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Tutti quelli che hanno provato a fare i film sul tennis. E non ci sono riusciti

BORG MCENROE 2017Regia di Janus Metz Pedersen.Con Sverrir Gudnason, Shia LaBeouf nei ruoli dei due campioni 
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Il grande film sul tennis è la balena bianca, sempre sfuggito a chi gli dà la caccia. Nell’oceano delle piattaforme televisive nuotano molti delfini, ma nessun Moby Dick. Ce n’è soltanto l’ombra, quella di Open, la biografia di Andre Agassi scritta da J.R. Moehringer. Sono passati 13 anni dalla pubblicazione del libro, ancora niente film. Si è detto che l’avrebbe prodotto Steven Spielberg, o Jerry Bruckheimer. Che la parte del tennista l’avrebbe fatta Colin Farrell, o James McAvoy, o Paul Dano. Poi loro sono invecchiati e lo schermo è rimasto nero. La balena bianca, al largo.

È noto che esiste un problema generale per i film sullo sport. Consiste nell’impossibilità di riprodurre i gesti, in questo caso bianchi. Il grande atleta è tale perché compie atti che per tutti gli altri non sarebbero neppure pensabili: la serpentina di Maradona, la schiacciata di Michael Jordan, la volée di Federer. Per questo i migliori film sportivi sono su discipline come il baseball, dove l’unicità del gest…

Il grande film sul tennis è la balena bianca, sempre sfuggito a chi gli dà la caccia. Nell’oceano delle piattaforme televisive nuotano molti delfini, ma nessun Moby Dick. Ce n’è soltanto l’ombra, quella di Open, la biografia di Andre Agassi scritta da J.R. Moehringer. Sono passati 13 anni dalla pubblicazione del libro, ancora niente film. Si è detto che l’avrebbe prodotto Steven Spielberg, o Jerry Bruckheimer. Che la parte del tennista l’avrebbe fatta Colin Farrell, o James McAvoy, o Paul Dano. Poi loro sono invecchiati e lo schermo è rimasto nero. La balena bianca, al largo.

È noto che esiste un problema generale per i film sullo sport. Consiste nell’impossibilità di riprodurre i gesti, in questo caso bianchi. Il grande atleta è tale perché compie atti che per tutti gli altri non sarebbero neppure pensabili: la serpentina di Maradona, la schiacciata di Michael Jordan, la volée di Federer. Per questo i migliori film sportivi sono su discipline come il baseball, dove l’unicità del gesto è difficilmente decifrabile, basta l’effetto. O come il football americano, dove sotto la protezione e il casco puoi mettere, al posto dell’attore, chiunque. Un tennista devi invece inquadrarlo, prima o poi. Non solo: la sua partita è una successione di micro-eventi che portano al risultato senza che uno di essi sia al tempo stesso eclatante e decisivo. Nulla ha il peso di un gol, o di un fuoricampo. Centinaia di scambi e decide, magari, un doppio fallo, una coppia di servizi mandati goffamente in rete. O una risposta spedita in tribuna.

Il tennis è ripetizione, pazienza, psicologia. La sua rappresentazione è complicata dal suo stesso svolgimento. Bisogna allora girarci intorno, puntare sul personaggio o sul contorno. Magari sulla storia vera. O sull’incrocio con la grande Storia. Per questo ancora fa epica la vittoria della squadra italiana di Davis in Cile, che ha ispirato prima La maglietta rossa di Mimmo Calopresti e poi (ma andando molto oltre) Una squadra di Domenico Procacci. Sentendo Adriano Panatta e Paolo Bertolucci raccontarsi, tutti abbiamo pensato: “Giocatori così non ci sono più”. E non potrebbero più esserci. L’ossessione, la ridondanza di incontri del tennis contemporaneo preclude quel gusto per l’avventura e la spensieratezza. Nessuno può immaginare Sinner che vaga tra Rio e Parigi allungando i tempi di un’esibizione.

I personaggi di oggi hanno scostamenti controllati, ma su Kyrgios non costruisci un film. Alla fine risulta evidente che bisogna girarci intorno. Per questo i veri protagonisti sono spesso i genitori, sia che si tratti di adattamento della storia delle sorelle Williams (Una famiglia vincente, dove primeggia il padre, Will Smith) che di una vicenda di fantasia (Il quinto set, che ruota intorno alla figura della madre del tennista). La cinematografia sportiva ha un pilastro di trama: l’ascesa dell’imprevedibile. Può essere il barista di periferia chiamato a giocare con la sua squadra di football preferita (Imbattibile, con Mark Wahlberg), il fenomeno tornato da un passato oscuro (Il migliore, con Robert Redford) o, semplicemente, Rocky. Nel tennis seguire questa linea suscita l’incredulità che accompagna ogni scena di Wimbledon (con Paul Bettany) in cui il numero 119 della classifica riceve la wildcard e va a vincere il torneo. Certo, può succedere che batta il numero 1 (l’abbiamo visto da poco a Indian Wells) ma poi? Occorre una continuità che non si addice alla favola. Non la trovi in una storia vera.

Per questo la biografia di Roberto Palpacelli, “il Palpa”, ha stuzzicato molti produttori, ma al film mancava il secondo tempo. Nel primo la grande promessa, il più talentuoso della sua generazione, si affaccia sulla scena avvolto da un raggio di luce, poi scompare tra festini, alcol e droga. Il problema è che non riappare: dopo l’intervallo lo schermo resta nero. L’alternativa è stata allora provarci con una sineddoche: una partita per il tutto. Ci sono due esempi abbastanza riusciti. Il migliore è probabilmente Borg McEnroe, sulla storica finale del 1980 vinta dallo svedese al quinto set dopo quasi 4 ore di gioco. Gli attori (Shia LaBeouf e Sverrir Gudnason) sono sorprendentemente bravi, le riprese riproducono la tecnica in modo convincente. Il film ha messo d’accordo quasi tutti. Tranne McEnroe, il perdente. Avrebbe preferito si fosse fatto sulla finale dell’anno successivo, in cui si prese la rivincita. Resta il più “tennistico” dei film sul tennis, più del pur riuscito La battaglia dei sessi dove, ancora una volta, è sulle vicende personali dei protagonisti (Billie Jean King contro Bobby Riggs) che si punta l’attenzione.

Poi, sta a vedere che la pietra filosofale è il video Season 52, girato durante il torneo di Melbourne, in cui i più grandi atleti “confessano” di essere in realtà attori impegnati in una specie di wrestling con la racchetta. Tutte le “più grandi partite di sempre” sarebbero in realtà frutto di una sceneggiatura, che inevitabilmente prevede una rimonta da due set a zero, qualche match point annullato, una durata straordinaria. Un film sul film, dunque. La rivelazione che, come la lettera rubata di Edgar Allan Poe, la balena bianca l’abbiamo sempre avuta sotto gli occhi, ma credevamo fosse la realtà: il più grande film sul tennis è il tennis.

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