L’incontro di due solitudini
di Vittorio LingiardiUna settimana fa mi sedevo in quarta fila al Cinema Beltrade di Milano, sala pienissima, per guardare (in originale con sottotitoli, perché doppiarlo è fargli un torto) All of Us Strangers (in italiano Estranei) di Andrew Haigh. Autoritratto molto personale (è in parte girato nella casa dove il regista ha vissuto da bambino) ma capace di parlare a molti. Senz’altro, dice Haigh, «a quella generazione di persone queer in lutto per l’infanzia che non ha avuto». Più lo guardavo più mi sembrava la rappresentazione, persino didattica, del percorso terapeutico che si fa per entrare in contatto con le parti di sé dissociate dopo un’esperienza traumatica, il tentativo di trasformarle in oggetti riconoscibili, interrogabili, mentalizzabili.
Altrimenti rimangono fantasmi, sé alieni che ci abitano, ferite che ci governa…
Una settimana fa mi sedevo in quarta fila al Cinema Beltrade di Milano, sala pienissima, per guardare (in originale con sottotitoli, perché doppiarlo è fargli un torto) All of Us Strangers (in italiano Estranei) di Andrew Haigh. Autoritratto molto personale (è in parte girato nella casa dove il regista ha vissuto da bambino) ma capace di parlare a molti. Senz’altro, dice Haigh, «a quella generazione di persone queer in lutto per l’infanzia che non ha avuto». Più lo guardavo più mi sembrava la rappresentazione, persino didattica, del percorso terapeutico che si fa per entrare in contatto con le parti di sé dissociate dopo un’esperienza traumatica, il tentativo di trasformarle in oggetti riconoscibili, interrogabili, mentalizzabili.
Altrimenti rimangono fantasmi, sé alieni che ci abitano, ferite che ci governano. Adam e Harry sono gli unici inquilini di un metaforico grattacielo londinese disabitato: dall’incontro delle loro solitudini nasce una storia d’amore e reciproca cura, in lotta con la morte e i fantasmi di un devastante daydreaming postraumatico. Haigh firma un’opera sul dolore e il perdono, l’infanzia e la nostalgia. Sulle vite che non possiamo riscrivere ma scrivere forse sì, sul presente quando scivola nel passato, sulla ripetizione del trauma e il potere dell’amore:The Power of Love, la canzone dei Frankie Goes to Hollywood che uscì nel 1984 in pieno Aids e chiude cosmicamente il film. Che non so dire se, come hanno detto alcuni, è un capolavoro. So però che muoverà molti inconsci, toccherà i ricordi e le ferite di chi ha avuto genitori che hanno preferito non vedere, di chi da adulto porta ancora i segni del bullismo scolastico, di chi tra le lacrime ha fatto coming out a una madre che tra le lacrime gli ha risposto «ti attende una vita di solitudine e dolore». E la sua vita è una guerra con le profezie che si autoavverano.
Sul Venerdì dell’8 marzo 2024