✕

"Vi racconto come nascosi Saddam Hussein”

Per otto mesi Alaa Namiq, un contadino, ospitò il dittatore iracheno in casa e nel buco sottoterra dove fu catturato. Per la prima volta condivide la sua storia. Con noi e in un doc
4 minuti di lettura

Conosciamo il raid che nel dicembre 2003 scovò il dittatore iracheno Saddam Hussein soltanto grazie al racconto che ne hanno fatto gli americani. A rileggerle oggi, le notizie di quel giorno hanno un’aria di ingenuità vittoriosa, perché l’Iraq non era ancora diventato quella carneficina che terrà inchiodati i soldati americani a combattere una guerriglia di feroci irriducibili per altri sette anni. Ma quel giorno i dettagli erano da filmone d’avventura. Lui, nascosto in una buca nella terra, non molto distante dallo sfarzo dei palazzi della tenuta presidenziale di Tikrit che si era fatto costruire in stile neobabilonese, marmi italiani inclusi. Le tredici operazioni precedenti per catturarlo, tutte andate a vuoto. Il nome in codice “Alba Rossa”, preso dal titolo di un film con Patrick Swayze nel ruolo del capo di una banda di ribelli. Le truppe della Delta Force. La foto del dittatore con la barba e i capelli lunghi che riappare a terra in mezzo agli scarponi americani dopo nove mesi …

Conosciamo il raid che nel dicembre 2003 scovò il dittatore iracheno Saddam Hussein soltanto grazie al racconto che ne hanno fatto gli americani. A rileggerle oggi, le notizie di quel giorno hanno un’aria di ingenuità vittoriosa, perché l’Iraq non era ancora diventato quella carneficina che terrà inchiodati i soldati americani a combattere una guerriglia di feroci irriducibili per altri sette anni. Ma quel giorno i dettagli erano da filmone d’avventura. Lui, nascosto in una buca nella terra, non molto distante dallo sfarzo dei palazzi della tenuta presidenziale di Tikrit che si era fatto costruire in stile neobabilonese, marmi italiani inclusi. Le tredici operazioni precedenti per catturarlo, tutte andate a vuoto. Il nome in codice “Alba Rossa”, preso dal titolo di un film con Patrick Swayze nel ruolo del capo di una banda di ribelli. Le truppe della Delta Force. La foto del dittatore con la barba e i capelli lunghi che riappare a terra in mezzo agli scarponi americani dopo nove mesi di latitanza, e finisce in tutti i telegiornali.

Piccoli miracoli

Conosciamo poco di quel fatto dal lato iracheno, e invece adesso sta succedendo un piccolo miracolo. Un regista curdo ha trovato l’uomo, un contadino e cacciatore sunnita, che ha tenuto nascosto Saddam Hussein per otto mesi e ha costruito un documentario girato benissimo, Hiding Saddam. Un curdo alla regia vuol dire un appartenente alla minoranza etnica che Saddam ha tormentato durante il suo regime con una persecuzione infinita, arrivata anche allo sterminio di villaggi con le armi chimiche. Il fatto che un curdo intervisti il contadino arabo-sunnita che ha protetto Saddam, nella zona di al Door, vicino a Tirkit, vale a dire nella provincia profonda che sosteneva la dittatura, è il segno che l’Iraq fratturato da vent’anni di violenze comincia forse, e piano piano, a ricomporsi. E questa è la prima metà del miracolo. «Sono scappato in Norvegia a causa di Saddam, è stato strano rincorrere questa storia per dieci anni», racconta Halkawt Mustafa al Venerdì. «Quando ho iniziato a leggere gli articoli prima sulla caccia all’uomo, e poi sulla morte di Saddam, ho capito che non potevo non raccontarla. Avevo letto un giornale che citava Alaa Namiq, il contadino, ma non diceva altro. Ci ho messo molto tempo a trovarlo, e poi a convincerlo a raccontarmi questa storia. Non voleva, era distrutto dal periodo trascorso in prigione. È vivo soltanto perché è emerso lo scandalo delle torture nelle carceri, sennò credo che sarebbe morto. Sono la prima persona con cui si è aperto, questa vicenda non l’aveva mai voluta raccontare, nemmeno a sua moglie. Era in uno stato di depressione. Poi anche per lui è diventato importante parlare».

Il cacciatore

Alaa Namiq, che oggi ha la faccia sicura di chi appartiene alla perfezione al proprio ambiente, è il centro della storia. «Un uomo in piedi su una sedia con un capestro al collo non muore per colpa del capestro. Muore perché è solo. Così mi sono sentito per tutto il tempo in cui ho ospitato Saddam», spiega al Venerdì rispondendo via email alle nostre domande. Il fatto che accetti di parlare davanti a una telecamera e a un magazine di quello che ha fatto, in un Iraq a maggioranza sciita, dove le milizie sciite si vendicano con violenza di chi sospettano possa avere nostalgie per il dittatore, è l’altra metà del piccolo miracolo. «C’è un detto arabo che dice: “Se arriva un ospite in casa tua non sai mai cosa porterà nel tuo futuro”. Per noi l’ospite va onorato e non chiediamo mai per quanto si fermerà. Saddam mi disse di aver fatto un sogno in cui gli veniva indicato chiaramente di dover andare a al Door e cercare la famiglia Namiq. Così è partito ed è arrivato prima a casa di mio fratello maggiore, a cui chiese chi era “il cacciatore” in famiglia. E lui gli disse che era il fratello minore, cioè io. Voleva il cacciatore perché per lui era molto importante il legame con la natura, e perché i cacciatori sono molto abili a nascondersi e nascondere qualcosa nella natura», racconta Alaa. Si capisce perché Saddam lo ha scelto: Alaa è un figlio dell’Iraq centrale dove i sunniti, quando lui era al potere, spadroneggiavano pur essendo una minoranza di fatto. Conosce ogni centimetro del paesaggio di pantani e campi attorno a Tikrit e conosce anche il paesaggio umano, fatto di clan e di alleanze o inimicizie familiari che vanno navigate con perizia: basta una delazione a rovinarti.

Non avevi paura? «Non avevo scelta. Saddam era arrivato chiedendo di stare una notte soltanto, ma poi in città sono arrivati i soldati americani, non potevo chiedergli di andarsene. Era seduto accanto a me e c’erano centinaia di soldati che lo cercavano: che cosa avrei dovuto fare?». Nessuno si accorgeva che in casa avevi da sfamare una bocca in più?«Questa cosa mi preoccupava tantissimo. Non ho dormito serenamente per otto mesi. Ero sotto stress, terrorizzato all’idea che i soldati americani arrivassero. Non avrei saputo cosa fare. E lui mangiava un sacco! Carne soprattutto. Ed era un problema, anche perché mi chiedevo come far da mangiare a un presidente, non mi sentivo all’altezza, doveva essere tutto perfetto. All’inizio non fu semplice».Se gli americani non l’avessero catturato, che cosa sarebbe successo? «Lui voleva tornare al potere e stava cercando il modo per riuscirci. Sapeva che i soldati americani sarebbero stati uccisi e che se ne sarebbero andati prima o poi. Pensava di poter tornare al suo posto, solo non sapeva quanto ci sarebbe voluto».

La profezia

Alaa aveva scavato la buca nel terreno dove poi Saddam venne preso, ma era usata solo quando i raid americani si facevano troppo vicini. Nelle giornate normali, racconta, il dittatore con 25 milioni di dollari di taglia sulla testa lavorava assieme a lui nei campi, quella era la copertura migliore: un contadino chino di spalle in una zona sperduta, invisibile agli aerei e ai satelliti. Teneva pochissimi contatti con i suoi aiutanti, per non essere intercettato. Anche adesso gli capita di rimpiangere quel periodo con Saddam.«Continuo a sentirlo vicino, mi sembra di continuare a vivere con lui». E come leader, lo rimpiangi? La domanda è delicata, fa un giro per rispondere. «Tutto quello che mi ha detto sul futuro dell’Iraq si è avverato. O meglio: tutto quello che ha detto sarebbe successo se lo avessero deposto o ucciso è diventato realtà. È una delle ragioni per cui racconto questa storia: Saddam aveva ragione sull’instabilità che sarebbe seguita, sull’arrivo dello Stato islamico, sul disastro che viviamo ancora oggi».

Sul Venerdì del 5 aprile 2024

Leggi i commenti