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Un diretto per Parigi: Sirine Charaabi, la pugile italo-tunisina da Caserta alle Olimpiadi

Sirine Charaabi (a sinistra) nel match vinto a marzo contro la coreana Aeji Im che l’ha qualificata per le Olimpiadi di Parigi. ©SPORTSFILE 
Ha lottato per la cittadinanza, per un pass olimpico, contro i pregiudizi. E ora la sua storia è diventata un romanzo. “Voglio essere un modello per le seconde generazioni”
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San Prisco (Caserta). A Vitulazio non c’è la Torre Eiffel. Poca gente, case basse, guardando in alto c’è solo il cielo. Sirine Charaabi ha esordito lì a 13 anni, ora ne ha 24 ed è una delle stelle della Nazionale italiana di boxe. A marzo si è guadagnata il pass per le Olimpiadi di Parigi. «Mi ricordo ogni singola sensazione. L’ansia prima di salire sul ring, la difficoltà di gestire il match, ma anche la gioia della vittoria». L’ansia non è mai passata del tutto («Ma un mental coach mi aiuta a gestire la paura di fallire»), fa parte come tante altre cose della vita di Sirine.

Il romanzo

Il ring (Giunti editore, in libreria dal 2 maggio), scritto dalla giornalista Chiara Lico, è liberamente ispirato alla sua storia. Una storia di riscatto e di integrazione. L’alba in Tunisia, pochi mesi ed è già Italia, provincia di Caserta. A Vitulazio, con la famiglia. E poi nella vicina San Prisco. Un posto come tanti solo in apparenza. La differenza la fa il pugilato, una fune più che filo condutt…

San Prisco (Caserta). A Vitulazio non c’è la Torre Eiffel. Poca gente, case basse, guardando in alto c’è solo il cielo. Sirine Charaabi ha esordito lì a 13 anni, ora ne ha 24 ed è una delle stelle della Nazionale italiana di boxe. A marzo si è guadagnata il pass per le Olimpiadi di Parigi. «Mi ricordo ogni singola sensazione. L’ansia prima di salire sul ring, la difficoltà di gestire il match, ma anche la gioia della vittoria». L’ansia non è mai passata del tutto («Ma un mental coach mi aiuta a gestire la paura di fallire»), fa parte come tante altre cose della vita di Sirine.

Il romanzo

Il ring (Giunti editore, in libreria dal 2 maggio), scritto dalla giornalista Chiara Lico, è liberamente ispirato alla sua storia. Una storia di riscatto e di integrazione. L’alba in Tunisia, pochi mesi ed è già Italia, provincia di Caserta. A Vitulazio, con la famiglia. E poi nella vicina San Prisco. Un posto come tanti solo in apparenza. La differenza la fa il pugilato, una fune più che filo conduttore, collante di tante storie. Qui c’è la Tifata Boxe, nome mutuato dal monte che domina sullo sfondo. Ma rende meglio l’idea chiamarla “La palestra”, così essenziale e spartana.

Quel qualcosa in più

È mattina, c’è silenzio, da una porticina spunta un ragazzino: ha 13 anni, lavora al sacco, è un bel mancino. Niente scuola, c’è una gita, ma lui preferisce allenarsi. «È bravino, ha tecnica. Ora ci deve mettere più grinta». Parla il regista di tutto. Giuseppe Perugino, il maestro. Nel 1977 decise di creare un punto di aggregazione intorno al ring: «Lo spazio è poco ma, tra agonisti e amatori, 90 persone si allenano qui. E di risultati ne abbiamo ottenuti tanti, basta dire che i nostri hanno vinto cinquantasei titoli italiani».

Il maestro mostra con orgoglio “La palestra”. Sembra un museo, piena di trofei e tappezzata di foto e ritagli di giornale. Molti riguardano il figlio Prisco, campione d’Italia, una storia finita tragicamente senza un perché, sui binari di un treno in un giorno freddo di un lontano gennaio. Sulla strada, appena si entra in paese, c’è anche un murale a tenerne sempre acceso il ricordo.«Ma il più forte della famiglia era Antonio, un altro dei miei figli» ci dice indicando una foto nella quale il pugile è insieme a Don King, il promoter che nel 1974 organizzò a Kinshasa il leggendario match tra Ali e Foreman. Olimpionico ad Atlanta, campione del mondo, nessuna sconfitta da professionista, era pronto per una carriera in America, ma un malore dopo un match decretò la fine della sua carriera. Prove dure, che però non hanno scalfito quel monumento di umanità che il maestro rappresenta.

Per tutti, per Sirine: «La portò il cugino. Appena l’ho vista, avrà avuto cinque anni, ho capito subito che aveva qualcosa in più».

Sirine Chaarabi durante i primi anni di boxe, seduta accanto alla gemella Sarra. 

Carica e rabbia

Da allora si è instaurato un rapporto d’acciaio. «Giuseppe mi ha sempre aspettato, nel suo cuore c’era la convinzione che ce l’avrei fatta», racconta la pugile. In una delle foto c’è lei insieme alla sorella gemella, il “Raddoppio” che viene raccontato nel romanzo. «Siamo tre sorelle: Zaineb è la maggiore, ma è chiaro che con la mia gemella Sarra il rapporto è più stretto. Tranne che all’asilo, il percorso di vita è stato comune. Anche lei ha fatto boxe, ma era un po’ per stare insieme, per giocare. Poi verso i sedici anni si è capito chi aveva più determinazione».

Ring a parte, “Raddoppio” è una figura chiave: «Abbiamo lottato insieme, sin da quando alle elementari iniziai a capire certe dinamiche. Litigai con una ragazzina e quella mi disse “marocchina”. A parte che sono tunisina, ma era il tono a essere sprezzante. Il brutto è che lei non sapeva neanche che esistesse il Marocco, era chiaro che fosse un modo di dire dei genitori».

E anche ai tempi delle scuole superiori: «Una professoressa ci disse che non volevamo integrarci perché non avevamo messo un’uniforme. Ma almeno in questo episodio il finale è stato diverso. Durante una gita l’insegnante ebbe modo di conoscerci e ci chiese scusa». È proprio nel periodo della scuola che la battaglia per ottenere la cittadinanza entra nel vivo. Petizioni, lettere al presidente Mattarella: «Non mi ha mai risposto... Una mia compagna mi aiutava, ma di buchi nell’acqua ne abbiamo scavati tanti». Il suo dente cariato, il buco nero descritto nel romanzo, è l’ansia di non riuscire a diventare italiana: «Potevo scegliere di rappresentare la Tunisia, mio padre però mi consigliava l’Italia. E sul ring mettevo una carica in più, sapevo che i meriti sportivi mi avrebbero aiutata».

Carica e rabbia: «Quanto mi incazzavo. Come tunisina potevo fare i campionati italiani, ma niente Nazionale. Facevo i raduni, poi le altre andavano a fare i tornei internazionali e io me ne tornavo a San Prisco».

Una sconfitta per ko nella finale agli Assoluti a Pescara nel 2018 («Un colpo maledetto, l’ho presa malissimo, quel torneo era l’unica cosa che avevo»), quindi il ruolo del maestro, la pazienza nell’aspettarla: «Volevo mollare tutto, mi ero iscritta all’università per diventare mediatrice culturale come le mie sorelle».

Sirine nella palestra del maestro Perugino. 

Vitulazio sulla Torre Eiffel

Poi il Covid, il lockdown che azzera la vita sociale: «Niente università, niente di niente. Ma come agonista potevo allenarmi, e lentamente mi è tornata la voglia. Ai campionati italiani di Avellino ho stravinto». Il tassello che completa il puzzle arriva in un tardo pomeriggio. Telefonata, numero sconosciuto, sarà il solito giornalista che deve chiedere della storia delle petizioni. «Vicino a me c’è mia madre. Al contrario di papà era preoccupata quando decisi di fare la boxe, temeva il naso rotto, cose del genere. Non voglio rispondere, lei mi dice di farlo. “Parla la Prefettura di Caserta, venga con carta d’identità e marca da bollo di 16 euro per l’accettazione della cittadinanza”. Prima di dire qualcosa ci avrò messo dieci secondi, mi sono sembrati dieci anni».

Insomma, proprio una vita da romanzo: «Quando il mio amico Pasquale Avallone, molto presente sul territorio con il suo centro di lettura “Leggimi forte”, mi ha segnalato questa storia » spiega Chiara Lico, l’autrice del romanzo, «ho capito subito che realtà e fantasia sarebbero andate d’accordo». Nella realtà, Sirine ormai è una ragazza realizzata, è entrata nella Polizia di Stato. Non dimentica però il passato e gli altri: «Voglio essere un modello per tutti gli italiani di seconda generazione, che per emergere devono lottare il doppio».

E il cerchio potrebbe ancora non essere chiuso. In estate a Parigi c’è l’Olimpiade. Perché se a Vitulazio non c’è la Torre Eiffel, in cima alla Torre Eiffel potrebbe esserci qualcosa, magari solo un frammento, di Vitulazio.

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