Dall’Ungheria all’Alabama
di Massimo Giannini«Ogni persona vale di più della sua azione peggiore» dice suor Elen Prejean a Matthew Poncelet, mentre lui le racconta quello che pensa di essere: razzista, nazifascista, terrorista… È una scena di Dead man walking, diretto nel 1995 da quel genio di Tim Robbins e interpretato da quei due mostri di Sean Penn (il Matthew condannato a morte per omicidio) e Susan Sarandon (la suorina che lo accompagna fino alla fine). Ho ripensato a quel film riflettendo su Ilaria Salis, l’attivista italiana risucchiata dalle infami galere ungheresi. C’entra con quel film perché sono in gioco i diritti fondamentali, l’habeas corpus, l’essenza stessa della cultura giuridica europea dalla Magna Charta in poi.
«Ogni persona vale di più della sua azione peggiore» dice suor Elen Prejean a Matthew Poncelet, mentre lui le racconta quello che pensa di essere: razzista, nazifascista, terrorista… È una scena di Dead man walking, diretto nel 1995 da quel genio di Tim Robbins e interpretato da quei due mostri di Sean Penn (il Matthew condannato a morte per omicidio) e Susan Sarandon (la suorina che lo accompagna fino alla fine). Ho ripensato a quel film riflettendo su Ilaria Salis, l’attivista italiana risucchiata dalle infami galere ungheresi. C’entra con quel film perché sono in gioco i diritti fondamentali, l’habeas corpus, l’essenza stessa della cultura giuridica europea dalla Magna Charta in poi.
La rabbia che ti scuote, quando vedi un essere umano trascinato in catene in un tribunale, è insopportabile. E solo la miseria morale di certa politica italiana può produrre reazioni pelose o pilatesche, come quelle che abbiamo ascoltato da Meloni e dai suoi ministri. A me non frega nulla se Salis sia colpevole o innocente, se abbia picchiato o meno due neonazisti per strada (anche se mi sconcerta che per questo rischi 11 anni, mentre un femminicida ne prende a malapena quattro). Ora l’aspetto decisivo è un altro, e cioè il rispetto della dignità e dell’integrità di un imputato ancora innocente fino alla sentenza. Per questo, non ci ribelleremo mai abbastanza a Viktor Orbán e alla sua democratura, già sotto accusa nell’Ue per le violazioni allo Stato di diritto. Ma alla disavventura di Ilaria si è aggiunto poi un altro episodio, che le sequenze finali di Dead man walking mi hanno risbattuto in faccia in modo ancora più doloroso.
Nella nostra amata America il signor Kenneth Smith è stato appena giustiziato con una maschera d’azoto. Le solerti autorità dell’Alabama hanno tenuto a precisare che l’esecuzione, avvenuta per ipossia, è durata 22 minuti. Un’agonia mostruosa. Nel mondo, la pena di morte resiste in 53 nazioni. Negli Usa è regolarmente applicata in ben 29 Stati (dalla Florida al Michigan, dal Mississippi al Texas). Ognuno di questi, per far girare la “macchina della morte”, spende tra 90 e 500 milioni di dollari l’anno. Il modo in cui si uccide varia: dall’impiccagione alla sedia elettrica, dall’iniezione letale (che la Corte Suprema nel 2008 ha giudicato “pienamente costituzionale”) e ora anche all’azoto. Mi chiedo: giustamente ci indigniamo con l’Ungheria, per quel guinzaglio al collo di Ilaria. Ma da europei e occidentali, di fronte all’America-culla-delle-liberaldemocrazie che pratica ancora questa barbarie, non abbiamo niente da dire? Prima di morire, qualcosa la dice Matthew: «Non lascerò questo mondo con l’odio nel cuore… Voglio soltanto dire che credo che uccidere sia sbagliato, chiunque sia a farlo: che si tratti di me, di voi o del vostro governo».
Sul Venerdì del 16 febbraio 2024