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Massimo Giannini: a reti unificate

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La premessa è d’obbligo: non sono uno snob e meno che mai un “radical chic”, con buona pace di Lollo & Gasparri. Lo ammetto, sono cresciuto con De André De Gregori Guccini Venditti, ma non la considero una colpa (con rispetto per la “nuova egemonia musicale”, che imporrebbe solo Venezi, Povia o Van de Sfroos). Oggi non ascolto solo Paolo Conte seduto nei caffè della Rive Gauche, e quindi non disdegno schifato Sanremo, anzi mi diverte, ne comprendo la portata sociale-morale-etica-politica. Se posso guardo volentieri il Festival, con mia moglie o con amici. L’ho fatto anche quest’anno. Anche se non tutte le puntate (ogni tanto noi scribacchini abbiamo anche un po’ da lavorare). Anche se non fino alla fine (quando già comincia ad albeggiare, e tu aspetti ancora che canti Bnkr44, almeno un’ora di tregua ti spetta di diritto). Dunque, scusate se ci torno sopra a distanza di tempo. Ma voglio esprimere tutta la mia indignazione, e persino mio disgusto, per tutto ciò che c’è stato prima e…

La premessa è d’obbligo: non sono uno snob e meno che mai un “radical chic”, con buona pace di Lollo & Gasparri. Lo ammetto, sono cresciuto con De André De Gregori Guccini Venditti, ma non la considero una colpa (con rispetto per la “nuova egemonia musicale”, che imporrebbe solo Venezi, Povia o Van de Sfroos). Oggi non ascolto solo Paolo Conte seduto nei caffè della Rive Gauche, e quindi non disdegno schifato Sanremo, anzi mi diverte, ne comprendo la portata sociale-morale-etica-politica. Se posso guardo volentieri il Festival, con mia moglie o con amici. L’ho fatto anche quest’anno. Anche se non tutte le puntate (ogni tanto noi scribacchini abbiamo anche un po’ da lavorare). Anche se non fino alla fine (quando già comincia ad albeggiare, e tu aspetti ancora che canti Bnkr44, almeno un’ora di tregua ti spetta di diritto). Dunque, scusate se ci torno sopra a distanza di tempo. Ma voglio esprimere tutta la mia indignazione, e persino mio disgusto, per tutto ciò che c’è stato prima e dopo la settimana canora che ha paralizzato la nazione. È un fior di professionista, ma non ne posso più di vedere Amadeus a reti unificate. Prima del Festival, le tre reti lo mandavano ogni due per tre, mentre parlava con una vecchia tv a transistor che alternava le nenie di Nilla Pizzi in bianco e nero e le gag di Ciuri. Dopo il Festival, oltre alla solita razione serale dei “Pacchi”, l’ho intercettato ovunque, compresa l’immancabile “Terza camera” di Bruno Vespa.

È un dio di intrattenitore, che può fare qualunque cosa, recitare Brecht e fare il ballo del qua qua con John Travolta, ma non ne posso più neanche di Fiorello che ogni santa mattina riospita nel suo mitico VivaRaidue qualche avanzo del Teatro Ariston. Mentre scrivo questa modesta rubrichetta, è passata più di una settimana da quando il Festival ha chiuso i battenti. Ma da quella finalissima di sabato 10 febbraio durata quasi sei ore e finita a ridosso delle tre, ogni giorno che il Signore ha mandato sulla terra il glorioso Servizio Pubblico Radiotelevisivo ha celebrato i trionfi di Sanremo, dal Tg1 Mattina delle 7,30 fino al Tg1 Sera delle 20, con in mezzo i rimandi continui di Antonella Clerici che spadella, Caterina Balivo che danza, Alberto Matano che rievoca. Un’orgia sanremese, bolsa e retorica, vacua e ininterrotta. Capisco che la Rai-Populista-Sovranista, a corto di ascolti e di fiducia, abbia fatto del Festival l’occasione del suo riscatto e della sua vendetta. Capisco che il fine Giampaolo Rossi volesse rilanciare ad ogni costo l’immagine screditata di Tele-Meloni (a proposito, ho visto e ascoltato con sommo interesse un’intervista davvero molto aggressiva fatta al direttore generale da un durissimo Giorgino, nel corso di una puntata del suo XXI Secolo, che neanche Farinacci ai tempi dell’Eiar). Ma così è davvero troppo. Così non solo la tragedia, ma anche la festa degenera in farsa. Vi prego, basta. O ci costringerete a ballare davvero la cumbia della noia.

Sul Venerdì del 23 febbraio 2024

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