Milano. L’ultima notizia sulla strage di Erba è arrivata da casa Castagna: Beppe e Pietro ci hanno ripensato e stamattina, 1 marzo, saranno in aula a Brescia. Non direttamente, ma attraverso i loro legali Massimo Campa e Daniela Spandri, i fratelli di Raffaella, figli di Paola Galli, zii di Youssef Marzouk e conoscenti di Valeria Cherubini – le quattro vittime dell’eccidio dell’11 dicembre 2006 – hanno deciso di prendere parte alla prima udienza del processo di revisione in Corte d’Appello, quello che deciderà se Rosa Bazzi e Olindo Romano hanno davvero una chance di ribaltare l’ergastolo scolpito tredici anni fa in Cassazione.
«A caldo, d’istinto, era prevalsa la voglia di mandare tutti a quel paese», sospira Beppe, «e di non voler assistere a questa buffonata. Ragionandoci, abbiamo capito che è meglio esserci. Perché anche se non c’è nulla di nuovo, anche se è solo fumo negli occhi, con gli avvocati ci siamo convinti che in questo processo qualcosa analizzeranno, che durerà almeno un paio di udienze, non fosse altro che per dare un contentino alla difesa ed evitare ulteriori ricorsi».
Tesi contrapposte
E almeno in questo, le convinzioni dei due designer brianzoli («Ci hanno definito “gli Agnelli di Erba”, ma siamo poco più che artigiani», ironizza Beppe) convergono con quelle dell’avvocato Fabio Schembri, il vero architetto del ricorso che ha ridato vita alle speranze della coppia più famigerata d’Italia. «Fissando l’udienza» spiega il difensore dei coniugi «la Corte ha già dato un giudizio implicito di ammissibilità. Sarebbe ben strano che chiudesse tutto in una sola seduta. Rosa e Olindo? Hanno atteso questo giorno con ansia, sono pronti».
Se è dunque vero, e lo sapremo mentre leggete queste righe, che il primo round non sarà l’ultimo, vale allora la pena di rileggere un passato che appariva tutto scritto. E di farlo «da entomologo laico», come tiene a precisare Riccardo Bocca, già inviato dell’Espresso e volto Rai che ha appena dato alle stampe L’inferno di Rosa e Olindo per i tipi di Ponte alle Grazie.
Lavoro rigoroso di ricostruzione documentale che, a dispetto di un titolo che vorrebbe collocarlo nella nutrita schiera degli innocentisti, resta un passo indietro: «È un inferno che brucia tutto ciò che circonda i due coniugi» racconta «e attenzione: all’inferno vanno anche i colpevoli, e le sentenze dicono che lo sono. Ma è vero che, a distanza di 17 anni, siamo davanti a un nuovo processo per accertare di nuovo come sono andati quei fatti. Al centro di questa vicenda non ci sono soltanto Rosa e Olindo, ma la Giustizia, la certezza assoluta della pena oltre ogni ragionevole dubbio, ed è una cosa che riguarda chiunque».
Ripresi dall’inizio, i fatti che ruotano attorno al “Condominio del Ghiaccio”, prima e dopo quel tragico 11 dicembre, hanno condotto Bocca lungo due binari paralleli. «E del resto», aggiunge «c’è sempre stata una frattura, una contrapposizione brutale tra innocentisti e colpevolisti, senza margine di comprensione. E ci sono libri egregi di chi si è applicato a questa storia. Il mio è un viaggio nella storia di due drop out di provincia e sulle forti contraddizioni tra la semplicità dei loro personaggi e l’enormità della vicenda, di fronte alla quale sembrano inadeguati. Indubbio è però il livore, l’astio, l’odio oggettivo che Rosa e Olindo avevano a lungo coltivato nei confronti di Raffaella Castagna, con derive di aggressione fisica e due tentativi di dare una lezione alla loro vicina che essi stessi avevano raccontato».
Eppure... «Eppure le contraddizioni ci sono e sono esistite fin dall’inizio. Mai come in questo caso hanno portato a sposare una tesi o l’altra. Ma il nostro mestiere è aiutare il lettore a formarsi un’opinione, senza autocensurarsi sugli elementi che possono danneggiare una tesi o l’altra».E scorrono tutti lungo il volume. Dai rilievi scientifici alle testimonianze dei primi soccorritori, dalla progressione della memoria di Mario Frigerio a quella che porta alle confessioni di Rosa e Olindo, passando per i messaggi scritti sulla Bibbia, le ritrattazioni, le tracce contraddittorie o mancanti, le diverse e a volte confliggenti spiegazioni tra sentenza e sentenza.
«Colpisce» argomenta Bocca «che sulla scena di questa carneficina non ci fossero tracce dei due, ed è sicuramente un elemento suggestivo. Colpiscono le sentenze, quando affermano che il riconoscimento da parte di Mario Frigerio dei suoi carnefici è stato graduale, e quindi credibile, mentre le intercettazioni dicono altro. E ho trovato inaccettabile che non esista una foto del rilevamento con il luminol della famosa traccia di sangue della signora Cherubini sul battitacco della Seat Arosa di Rosa e Olindo. O che, tra primo grado, appello e Suprema Corte, ci siano tre motivazioni alternative su come quel sangue possa essere finito lì».
La terza versione
Questo è il passato. Il presente ci riporta in aula a Brescia, dove sarà deciso il futuro. E tutto ruoterà intorno al concetto di prove “nuove”, cioè gli elementi portati dalla difesa di Rosa e Olindo e corroborati dall’istanza del sostituto procuratore generale di Milano, Cuno Tarfusser, o piuttosto rimasticature di elementi già vagliati, come sostiene il fronte opposto.
Nuovo è anche un dettaglio non secondario che Bocca ha ricavato da una delle interviste per la stesura del libro: «Mi ha colpito che Giovanni Scola, uno dei consulenti chiave sulla morte di Valeria Cherubini che già aveva fornito due versioni diverse su dove fosse stata uccisa, in una conversazione che ho registrato mi abbia dato una terza versione».
Se una conclusione, o una morale, si può trarre alla fine della lettura, è che «se la verità è quella scritta nei vari verdetti, fino a quello di Cassazione, credo che andasse scolpita meglio. E che se la revisione del processo dovesse portare a una sentenza di non colpevolezza, non solo dovremmo considerare Rosa e Olindo come vittime, ma si aprirebbero scenari da vertigine per tutta la Giustizia italiana.
È però pur vero che ogni scenario alternativo, a partire da quelli ipotizzati dalla difesa, è finora apparso a dir poco fumoso». Vale a dire la vendetta trasversale di un fantomatico clan di spacciatori rivale di quello di Azouz Marzouk. O quello, ancor più indicibile, di un coinvolgimento dei Castagna – papà Beppe e figli – nello sterminio di un pezzo della propria famiglia. E qui torniamo a Beppe e ai suoi tormenti. «Tutto questo rivangare ogni volta ci addolora. Quando invece basterebbe rileggere i fatti che tutti, anche gli innocentisti più incalliti, hanno in mano da anni. Lo so che ormai metà degli italiani è convinta che Rosa e Olindo siano innocenti, ma so anche che tanta gente è disposta a credere che la Terra è piatta. Noi abbiamo letto tutti gli atti, seguito tutti i processi, non abbiamo mai dato niente per scontato. E sappiamo che la verità è stata scritta in tre gradi di giudizio».
Gli chiediamo da quanto non visita la tomba tunisina di Raffaella e Youssef, a Zaghouan: «Ci sono stato solo un paio di volte, poi abbiamo saputo che la famiglia Marzouk non gradiva. C’è stato mio padre, negli ultimi anni della sua vita. Era un buon pittore, sa? E i suoi ultimi quadri li ha dipinti lì». Poi ricorda del momento in cui il figlio maggiore venne a sapere della sorte di zia e cuginetto, e di quando il nonno Beppe gli spiegò che Raffaella e Youssef non erano nella cappella di famiglia dei Castagna. «E allora gli rispose: “Nonno, non importa, tanto il cielo è uno solo”. Scusi se mi commuovo…». Piange e sorride, pensando a come, già allora, un bimbo di cinque anni avesse colto il senso del tutto.
Sul Venerdì del 1 marzo 2024