“Mio nonno Eugenio”: il secolo di Scalfari raccontato dal nipote
di Paola ZanuttiniEra nota, l’ironia di Eugenio Scalfari, capace anche di autoironia – perché tanto la governava lui – ma che si facesse dell’umorismo sulla sua persona non lo divertiva mica tanto. In 100 volte Scalfari (in edicola con Repubblica dal 6 aprile, centenario della sua nascita) ovvero le testimonianze di altrettanti amici raccolte da suo nipote Simone Viola, questo fastidio emerge nell’introduzione, al termine del racconto della visita di famiglia a papa Francesco nel 2015.
Dunque: il fondatore di Repubblica, sua moglie Serena, le due figlie Enrica e Donata e il nipote Simone, ai tempi liceale, entrano in una stanza piccolissima di Santa Marta e, tra i familiari, la sobria solennità della situazione rischia di far scoppiare delle risate inopportune, soprattutto fra chi è assalito dall’inopportunissimo ricordo dello sketch di Maurizio Crozza travestito da Papa. Che, mentre porta in spalla un frigorifero da consegnare a una signora povera della più remota periferia, deve rispondere al telefon…
Era nota, l’ironia di Eugenio Scalfari, capace anche di autoironia – perché tanto la governava lui – ma che si facesse dell’umorismo sulla sua persona non lo divertiva mica tanto. In 100 volte Scalfari (in edicola con Repubblica dal 6 aprile, centenario della sua nascita) ovvero le testimonianze di altrettanti amici raccolte da suo nipote Simone Viola, questo fastidio emerge nell’introduzione, al termine del racconto della visita di famiglia a papa Francesco nel 2015.
Dunque: il fondatore di Repubblica, sua moglie Serena, le due figlie Enrica e Donata e il nipote Simone, ai tempi liceale, entrano in una stanza piccolissima di Santa Marta e, tra i familiari, la sobria solennità della situazione rischia di far scoppiare delle risate inopportune, soprattutto fra chi è assalito dall’inopportunissimo ricordo dello sketch di Maurizio Crozza travestito da Papa. Che, mentre porta in spalla un frigorifero da consegnare a una signora povera della più remota periferia, deve rispondere al telefono a Scalfari, intenzionato a raccontargli per l’ennesima volta della sua amicizia con Calvino. La visita si svolge senza inciampi, vengono anche donate delle medagliette ma, tornati a casa, Simone prende il computer e mostra al nonno lo sketch che stava per far divampare il fou rire davanti a Sua Santità. Il Fondatore non dà segno di divertimento. Né di disappunto.«Non si è espresso» ricorda Simone, che oggi ha 23 anni e studia Giurisprudenza a Padova. «L’ha guardato, forzando un po’ il sorriso, e poi ha commentato: “Va bene, va bene”. Non so se l’aveva già visto o se aveva fatto finta di non vederlo, diciamo. Né credo abbia visto l’imitazione che poi Crozza ha fatto proprio di lui: è durata poco, e forse gliel’abbiamo risparmiata».
Nel documentario del 2021 Scalfari. A sentimental journey, realizzato dalla mamma e dalla zia, Simone aveva fatto un annuncio dagli effetti inaspettatamente perturbanti: da grande non vuol fare il giornalista, ma il procuratore sportivo. «A una presentazione del doc a Londra, alcune signore mi hanno chiesto se scherzavo o parlavo sul serio, ma anche fra le persone contattate per il libro, quasi tutte si sono stupite/preoccupate dal fatto che io non mi voglia occupare di giornali, ma di calcio». Il nonno, che ci teneva assai all’erede maschio, si mostrava invece più liberale: «Mi ha sempre detto “Segui le tue passioni. Mi piacerebbe ti occupassi di politica, di Europa, però fai quello che vuoi”. Secondo me non ha mai capito, o voluto capire, cosa fosse un procuratore sportivo, perché era un mestiere troppo distante, quando era più giovane non esisteva. E poi forse non pensava che parlassi seriamente, e una minima speranza che mi occupassi di giornalismo c’era. Ora, con questo libro, mi sono improvvisato giornalista. Però, semmai dovessi diventarlo, sarei un giornalista sportivo».
Barman, bagnini, autisti…
A Simone, nato quando il Direttore aveva già lasciato la direzione, ed entrato la prima volta a Repubblica nel 2017, l’idea del libro è venuta l’anno scorso: dopo una tonnellata di ritratti autobiografici, filiali, degli amici e dei nemici, voleva raccontare Scalfari da un punto di vista finora inedito, quello del nipote. «Un romanzo su mio nonno mi sembrava eccessivo, così ho pensato a delle testimonianze, riunendo i suoi amici, i colleghi di lavoro, ma anche tutte quelle persone meno note che però avevano grandi aneddoti, e con cui io sono cresciuto. Quindi, i vari autisti di Repubblica; le governanti storiche della casa di Velletri che per trent’anni hanno assistito a tutte le feste del 14 luglio e alle visite dei presidenti del Consiglio; e anche e soprattutto i personaggi della vita mondana e delle vacanze a Porto Ercole e Cortina». Quindi barman e bagnini sanamente mescolati a grandi firme e grands commis. Paolo Guzzanti, che imita il fondatore meglio di Crozza, la governante che nota, anche lei, una certa propensione negli ultimi anni a parlare di Calvino.
In non pochi di Repubblica, invece, si nota la tendenza a rievocare i cazziatoni subìti e le successive rappacificazioni: insomma un atteggiamento da figli magari un po’ trasgressivi, ma sempre rispettosi, in persone che oggi veleggiano fra i cinquanta e i settanta, se non oltre. Per Simone, forse dipende dal fatto che molti intervistati hanno cominciato a lavorare a Repubblica da ragazzi: «Quindi c’era un po’ questa idea, che lui poi non ha mai nascosto, di essere un po’ padre di tutti, questo sentimento patriarcale del tenere tutti insieme. Prima faceva il cazziatone e poi qualcuno gli diceva cautamente che era stato troppo duro, e lui il giorno dopo richiamava l’oggetto delle sue ire, ammetteva di esagerare un po’ quando si arrabbiava, gli diceva che gli voleva bene e quello tornava a lavorare tutto contento».
La lotta sul tappeto
«Voi che cosa ne pensereste di uno Stato che decidesse realmente, non solo a parole, di basare la sua natura e struttura sui valori della Rivoluzione francese: Liberté, Egalitè, Fraternité?». A Velletri, i destinatari di questa domanda postprandiale erano due dodicenni, Simone e il suo amico Francesco che se la ricorda ancora con timore e tremore. Se c’è una cosa che il nipote ha sofferto un po’, ma solo un po’, e soltanto nei primi anni, è stata la serietà del nonno, per altro affettuosissimo e disposto a fare la lotta sul tappeto, ma che non indulgeva nelle chiacchiere sciocchine e leggere in uso fra nonni e nipoti. Più o meno due anni dopo, alla vigilia del liceo, ci fu un po’ di battaglia. «Eravamo sempre a Velletri, quel giorno c’era qualcosa che l’aveva fatto innervosire e prima di cena c’è stata una discussione, non un litigio, perché non abbiamo mai litigato davvero. S’era impuntato sul fatto che dovevo leggere i suoi libri, perché a 14 anni era grave che non li avessi ancora letti. Mamma e zia tentavano di smorzare i toni, dicendo che i suoi libri non erano semplicissimi, e lui protestò che erano molto semplici e, anzi, dovevano entrare nei programmi delle università».
Poi i suoi libri, non tutti, li ha letti. E, facendo le interviste per il suo, entrando nelle case degli intervistati piene di libri e testimonianze di un passato vitalissimo, ha deciso che il lavoro del giornalista – sul campo, non al computer – non è poi così male.
Sul Venerdì del 29 marzo 2024