Boy George: “Invecchiare è un lusso. Il botox non mi avrà”
di Gianni SantoroLa confessione shock arriva poco prima della fine, a pagina 255. Dopo averci raccontato del padre manesco, dell’amore clandestino con il batterista dei Culture Club finito in tribunale, delle tante, tantissime droghe, di quando tornò ancora una volta in carcere per aver ammanettato e picchiato un escort. A quel punto Boy George è pronto per togliersi il peso più grande e ammette: ok, mi sono fatto non uno, non due ma ben tre trapianti di capelli. «Ma la cosa curiosa è che nessuno sembra ricordarsi che fossi calvo». E subito dopo l’affondo: «Ah, e mi sono sottoposto anche a un’addominoplastica. La cosa più dolorosa di sempre».
Karma, la terza autobiografia di Boy George in trent’anni, uscita per Rizzoli Lizard, è un pozzo di aneddoti, pettegolezzi, cadute, rinascite, ricadute, altre rinascite. Da quando era la popstar più oltraggiosa e paparazzata degli anni Ottanta che scandalizzava mezzo mondo e subito lo tranquillizzava dicendo “al sesso preferisco una tazza di tè” - «Molti mi prese…
La confessione shock arriva poco prima della fine, a pagina 255. Dopo averci raccontato del padre manesco, dell’amore clandestino con il batterista dei Culture Club finito in tribunale, delle tante, tantissime droghe, di quando tornò ancora una volta in carcere per aver ammanettato e picchiato un escort. A quel punto Boy George è pronto per togliersi il peso più grande e ammette: ok, mi sono fatto non uno, non due ma ben tre trapianti di capelli. «Ma la cosa curiosa è che nessuno sembra ricordarsi che fossi calvo». E subito dopo l’affondo: «Ah, e mi sono sottoposto anche a un’addominoplastica. La cosa più dolorosa di sempre».
Karma, la terza autobiografia di Boy George in trent’anni, uscita per Rizzoli Lizard, è un pozzo di aneddoti, pettegolezzi, cadute, rinascite, ricadute, altre rinascite. Da quando era la popstar più oltraggiosa e paparazzata degli anni Ottanta che scandalizzava mezzo mondo e subito lo tranquillizzava dicendo “al sesso preferisco una tazza di tè” - «Molti mi presero alla lettera. Ero diventato il volto di un’omosessualità rassicurante» - fino ai giorni d’oggi, quando non si nega a nessuno: fa tour revival con vecchie glorie come Howard Jones e Kim Wilde, il concorrente dell'Isola dei famosi inglese, il giudice nei talent show, ma anche la guest star di crociere targate Virgin con Richard Branson. Il tycoon fu uno di quelli che nel 1986 tentarono di salvarlo quando finì nel tunnel della droga. «George, c’è qui con me David Bowie, vorremmo incontrarti», gli disse al telefono. Boy George non andò.
«Conosco un sacco di parole ma non sono utili», esordisce in italiano prima di continuare l’intervista in inglese. «Capisco abbastanza la lingua ma non la parlo, so ordinare il cibo e dare indicazioni stradali. Ho anche composto una canzone in italiano con il mio collaboratore di origine italiana, Benny Di Massa, è ancora inedita. Però ho cantato in italiano nella vostra tv, con Al Bano e Massimo Ranieri. Probabilmente potrei imparare bene se solo non fossi così pigro».
Non si direbbe pigro. Sta facendo un sacco di cose. Ha appena finito di andare in scena a Broadway con il musical Moulin Rouge! Da quando le interessa anche la recitazione?
«Con gli anni il mio atteggiamento nei confronti delle novità è diventato: perché no? Lavorando mi rilasso, non riesco a stare fermo a non fare niente. Da giovane mi interessava il risultato, ora soprattutto divertirmi, indipendentemente dagli effetti. E mi sono divertito molto con Moulin Rouge!. Soprattutto negli ultimi giorni, mi sono sentito più libero di sperimentare. Sono stato sul palco per quattro mesi, un record. Senza un giorno di assenza. Neanche quando stavo male. Perché sentivo la responsabilità: molta gente ha comprato il biglietto per vedere me e avrebbe chiesto indietro i soldi se mi fossi fatto sostituire».
Ma vuole recitare ancora?
«Mi piacciono le sfide, quando aiutano a smentire l’idea che la gente ha di me. L’importante è cambiare. Non sono per niente una persona nostalgica. In fondo la mia carriera musicale è stata, come dico io, un caso fortuito. Ero al posto giusto al momento giusto».
Nel libro racconta di aver avuto una fidanzata, Alice.
«In realtà non solo lei. Ho avuto altre ragazze. Questa cosa vi rassicura? (ride rumorosamente, ndr) Devo dire che erano tutte molto androgine. Su di lei ho anche scritto una canzone, A Boy Called Alice. Alla fine si è scoperto che era lesbica, tutto torna».
E racconta di quando provò la cocaina in Giamaica con Keith Richards.
«Erano giorni folli. La prima volta che ho parlato con lui fu al telefono, e non fu tanto simpatico. Poi lo incontrai a casa sua in Giamaica, andando via tornai indietro perché avevo dimenticato gli occhiali e lo beccai che mi prendeva in giro facendo la mia imitazione. Erano tempi diversi, non mi offesi. Ora sarebbe successo un putiferio, sono tutti più suscettibili. Tutti si offendono molto più facilmente. Ai miei tempi la stampa diceva di me cose orribili e omofobiche ed era tutto lecito. Oggi al contrario hanno tutti paura di dire qualsiasi cosa. La libertà di parola è importante».
Nella sua vita ne ha fatte di tutti i colori. Ma l’hanno sempre perdonata. Oggi pensa che la escluderebbero dal mondo dell’intrattenimento?
«C’è una grande differenza: io non mi sono mai mostrato per quello che non sono. Anche quando ho fatto le pazzie che sapete, ero sempre George O’Dowd del sud est di Londra. Certo, c’era Boy George, ma non era un personaggio come quelli che creava David Bowie, è sempre stato un’estensione della mia persona. La fama può amplificare le cose ma se sei fortunato resti quello che sei sempre stato, ed io ero quel ragazzino che aveva capito subito di essere gay. Non conoscevo la parola ma sapevo che ero diverso. E mi andava bene così».
Cosa ha imparato partecipando all’Isola dei famosi inglese?
«Che ci sono un sacco di cose che non ti dicono prima. Gli autori cercano di individuare i tuoi punti deboli per farti uscire di testa, è un gioco psicologico. È questa è stata la parte più stancante e meno interessante. Non mi piace quando cercano di controllarmi, parlo in continuazione anche quando mi dicono di stare in silenzio. Ma per come sono fatto io appena sono uscito mi sono dimenticato di tutto. Letteralmente. Mi avevano detto: non mangiare troppo appena torni a casa, fai abituare il corpo, e invece io dieci minuti dopo mi stavo strafogando. È stato interessante vivere senza telefono e senza computer, prendermi una pausa da tutto questo. E intanto continuavo a praticare yoga e meditazione».
Quando è diventato così saggio?
«Cerco di imparare tutti i giorni qualcosa. Ho iniziato a usare questa tecnica chiamata EFT (Emotional Freddom Technices, ndr): mi dico che sono di buon umore anche se non lo sono. Letteralmente: mi siedo e lo ripeto. È incredibile il modo in cui scava dentro di te. E funziona anche sul palco. Aiuta a cambiare la narrazione del tuo momento. Ho imparato molto anche da Eckhart Tolle e dal suo libro Il potere di adesso. E poi c’è quest’altra pratica, “I tre principi”, che mi ha insegnato Liliana, la moglie italiana di Mikey, il bassista dei Culture Club. Si basa su mente, pensiero e coscienza, è un protocollo creato da Sydney Banks, che di lavoro faceva il saldatore ma poi ha avuto un’illuminazione sul modo in cui usiamo la mente. Tutto questo mi aiuta anche nell’autocontrollo quando uso i social, non che io sia un robot ma evito di cedere subito all’istinto quando rispondo ai tweet per esempio».
Nella sua ricerca spirituale c’è stato il cattolicesimo, il buddismo, gli hare krishna, ora è fissato anche con i segni zodiacali. Consigli per un Leone ascendente Vergine?
«Ah, come uno degli attori di Moulin Rouge! Per esempio te la cavi bene con gli affari. O per lo meno dovresti. Anche il mio manager è del Leone, sembra un duro ma poi è molto sensibile, ho dovuto imparare a comunicare con lui. Da buon Gemelli io invece urlo un sacco. Come un italiano. Ma non urlo alle persone con cui parlo: urlo all’universo».
Per i suoi 60 anni tre anni fa aveva inaugurato un progetto che prevedeva la pubblicazione di 60 canzoni.
«E ancora va avanti, sono a una cinquantina. Le pubblico con la mia etichetta, non ho una major alle spalle. Il mercato è completamente cambiato. Ho questa idea per cui pubblicando tante canzoni se c’è qualcosa di buono troverà una sua strada in qualche modo. È tutto su Spotify, non sempre pubblicizzo le nuove canzoni. Ora con un brano intitolato Them There Crows sono per la seconda settimana al primo posto di questa nuova classifica radiofonica inglese, si chiama Legacy Chart, dove passano artisti meno giovani, ci sono anche i Duran Duran».
E i Culture Club?
«Stiamo lavorando a un nuovo progetto reggae ma è ancora tutto da definire, con canzoni nuove e vecchie. E poi per il periodo natalizio abbiamo in programma concerti con i nostri primi due album eseguiti interamente, Kissing to be Clever e Colour by Numbers. Mi piace molto l’idea».
Sarà l’occasione per fare pace con il suo ex, il batterista Jon Moss, che vi ha fatto causa per milioni di sterline per mancati introiti?
«Qualche settimana fa gli ho chiesto se vuole venire a suonare. Possiamo fare quei concerti senza di lui, ma sarebbe strano se non ci fosse. Non che siano archiviati i nostri problemi con lui, ma ho deciso che non mi interessa questa guerra immaginaria. Possiamo chiuderla qui o andare avanti fino all’inferno. Possibile che non ci sia modo di pensare a quanto c’era di buono in lui? Il fatto è che Jon è divertente. Molto divertente. Comunque sono abbastanza sicuro che alla fine non accetterà la proposta».
Faranno mai il biopic sulla sua vita di cui ogni tanto si parla?
«Qualcosa si muove. Ho incontrato lo sceneggiatore che scriverà la prima stesura. Sarà interessante vedere su cosa decideranno di focalizzarsi. Ci sono così tanti modi di raccontare la storia. Per esempio dal punto di vista di mia madre. O della mia lunga amicizia con Marilyn (popstar dalla fama breve negli anni Ottanta, look ispirato alla Monroe, ndr). Sarebbe una dinamica interessante, siamo come Bette Davis e Joan Crawford. Lo chiami per 15 volte e non risponde, poi ti chiama lui e ti dice: “Stronzo, perché non mi hai chiamato?”. Del resto è uno Scorpione. A me piacerebbe se il film raccontasse anche l’evoluzione della mia persona. Non che io abbia voce in capitolo, non ho tutto questo controllo. Non sono mica Madonna!».
A quasi 63 anni non fa un effetto strano farsi chiamare Boy?
«Beh, non è che me ne vada in giro pensando di essere un bambino, eh. Ma non è un problema per me, il nome è parte di quello che ho creato nella mia vita. Non ho particolari problemi con il tempo che passa, con l’età, non passo le giornate davanti allo specchio a cercare nuove rughe. Non ho neanche mai fatto il botox. Il vero lusso è avere la possibilità di invecchiare».