Sette posti dove sono stato e dove dovreste andare anche voi
di Gabriele RomagnoliCi sono viaggi programmati e altri che invece si fanno un po’ per caso, quando ti viene l’istinto di deviare. È allora che incontri qualcosa di speciale. Ecco allora sette posti da visitare, mentre si sta viaggiando per una diversa destinazione.
Å (Norvegia)
E da dove altro iniziare? Se la vedi sulla cartina non puoi non andarci. Stai attraversando l’arcipelago delle Lofoten e noti quella lettera al fondo della strada. Ti spiegano che è, anche, l’ultima dell’alfabeto norvegese. Pensi che sia il principio di qualcosa, se credi che lo spazio-tempo sia circolare è la destinazione perfetta. Nonostante esistano diverse A, questa è riconosciuta come l’A assoluta. Non avrai altro Å all’infuori di questo paesino di 150 abitanti che vanta il Museo dello stoccafisso e quello dei villaggi di pescatori.
Il posto non è suggestivo, è divino. O quasi. Se per la divinità mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte, per Å sei mesi sono un giorno e altri se…
Ci sono viaggi programmati e altri che invece si fanno un po’ per caso, quando ti viene l’istinto di deviare. È allora che incontri qualcosa di speciale. Ecco allora sette posti da visitare, mentre si sta viaggiando per una diversa destinazione.
Å (Norvegia)
E da dove altro iniziare? Se la vedi sulla cartina non puoi non andarci. Stai attraversando l’arcipelago delle Lofoten e noti quella lettera al fondo della strada. Ti spiegano che è, anche, l’ultima dell’alfabeto norvegese. Pensi che sia il principio di qualcosa, se credi che lo spazio-tempo sia circolare è la destinazione perfetta. Nonostante esistano diverse A, questa è riconosciuta come l’A assoluta. Non avrai altro Å all’infuori di questo paesino di 150 abitanti che vanta il Museo dello stoccafisso e quello dei villaggi di pescatori.
Il posto non è suggestivo, è divino. O quasi. Se per la divinità mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte, per Å sei mesi sono un giorno e altri sei una notte. Sempre luce, sempre buio. L’esistenza, spiragli. Il mare davanti, la montagna alle spalle, il cuore del mondo dentro. Å determina una ridefinizione di sé, l’ineluttabile presa di coscienza di essere inscritti in un gioco infinito, che comincia dove termina.
Capo Agulhas (Sudafrica)
La verità è che noi non possiamo sapere quando finirà il mondo, per questo ci accaniamo per andare dove finisce. Sì, ma dove? I personaggi di una fiction (Un amore) prendono l’Inter Rail e raggiungono il faro di Finisterre, in Spagna; gli adulti puntano sulla Terra del Fuoco, in Argentina, raggiungendo Ushuaia e il fantasma del chatwinismo. Sbagliano rotta, entrambi. La fine è dove ci si stacca dalla madre. E non può che essere, tra i continenti, non l’Europa, non l’America, ma l’Africa. Sudafrica, allora.
E anche lì: sbaglia chi, come feci io, va al pur spettacolare Capo di Buona Speranza, dirottato ancora una volta da mappe mentali di matrice letteraria. “The end” è scritto piuttosto a Capo Agulhas. La spiaggia è brulla, non accoglie marittimi, ma naufraghi. Le onde sono anomale. Gli oceani si incontrano e svelano la reciproca incompatibilità. Guardi l’acqua e sai che sarà un viaggio inverso rispetto al distacco dalla madre, quando puntasti la terra.
Seneca Falls (Stati Uniti)
Può capitare di andare da Buffalo a New York, incrociare questo paese e avere la sensazione, se non la certezza, di averlo già visto. Dove? Quando? Alla televisione. Ogni anno a fine dicembre. La sola differenza è che lì ed allora si chiama Bedford Falls, la cittadina dove si svolge il film La vita è meravigliosa. Il ponte sul fiume è lo stesso da cui James Stewart medita il suicidio, al caffè fanno panini con i nomi dei personaggi (il più venduto è quello di Clarence, angelo di seconda classe).
Successe che Frank Capra, mentre vagava pensando come adattare per lo schermo il libro The Greatest Gift, si fece tagliare i capelli qui da un emigrante italiano, Tom Bellissima. Il barbiere gli raccontò la storia di un ragazzo, Antonio Varacalli, annegato per salvare una donna che si era gettata in acqua da quel ponte. Capra modificò la trama del romanzo. Per decenni nessuno credette a Tom, poi venne fuori che aveva ragione lui. Non disse nulla: aveva smesso di parlare alla morte di James Stewart.
Deserto bianco (Egitto)
Cinema, tv, internet, poi ogni luogo è déjà vu. Vogliamo scommettere che esiste un’eccezione? Un deserto è un deserto è un deserto, per noi occidentali sono come gli orientali, non distinguiamo. Di nuovo: scommessa? Il Deserto Bianco, in Egitto, a sei ore di guida dal Cairo, direzione Sud. La porta è l’oasi di Farafra. E pensavo di fermarmi lì. Poi ho visto cose.
Non si viaggia per ri-conoscere, ma per conoscere, per ri-aprire gli occhi. Come davanti a una macchia di Rorschach, ognuno vede quel che gli suggerisce non lo sguardo, ma l’anima: una distesa di neve, la Luna, un paesaggio post-atomico dove i funghi radioattivi si sono pietrificati, un incubo di Jeff Koons, il disegno di un cartone animato, aspettando lo struzzo e Will Coyote, la radiografia del proprio matrimonio, Las Vegas nel 300 a.C. Che importa? Non vedrete mai altrettante stelle. La mano posata al suolo sentirà il freddo del calcare sotto lo schiaffo dei millenni. Non vi sentirete mai altrettanto sperduti, infinitamente unici eppure vani (o viceversa).
Principato di Andorra
Questo luogo è un mio problema. E dello scrittore americano Peter Cameron. Avendo tra gli scopi finali della vita quello di vedere 100 nazioni, mentre ero felicemente a Barcellona decisi di prendere un autobus e trascorrere un paio di notti (come prevede un regolamento auto-imposto) nel principato fra le montagne. Per affrontare le due ore di viaggio mi ero portato un libro: Andorra, di Peter Cameron.
Qualcosa non tornava. Nel romanzo Andorra era un’isola sul mare, mentre la corriera si inerpicava lungo tornanti e sulle cime si vedeva la neve. All’arrivo mi accorsi di essere in zona franca. Tutti i miei compagni di viaggio erano lì per fare shopping. Alle sei della sera, abbassate le serrande dei negozi, fuggivano per tornare in Spagna. Sono rimasto solo, non posso dire che la piazza principale fosse vuota, perché non ce n’era propriamente una. Sono tornato in albergo, a leggere dell’Andorra di Cameron.
Vittoriosa (Malta)
Ognuno ha i suoi segreti di viaggio e questo è uno dei miei. Prima di andare in un luogo sconosciuto, purché urbano, chiamate un agente immobiliare del posto. Dite che venite dall’Italia per comprarci casa, un investimento che vi è stato consigliato (cosa che non oserà contraddire). Prendete appuntamento per un giorno durante la vostra permanenza. Chiedete di vedere almeno tre proposte immobiliari in contesti diversi. Date la disponibilità di cinque o sei ore. Presentatevi ben vestiti. A Malta tutti vanno a Gozo o La Valletta. Una gentile venditrice mi ha condotto fuori dalle rotte più battute, alla scoperta delle tre città: Senglea, Cospicua e Vittoriosa, tre fortezze sul mare.
I “monumenti” principali? Nella prima, un terracielo che un uomo aveva arredato come un enorme baule Louis Vuitton per compiacere un amante che l’aveva poi lasciato per tornare a Parigi. Nella seconda, la residenza estiva di un medico ereditata dai figli, ingombra di migliaia di oggetti d’arte con un’etichetta e un numero che i successori sorteggiavano tra loro la prima domenica di ogni mese. Potendo, avrei comprato a Vittoriosa: un rudere di pietra e vetri, direttamente sull’acqua, direttamente dall’assedio del 1565, quando ancora era Birgu.
Dharamsala (India)
Ci deve pur essere un posto dove sentirsi sereni. A ciascuno il suo. Per me: Dharamsala. Una sosta in India, mentre andavo in Ladakh. Vi risiede il Dalai Lama. Conta circa 20 mila abitanti e qualche migliaio di hippie in cerca di se stessi. Sta a quasi 1.500 metri di altitudine, sole alto, nuvole basse. Niente di tutto questo rileva. Dharamsala si trasforma all’alba: rarefatta, tace.
Il fuso orario è sghembo, include una mezzora che rende difficile il calcolo, ma assicura comunque una parentesi, uno di quei momenti di irreperibilità come solo su un aereo in volo intercontinentale o durante un’anestesia generale. C’è qualcosa di speciale nell’essere lì e allora. La vita scivola di dosso, quel che resta è sentirsi straniero e accolto. Il saluto di ogni sconosciuto è un sorriso, che passa di bocca in bocca come una parola d’ordine tra complici. Sincero ed euforico, quel sorriso multiplo è una patria. L’esilio, a suo modo, una benedizione. Questo è il penultimo viaggio. Per l’ultimo, ci stiamo attrezzando.
L’articolo è tratto dallo Speciale Viaggi del Venerdì in edicola il 22 marzo: 24 pagine di reportage e consigli per deviare dalle solite rotte