Il Venerdì

Il palazzo di Putin e la prigione di Navalny

Il palazzo di Putin e la prigione di Navalny

VIAGGI DA FERMO Prima di morire nel carcere oltre il Circolo Polare, il dissidente russo aveva indagato sulla lussuosissima tenuta del presidente

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Capo Idokopas, un promontorio sul Mar Nero, e il villaggio di Kharp (o Charp), nel circondario autonomo di Jamalo-Nenets, non potrebbero essere due posti più diversi, anche se appartengono entrambi allo stesso Paese, la Grande Madre Russia. Distano oltre 4.200 chilometri, e per qualche motivo (censura? sanzioni?) Google Maps non fornisce itinerari per spostarsi dall’uno all’altro in auto o con il trasporto pubblico, ma solo a piedi: in teoria ci vogliono 40 giorni, 3 ore e 40 minuti senza fermarsi mai.

A unire i due luoghi è il ruolo che hanno avuto nella breve vita di Alexei Navalny, il più noto dei sempre meno numerosi oppositori pubblici di Vladimir Putin. A Kharp, per la precisione nella colonia penale Ik-3 detta "Lupo polare", Navalny ha passato gli ultimi mesi, fino alla morte, a 47 anni, il 16 febbraio scorso. Kharp si trova a nord del Circolo Polare Artico e d'inverno registra facilmente temperature che sfiorano i 30 gradi sottozero. Se anche Navalny fosse morto per un malore improvviso, come dicono le autorità russe, parlare di "cause naturali" è una ridicola beffa.

Il Mar Nero invece ha tutto un altro clima. A Capo Idokopas, nei pressi di Gelendzhik, regione di Krasnodar, sorge questo gigantesco palazzo, all'interno di una tenuta da 7 mila ettari, con un eliporto, una pista da hockey, una chiesa, una serra, un bunker, un anfiteatro, un allevamento di ostriche, una dacia con vigneti e cantine, e poi saloni per le feste, discoteche con pali da pole dance, fumerie per narghilè... Fu proprio Navalny a svelare che il complesso, ufficialmente di proprietà di misteriosi imprenditori privati, è in realtà a disposizione di Putin. E che a costruirlo sarebbe stato un architetto italiano, Lanfranco Cirillo, che il Venerdì intervistò tre anni fa prima che, con lo scoppio della guerra in Ucraina, non decidesse di rifugiarsi a Mosca tra i suoi ricchissimi clienti. Navalny rese pubblica la sua inchiesta video sul Palazzo di Putin nel 2021: l'anno prima era stato avvelenato durante un viaggio elettorale, si era salvato per miracolo, si era fatto curare in Germania, per poi tornare volontariamente in Russia, essere arrestato, condannato e trasferito nel carcere dove ha trovato una morte che di sicuro aveva messo in conto. Beato il popolo che non ha bisogno di eroi, ci piace dire, e con parecchie ragioni; ma qualunque cosa si pensi delle posizioni politiche di Navalny (aveva comunque corretto quelle esplicitamente nazionaliste e anti-migranti dei primi tempi), se una parola vecchia e consumata come "eroe" avesse ancora un senso, sarebbe proprio difficile non applicarla a uno come lui.

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