Visto dall'alto potrebbe sembrare un pavimento di marmo screziato, invece è un angolo del deserto del Negev, nel sud-est di Israele, punteggiato di piccoli agglomerati di povere case. Chissà in quale di questi abitava Amina al Hassouni, la bambina di sette anni e mezzo che è rimasta ferita nel corso dell'attacco aereo lanciato nella notte tra sabato e domenica scorsa dall'Iran per rappresaglia contro il raid israeliano sulla sua ambasciata a Damasco. Un frammento di un missile intercettato dalla contraerea è caduto sulla casa dove Amina viveva con la sua famiglia, sfondando il tetto e colpendola alla testa. Dalle ultime notizie la bambina resta ricoverata in gravi condizioni all'ospedale di Beer Sheva, anche se non sarebbe più in pericolo di vita.
Secondo i media il villaggio di Amina si chiama Al Fura, ma su Google Maps non è rintracciabile perché tutti questi gruppi di case sparsi nel deserto sono Unrecognized Bedouin Villages. I beduini sono un antico popolo di pastori nomadi che vive nelle zone aride del Medio Oriente e del Nordafrica. Sono di etnia araba e di religione prevalentemente musulmana. In Israele godono della cittadinanza (tra le vittime del 7 ottobre ci sono anche alcuni di loro), ma nel corso dei decenni hanno subito varie deportazioni e tentativi di sedentarizzazione forzata e oggi costituiscono una delle fasce più povere ed emarginate della popolazione. Secondo Wikipedia, dei circa 200 mila beduini del Negev, più o meno la metà vive in questi villaggi non riconosciuti, vale a dire costruiti senza rispettare le normative dello Stato e quindi illegali. Non hanno accesso ad acqua, elettricità e servizi di base, e, come ha denunciato il padre di Amina, non hanno rifugi e generalmente non sono protetti dalle difese antiaeree come il sistema Iron Dome, quello che ha protetto egregiamente il resto del territorio israeliano dall'attacco di qualche notte fa.
Dunque una bambina araba e musulmana è l'unica vittima dell'attacco diretto portato dalla repubblica islamica di Teheran sullo Stato ebraico. I cui governanti ora sostengono che proprio il ferimento di Amina dimostra come Israele debba continuare a combattere per la propria sicurezza, da un lato colpendo direttamente l'Iran, dall’altro continuando una guerra che ha già colpito migliaia di altri bambine e bambini, a Gaza e altrove, di cui tra l’altro non sappiamo neanche il nome. La Storia, scriveva Elsa Morante, è uno scandalo che dura da 10 mila anni. E ha un beffardo, atroce gusto per il paradosso.
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