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Circo Massimo di Massimo Giannini: ridateci un Remo Gaspari

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Che nostalgia, il caro vecchio clientelismo della Prima Repubblica. Quello che raccontavano Piero Ottone o Giorgio Bocca.

Quello dei vecchi notabili democristiani del Mezzogiorno, che ogni fine settimana, nei rispettivi collegi di provenienza, ricevevano a casa in vestaglia e pantofole i famigli e i manutengoli in fila per la questua.

Non c’erano urgenze, non c’erano scadenze, c’era solo l’ovvia normalità dello scambio politico: tu ti iscrivi al partito e/o lo voti, io in cambio faccio assumere tuo figlio o tua figlia al Comun…

Che nostalgia, il caro vecchio clientelismo della Prima Repubblica. Quello che raccontavano Piero Ottone o Giorgio Bocca.

Quello dei vecchi notabili democristiani del Mezzogiorno, che ogni fine settimana, nei rispettivi collegi di provenienza, ricevevano a casa in vestaglia e pantofole i famigli e i manutengoli in fila per la questua.

Non c’erano urgenze, non c’erano scadenze, c’era solo l’ovvia normalità dello scambio politico: tu ti iscrivi al partito e/o lo voti, io in cambio faccio assumere tuo figlio o tua figlia al Comune, faccio promuovere tuo nipote o tua nuora alla Usl, faccio rilasciare la licenza per il negozio di tuo cognato, faccio chiudere l’accertamento fiscale a tua zia. Tutti i giorni erano buoni per bussare alla porta del ministro, dell’onorevole, del sindaco, del presidente di Regione o di Provincia. Un do ut des, certamente, ma era una cosa alla buona, molto casareccia, dove contava e resisteva persino una parvenza di rapporto tra le persone. Il potente, sua eccellenza, e il cittadino-suddito, ossequioso e devoto.Ripensavo con un filo di tenerezza a questo passato un po’ pulcioso, guardando alle forme del clientelismo moderno, quello della Terza o Quarta Repubblica (ho perso il conto). L’Abruzzo è un paradigma agghiacciante.

La Regione l’ha guidata per cinque anni, praticamente in smart working, un romano de’ Roma e camerata di Colle Oppio di Giorgia Meloni.

Prima del voto, in un territorio dove nessuno dalla Capitale si era mai fatto vedere, sono piovuti tredici ministri, a turno, ognuno dei quali ha portato un dono farlocco agli abruzzesi, che neanche i Re Magi. Uno ha portato i 720 milioni per l’alta velocità Roma-Pescara, che ormai pare la Salerno-Reggio Calabria. Un altro ha portato i 50 milioni per il polo spaziale del Fucino. Un altro ancora i 31 milioni ex Pnrr per comprare 89 apparecchiature sanitarie. Un bendidio che i conterranei di Ignazio Silone non hanno mai visto, e probabilmente non vedranno mai. Pazienza: conta la promessa faraonica, che cade dall’alto come il meteorite sulla Luna. In un’illuminante chiacchierata all’Huffington Post, il mio amico Marco Follini ha spiegato con la consueta classe cos’erano le “vere clientele” della Balena Bianca. Gava in Campania, Misasi in Calabria, Colombo in Basilicata. Non era la parte migliore di noi, ammette Follini: ma quello era comunque un investimento proiettato su una lunga quotidianità, mentre quello di oggi è solo un baratto per richiamare elettori prima del voto. Remo Gaspari – che assunse metà Abruzzo alle Poste – una volta spiegò che in fondo il clientelismo era «una forma di carità cristiana». Poi, certo, a Napoli c’era stato anche Achille Lauro, che nei comizi a Forcella regalava una scarpa prima delle elezioni, e consegnava la seconda solo dopo aver avuto la prova che i napoletani l’avevano votato. Oggi in giro vediamo solo i Lauro, e quasi quasi rimpiangiamo i Gaspari.

Sul Venerdì del 15 marzo 2024

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