesto a un amico dove fossero le Samoa Americane e quando mi ha detto che erano isole vicino alle Fiji ho accettato. Solo dopo mi sono reso conto che erano la peggior squadra del mondo, in fondo al ranking Fifa». Rongen, 67 anni, che ci parla dalla Florida, dove fa il commentatore per i match dell’Inter Miami di Leo Messi, rappresenta il prototipo di olandese giramondo: a 21 anni ha lasciato l’AFC Amsterdam, dove era difensore, per giocare nella North American Soccer League, la lega ormai defunta e sostituita dal 1993 dall’attuale Major League Soccer, prima di intraprendere dal 1984 la carriera di allenatore. Fino a vincere la MLS Cup con il D.C. United nel 1999 e ad approdare alla nazionale.

Rongen oggi (67 anni) (Getty images)

Rongen oggi (67 anni) (Getty images)

 

«Le Samoa Americane non avevano segnato un gol in 20 anni. Quando sono arrivato ero preparato, perché avevo già allenato ragazzi in scuole e università, ma ho capito subito che quella squadra non meritava un passivo così ampio. Sapevo di poter colmare quel divario: tecnicamente erano ok, tatticamente e fisicamente dovevano migliorare. Ma la cosa più importante era trasformare una mentalità perdente in vincente».

Come ci è riuscito?
«Ho lavorato sulla psiche e ho detto loro che lottavamo contro tutto il mondo. Il simbolo di quelle sconfitte era il portiere, Nicky Salapu: dopo aver preso 31 gol, non voleva più giocare. Per strada la gente lo prendeva in giro. L’ho convinto a tornare e, quando abbiamo giocato e vinto 2-1 nelle qualificazioni contro Tonga, mi ha detto: mio figlio mi chiamava perdente e ora per lui sono un eroe!».

Come ricorda quella vittoria del 22 novembre 2011?
«Prima della partita ho capito che i giocatori ci credevano. Il gol vittoria l’ha segnato Shalom Luani, un ragazzino di 17 anni che avevo inserito io in squadra perché era forte fisicamente, e oggi fa il quarterback in Nfl. Ricordo che al fischio finale non sapevano come festeggiare. Non erano abituati».

Non solo ha portato la squadra a vincere una partita dopo 30 sconfitte consecutive in 17 anni. Ha fatto anche debuttare la prima giocatrice trans in una gara ufficiale Fifa.
«Al primo allenamento si è avvicinata a me una bellissima ragazza, difensore centrale e fa’afafine, come chiamano nelle Samoa le trans che in quelle isole sono molto rispettate. Le ho chiesto se dovevo chiamarla Johnny, col nome sul passaporto, o Jaiyah Saelua, come facevano tutti. Mi ha chiesto di usare il nome femminile, ed è diventata una delle colonne portanti della squadra».

Nel film i vostri personaggi non hanno un bel rapporto. E lei è dipinto come uno che beve e ha scatti d’ira.
«Quando l’ho visto ci sono rimasto un po’ male, ma il regista mi ha spiegato che doveva reinventare un po’ la storia perché fosse più hollywoodiana. Alla fine va bene così, purché il film renda onore a quell’impresa sportiva unica».

Quegli atleti giocavano per la gloria. Cosa ha insegnato a lei, che veniva dal calcio professionistico, quell’esperienza?
«Tantissimo dal punto di vista umano. Il mondo del calcio è cinico: lì ho ritrovato la gioia di quando giocavo da ragazzino. È stata la stessa passione che mi ha portato a emigrare da ragazzo alla scoperta del calcio americano, quando era ai suoi albori».

Il suo primo allenatore lì è stato Rinus Michels, il profeta del calcio totale.
«Da lui ho imparato tantissimo e il 4-3-3 è diventato per me un modello di riferimento negli anni da allenatore: ho sempre fatto giocare le mie squadre per segnare un gol in più degli avversari. Quando Michels mi scelse nei Los Angeles Aztecs per giocare insieme al mio eroe, Johan Cruijff, non potevo crederci. Mi ricordo che dopo una settimana Johan mi invitò a cena con la sua famiglia: giravamo per Los Angeles e nessuno lo riconosceva. Era felice, perché al Barcellona non poteva nemmeno uscire di casa».

Che ricordi ha della North American Soccer League?
«Giocavamo duro e ci divertivamo come matti: le feste erano piuttosto vivaci all’epoca, perché non c’erano i social media e potevi vivere come ti pareva. Ci godevamo gli anni del “sex, drugs e rock and roll”. Tutti i giocatori di quell’epoca hanno ricordi meravigliosi, soprattutto fuori dal campo. C’erano i migliori: ho sfidato Pelé, Beckenbauer, George Best, Trevor Francis e Roberto Bettega. Lui poi non è stato l’unico italiano che ho incrociato in carriera».

Chi altri?
«Quando ero allenatore, da avversario, ho incontrato due ex colonne del Milan, Roberto Donadoni e Andrea Pirlo, nella loro avventura americana. E sono stato io, quando ero il coach di New England Revolution, a chiedere di comprare Beppe Galderisi e Walter Zenga. È stato proprio lì che “l’uomo ragno” ha iniziato la sua carriera di allenatore, quando sono andato via».

Perché secondo lei il primo tentativo di lanciare il calcio negli Usa negli anni 80, rappresentato dai New York Cosmos, è fallito?
«Nel 1979 c’erano 12 squadre e nel 1980 la Abc, il network televisivo più importante, decise di trasmettere le partite la domenica pomeriggio. Le squadre diventarono in breve 24, perché in molti pensarono che avrebbero attirato gli sponsor, ma poco dopo l’Abc decise di cancellare le trasmissioni perché non le guardava nessuno. Il progetto tramontò perché mancavano gli appassionati. La lezione è stata imparata dalla Major League Soccer che ha lavorato anzitutto per coltivare i fan. E guardate dove sono arrivati oggi: ci sono 29 squadre tutte in salute e, tra i tanti campioni, c’è Leo Messi, il miglior giocatore del mondo».

A proposito di Messi, che ne pensa del fatto che star del football come lui o CR7, che certo non hanno bisogno di altri soldi, vanno a finire la carriera in campionati dove sono strapagati invece, magari, di tornare alle squadre d’origine, ritrovando quello spirito di un calcio più genuino che la sua storia con le Samoa Americane celebra?
«Quei tempi purtroppo sono finiti per sempre. Cruijff dopo la sua avventura americana ritornò nell’Ajax, dove aveva iniziato, e così facevano argentini e brasiliani che rientravano in patria. Ma oggi alcuni Paesi come l’Argentina soffrono ancora di violenze negli stadi. Perciò è normale che Messi sia venuto negli Usa: qui può vivere tranquillo e girare per strada indisturbato a Fort Lauderdale. Il suo impatto è stato pazzesco: sono aumentati gli abbonati a AppleTv+ (che trasmette i match, ndr) e Adidas ha venduto più magliette di quante ne abbia vendute la Nike con Michael Jordan. Per questo sono convinto che nei prossimi anni tanti altri campioni lo raggiungeranno, a partire da Suarez e Neymar. Il successo della Msl è solo agli inizi».

Sul Venerdì del 5 gennaio 2024

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