Perché ci piace correre verso il nulla? Ce lo spiega la storia del Tapis Roulant
di Simona OrlandoSe c’è un oggetto che racchiude il senso del paradosso, quello è il tapis roulant: correre per andare da nessuna parte, e arrivarci sudati; impegnare il tempo libero in una pseudo-locomozione e, da fermi, generare un giro d’affari mondiale. Nessuno aveva approfondito le sue curiose origini, ora ci pensa lo scrittore Yves Pagès in Le catene senza fine. Storia illustrata del tapis roulant (in francese, ed. La Dècouverte/Zones) tracciando un destino tragicomico che va dal mito di Sisifo ai moderni faticatori immobili.
Alle macchine rotanti si erano già dedicati gli antichi romani, poi nel 1588 un ingegnoso italiano alla corte di Francia, Agostino Ramelli, progettò un tappeto mobile seminclinato a fini agricoli, nonché un leggìo circolare azionato a pedali, per consultare venti libri contemporaneamente. A parte essere il prototipo dell’ipertesto, questa specie di cyclette per dotti sdoganò l’idea che si potesse raggiungere un obiettivo (il sapere universale, nel suo caso) senza doversi sp…
Se c’è un oggetto che racchiude il senso del paradosso, quello è il tapis roulant: correre per andare da nessuna parte, e arrivarci sudati; impegnare il tempo libero in una pseudo-locomozione e, da fermi, generare un giro d’affari mondiale. Nessuno aveva approfondito le sue curiose origini, ora ci pensa lo scrittore Yves Pagès in Le catene senza fine. Storia illustrata del tapis roulant (in francese, ed. La Dècouverte/Zones) tracciando un destino tragicomico che va dal mito di Sisifo ai moderni faticatori immobili.
Alle macchine rotanti si erano già dedicati gli antichi romani, poi nel 1588 un ingegnoso italiano alla corte di Francia, Agostino Ramelli, progettò un tappeto mobile seminclinato a fini agricoli, nonché un leggìo circolare azionato a pedali, per consultare venti libri contemporaneamente. A parte essere il prototipo dell’ipertesto, questa specie di cyclette per dotti sdoganò l’idea che si potesse raggiungere un obiettivo (il sapere universale, nel suo caso) senza doversi spostare. La cosa invece più simile all’attrezzo ginnico che oggi conosciamo è la “scala eterna”, strumento di tortura inventato da Sir William Cubitt nel 1818, a fini tutt’altro che salutari. Era un mulino disciplinare, un cilindro a gradini su cui i detenuti camminavano a vuoto. Fiaccò anche il carcerato Oscar Wilde. Con il pretesto di una laboriosa rieducazione, venne adottato nelle galere inglesi e australiane, indonesiane e giamaicane, salvo poi essere abolito nel 1902 perché mieteva un morto a settimana ed era ignobilmente improduttivo. Fa notare l’autore che, intanto, il marchingegno aveva creato automi inchiodati alla postura, ridotti a forza muscolare senza testa: le prime cavie proletarie della società industriale.
Come si è trasformato da supplizio ad alleato del corpo? È una storia intricata, dove il rurale e l’urbano convergono, e si mescolano tecnica agricola, ingegneria, ricerca medica, scenografia, complicando la paternità dei brevetti. Per gran parte dell’Ottocento, il tapis roulant viene impiegato come macchina nei campi: il cavallo risale la pedana inclinata, illuso di raggiungere l’avena in cima, e così aziona la trebbiatrice per il grano o la pompa per l’acqua. Dall’altra parte dell’Atlantico, la ciurma equestre sta a bordo dei battelli e attiva le ruote a pale, collegando le sponde del fiume Hudson o del Mississippi. Trovata l’idea, si declina nei modi più fantasiosi. Ad esempio, l’attore Neil Burgess nel 1882 brevetta un dispositivo a tapis roulant per le rappresentazioni dal vivo. Nasce l’ippodramma, culminato in un Ben-Hur a Broadway, e presto diffuso nei teatri francesi, dove l’effetto scenico sbalordisce: stalloni che corrono a tutta velocità senza mai uscire dal palco. Contemporaneamente, il veterinario berlinese Nathan Zuntz usa il tappeto motorizzato per monitorare respirazione e attività cardiaca degli animali.
Ma nel 1892, ecco che a San Francisco si pubblicizza un aggeggio sportivo simile a quello moderno: è utile contro l’obesità e «l’isteria femminile». Non mancherà nella palestra del Titanic, ma avrà gran successo più tardi, nei ruggenti Anni 20, con il boom delle sale da sport frequentate da attrici e ballerine, e dei ciclodromi (tapis con bici sopra). L’idea dello sprint statico diventa ludica con l’ingegnere Jesse W. Reno, che nel 1895 inventa la scala mobile come giostra per il luna park di Coney Island, New York. Tre anni dopo, il saliscendi meccanico è usato da Harrods, i grandi magazzini di Londra, dove i commessi dispensano sali e cognac ai clienti svenuti per le vertigini. Mentre benestanti e aristocratici si godono le ascese oziose verso lo shopping, secondo il principio del minimo sforzo, i carcerati ancora schiattano sull’odiosa scala eterna.
Uomini da marciapiede
Nel 1900, l’attrazione dell’Esposizione Universale di Parigi è il “marciapiede mobile”: i passeggiatori vengono trasportati sul tappeto per 4 km, a sette metri di altezza, ripresi da Georges Méliès, dai fratelli Lumière e da Thomas Edison (i filmati si trovano su YouTube). Sono figuranti casuali che entrano ed escono dall’inquadratura, con facce fiduciose nel progresso, inteso quasi come una magia che risparmierà la fatica all’uomo, lasciandogli più tempo libero. Le insidie dell’automazione sembrano lontane. Giusto lo scrittore Ambrose Bierce ironizza sul «declino del piede» che, tra scale e tappeti mobili, porterà i bipedi all’estinzione.
Per il resto, la tecnologia raccoglie entusiasmi, e l’architetto futurista Antonio Sant’Elia disegna addirittura la dinamica Città Nuova, collegata da chilometrici tapis roulant. Lo fa nel 1913, anno in cui il nastro trasportatore viene applicato alle fabbriche Ford di Detroit, imponendo ritmo e rendimento. Un gran risparmio di tempo e soldi. L’operaio non va più verso il lavoro, è il lavoro che lo raggiunge. Come il panorama parigino andava verso i passeggiatori stazionari dell’Esposizione. Ed è proprio dopo una visita alle industrie Ford, che Charlie Chaplin realizza il film Tempi Moderni (1936), mostrando l’alienazione della catena di montaggio. Il suo Charlot è l’opposto: l’elogio del vagabondo che ha le scarpe rotte a forza di mandare i piedi dove non deve.
Da metà del Novecento, il tapis roulant conquista ogni livello: sottoterra per estrarre dalle miniere, ai polpacci quando restituisce bagagli negli aeroporti, ad altezza bacino in cassa al supermercato, fin sopra la testa nei centri commerciali. L’ironia? Il nastro trasportatore che impoltronisce è anche quello che aiuta a perdere peso. Per i consumatori impigriti, per i lavoratori sedentari, il fitness è salvezza. Il tapis roulant diventa il totem che dà cardio-euforia e suda via sensi di colpa e calorie. Non bisogna nemmeno più cercarlo all’esterno da quando l’ingegnere Staub, nel 1969, ha prodotto il PaceMaster 600, un modello economico a domicilio, ispirato a quello usato nel 1964 dagli astronauti della Nasa. Il test cardiovascolare su corridori fermi da preparare per lo Spazio si chiamava “Aerobics”, volgarizzato poi in aerobica, fenomeno degli anni 80 grazie ai vhs di Jane Fonda e Arnold Schwarzenegger.
Ovviamente il libro di Pagès non nega i benefici del tappeto rotolante, però ne segnala le distorsioni. È un artificio che soppianta la natura quando scegliamo di sfrecciare fra quattro mura invece che in un parco. E quando facciamo le pause nei fast food, nei kaiten-zushi giapponesi o nei cheese bar inglesi, che servono sushi o formaggi alla svelta sul rullo, noi accettiamo di stressare i momenti di riposo. Per non parlare delle scrivanie con tapis integrato, simili a ruote da criceti, per non smettere mai di produrre. L’Italia è molto citata, compresi i complessi sciistici che hanno introdotto i tapis roulant per le risalite, Marcovaldo di Italo Calvino, i movimenti operai, e quel brano di Enzo Del Re, Lavorare con lentezza, contro la velocizzazione che aliena. Se la condizione umana ci abbia guadagnato in comodità o perso in libertà, è da vedere. Il risvolto sociopolitco non era sfuggito al film-cult L’odio: «Li vedi? Sono quelli che non muovono un passo sulle scale mobili e si lasciano trasportare dal sistema. Sono quelli che votano Le Pen ma non sono razzisti. Il peggio del peggio».
Sul Venerdì del 3 maggio 2024