Albertino: “Ai tempi d’oro del Deejay Time c’era chi si tatuava la nostra faccia sul sedere”
di Luigi BologniniI quattro protagonisti di Deejay Time (da sinistra, Fargetta, 60 anni, Molella, 59, Albertino, 61, Prezioso, 52) nel 2023
Nel “ribollir di tini” degli anniversari legati al centenario della radio ce n’è uno che colpisce perché unisce la gioventù a un compleanno che – eterni Peter Pan a parte – decreta in modo tombale la fine della fanciullezza: i 40 anni. È il traguardo di Deejay Time, la trasmissione di Albertino, che a suon di musica disco, rap e gag più o meno improvvisate ha segnato generazioni, specie quella degli anni Novanta, ma ne parleremo.
Anzi, Alberto Di Molfetta per tutti Albertino, parliamone subito. Perché il verbo “segnare” è ambivalente. Insomma, ai tempi la sua trasmissione si attirò ascolti e passione, ma anche critiche feroci.
«Diciamo che quel decennio lì fu il nostro simbolo nel bene e nel male. Nel bene – considerando queste cose come tale – il non potersi muovere per strada, pur essendo noto solo come voce e non come faccia, gente che anzi la suddetta faccia se la tatuava sulla schiena, e sulle spalle e anche sulle chiappe (e anche qui, sarà stato un bene?), la totale inesistenza d…
Nel “ribollir di tini” degli anniversari legati al centenario della radio ce n’è uno che colpisce perché unisce la gioventù a un compleanno che – eterni Peter Pan a parte – decreta in modo tombale la fine della fanciullezza: i 40 anni. È il traguardo di Deejay Time, la trasmissione di Albertino, che a suon di musica disco, rap e gag più o meno improvvisate ha segnato generazioni, specie quella degli anni Novanta, ma ne parleremo.
Anzi, Alberto Di Molfetta per tutti Albertino, parliamone subito. Perché il verbo “segnare” è ambivalente. Insomma, ai tempi la sua trasmissione si attirò ascolti e passione, ma anche critiche feroci.
«Diciamo che quel decennio lì fu il nostro simbolo nel bene e nel male. Nel bene – considerando queste cose come tale – il non potersi muovere per strada, pur essendo noto solo come voce e non come faccia, gente che anzi la suddetta faccia se la tatuava sulla schiena, e sulle spalle e anche sulle chiappe (e anche qui, sarà stato un bene?), la totale inesistenza dei weekend, con una serata a sera e il resto viaggi, aerei, alberghi, discoteche, lo studio radiofonico. E poi gli Amici della Cassettina, che in tempi in cui il podcast non esisteva nemmeno come parola, registravano la trasmissione sui classici nastri magnetici e la riascoltavano all’autoradio. Ci ascoltavano parecchi dei ragazzi di allora e quasi altrettanti lo facevano senza dirlo».
Deejay Time negli anni Novanta
E qui arriviamo al lato negativo, le critiche.
«Ricordo articoli pensosi di tanti intellettuali scandalizzati dal disimpegno a cui avremmo invitato gli ascoltatori: eravamo trasgressivi, giovani, anche magari volgari qui e lì. Michele Serra almeno ci mise l’ironia e mi definì “domatore di teenager”. Tanti si avvicinarono a noi in modo ignorante, preconcetto. Ricordo un’intervista che mi fecero isolando brani delle singole frasi, sembravo un analfabeta. Non sono stati anni facili, neanche in quel senso. Poi, come succede a tutti, siamo stati rivalutati. È successo anche ad Alvaro Vitali, non doveva succedere a noi?».
Rivalutati dopo che quel successo è calato.
«Per anni, allora, avevamo fatto di tutto. Ad esempio riempire il Forum di Assago per il Capodanno 1995, e torneremo sul luogo del delitto il 3 febbraio (il 20 luglio si replica all’Ippodromo delle Capannelle a Roma, ndr). E ancora, vendere milioni di copie delle nostre Deejay compilation. All’improvviso zero, non si piazzava più un disco. Un trauma. La fine di tutto, pensai, invece stava solo cambiando il modo di ascoltare la musica».
E infatti non è stata la fine. Ma a questo punto andiamo all’inizio.
«L’inizio è un ragazzo di Paderno Dugnano innamorato delle emittenti come Radio Milano International, che ci dava un’apertura al mondo proprio come sound, come conoscenza di musiche e cantanti. La Rai restava un modello per Alto Gradimento, l’improvvisazione di Bracardi e Marenco orchestrati da Arbore e Boncompagni. La cosa straordinaria di quel fine decennio anni Settanta è che se andavi in una radio ti lasciavano provare, potevi portare i tuoi modelli pionieristici. Adesso è tutto format, ma è anche vero che i giovani si avvicinano alla radio meno di prima, forse è colpa nostra, manca ricambio generazionale».
Albertino negli studi di radio M2O, che dirige dal 2019
E in questo non ha pensato di dare il proprio contributo?
«Smettere è un’ipotesi ben presente, ma lo farò solo quando sarò il primo a capire che è ora. Per ora non ho più la smania di dover fare, di arrivare sempre più in alto. E mi dedico ai tour, Forum compreso, per non fare più la discoteca, che è un luogo che non ho mai amato tanto».
Vogliamo tornare alla radio. Deejay e quel 1984.
«Mi misero subito in mano Deejay Time, che andava dalle 14 alle 20 con tre conduttori diversi: io, Jovanotti e Marco Biondi. Ma era intrattenimento generale, insomma il classico cazzeggio tra un brano e l’altro. Pian piano poi lo trasformai in un programma di hip hop, dance, con un linguaggio semplice perché era l’unico che avevo. Ma era l’unico che avevano anche tanti dei miei ascoltatori. La trap può fare schifo o meno, ma il segreto del suo successo è chiaro: i ragazzi trovano chi parla come loro. Lo stesso io, con Fargetta, Prezioso, Molella; avevamo creato un mondo nell’immaginario dei ragazzi, mettevamo gli effetti sonori tipo cartoni animati, i tormentoni tipo “piac”, eravamo una community».
E perché il successo, quel successo, è finito?
«Perché è cambiato il mondo. I telefonini, i tablet, i social, ma non sa quanti vorrebbero avere il successo che abbiamo ancor oggi. E parlo anche della radio in generale: arriva a 100 anni con 38 milioni di ascoltatori al giorno. Doveva essere mangiata dai giornali, dalla tv, dal web: li ha saputi cavalcare tutti».
M2O, di cui lei è direttore, è ai massimi storici secondo le ultime rilevazioni. A proposito di tempi che furono, una volta si chiamava Italia Radio ed era l’emittente del Pci.
«Tutto cambia, al mondo. E io mi sono dovuto trovare a cambiare questa radio dance rivolta al pubblico più giovane, ma in ridimensionamento. C’era la necessità di ripartire, uscire, stare sul territorio, essere radio da festa, da festival, da partnership. Ho scelto una radio di flusso, poco parlata, subito riconoscibile: lasciare i nostri stessi problemi fuori dal programma è anche terapeutico».
A proposito di parlare, torniamo a Deejay Time. E ci dia una frase per ognuno dei suoi partner. Molella.
«Maurizio è sempre stato grande nel creare produzioni e remix e farle cantare in tutto il mondo. Freed from Desire basta per spiegare tutto».
Prezioso.
«Giorgio era un giovane talento romano, un enfant prodige. Ai tempi vinse i mondiali di scratch, ed è sempre stato il creativo del gruppo».
Fargetta.
«Ho un rapporto veramente fraterno con Mario, è uno dei pochi di cui si possa dire che ha inventato un modo di fare la radio. La sua hit parade del sabato condizionava il mercato dei dischi proprio come quella di Luttazzi a Radio Rai».
Rapporto fraterno dice? Ci risulta che lei l’abbia anche con un tizio della radio che porta il suo stesso cognome, Di Molfetta. Insomma, com’è lavorare avendo vicino il proprio fratello? Invidie mai? Litigi?
«Lavorare con un familiare non è mai facile e noi siamo due caratteri forti. Però Linus è il fratello maggiore che ti vede sempre come un ragazzino. Per fortuna ci adoriamo e assieme non abbiamo mai lavorato. Anche perché abbiamo ruoli diversi: io sono un attaccante, lui un difensore».
Va bene. Anzi, vaaaaa bene. Stavamo dimenticando il suo amico Ranzani di Cantù, lo sbrasone alla Briatore che cambia il Porsche Cayenne quando è pieno il portacenere e va a pigliare le sigarette in elicottero. Come le è venuto in mente questo personaggio?
«Ci viva lei, a Carimate di Cantù. La gente era tutta così, che avesse davvero i soldi o millantasse. I programmi comici della radio mi hanno sempre visto in mezzo, tra Fiorello, Baldini, Savino ero abituato a veder nascere queste figure. Poi un giorno Gino e Michele mi chiesero una voce per la trasmissione Zelig, e ci mettemmo assieme a Digei Angelo a studiare un personaggio. Mi venne spontaneo pensare ai miei ricordi, e mi viene spontaneo farlo tuttora».
Reazioni? Qualcuno che si è riconosciuto? O che si è offeso?
«Chi ha ritrovato se stesso nel Ranzani mi ha fatto i complimenti, e non devo aggiungere commenti. Posso dirle questo: ho partecipato a diverse convention aziendali nelle quali i manager mi hanno chiesto di essere insultati davanti a tutti dal Ranzani».
E lei?
«Potevo deluderli?».