✕

Judith Butler: chi ha paura della filosofa del gender?

Judith Butler, 68 anni (Elliott Verdier/The New York Times) 
In tanti, dalla Chiesa alla destra e agli estremisti più variegati. Invitata alla Sapienza di Roma, gli studenti si sono accalcati per ascoltarla. Anche noi. E le abbiamo fatto alcune domande
5 minuti di lettura

C’è chi chi la considera un pericolo pubblico, chi una liberatrice moderna. Chi l’accusa di negare la differenza uomo-donna, chi crede abbia allargato le possibilità di essere ciò che si desidera, etero, gay, lesbica, trans, bisex, o nessuna di queste cose. Chi la ritiene antisemita, chi ammira il suo coraggio di essere un’ebrea critica con Israele. Quando Judith Butler arriva alla Sapienza di Roma, in una piovosa giornata di inizio maggio, ad attenderla nell’Aula 1 della facoltà di filosofia ci sono soprattutto giovani della seconda schiera – centinaia di studenti accalcati uno sull’altro, alcuni seduti sul pavimento, altri in tripla fila ai lati dei banchi, schiacciati contro i vetri della porta dell’ingresso. Sembrerebbe una rockstar, invece è una filosofa, professoressa dell’Università di Berkeley. La celebrità di Judith Butler è senza pari nel mondo accademico contemporaneo.

In passato ci sono stati Herbert Marcuse e Michel Foucault, dal 1990 c’è lei. Quando uscì Gender Trouble (…

C’è chi chi la considera un pericolo pubblico, chi una liberatrice moderna. Chi l’accusa di negare la differenza uomo-donna, chi crede abbia allargato le possibilità di essere ciò che si desidera, etero, gay, lesbica, trans, bisex, o nessuna di queste cose. Chi la ritiene antisemita, chi ammira il suo coraggio di essere un’ebrea critica con Israele. Quando Judith Butler arriva alla Sapienza di Roma, in una piovosa giornata di inizio maggio, ad attenderla nell’Aula 1 della facoltà di filosofia ci sono soprattutto giovani della seconda schiera – centinaia di studenti accalcati uno sull’altro, alcuni seduti sul pavimento, altri in tripla fila ai lati dei banchi, schiacciati contro i vetri della porta dell’ingresso. Sembrerebbe una rockstar, invece è una filosofa, professoressa dell’Università di Berkeley. La celebrità di Judith Butler è senza pari nel mondo accademico contemporaneo.

In passato ci sono stati Herbert Marcuse e Michel Foucault, dal 1990 c’è lei. Quando uscì Gender Trouble (in italiano Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell'identità, Laterza) diventò subito un libro di culto, pur essendo scritto in una lingua difficile, a tratti incomprensibile. «Il momento in cui uscì» racconta Giulia Sissa, docente all’università di Los Angeles, autrice di I generi e la storia (il Mulino), «lo ricordo come uno shock. Era un libro-bomba che disintegrava l’idea stessa dei generi sessuali. Per questo, contro di lei si schierarono immediatamente tutti quelli che credevano nell’ordine naturale delle cose».

Joseph Ratzinger, la destra, Putin, Bolsonaro, le femministe che non accettano le trans nel movimento, più un nutrito campo di filosoficamente scettici: il fronte degli avversari di Butler è variegato, in alcuni casi propenso a demonizzarla. Nel 2017, in Brasile, una folla si radunò a San Paolo per contestarla. Issarono un manichino con il suo volto, da cui spuntavano le due corna del diavolo. A Parigi, lo scorso gennaio, una donna l’affrontò minacciosamente: «Con le sue teorie» le disse, «sta mettendo in pericolo i miei figli».

All’università selfie e firme

Roma invece è generosa con lei. «Non mi piace avere fan», dice al Venerdì Butler. «Perché spesso sono indistinguibili dai nemici. Entrambi coltivano una forma di aggressività, credendo di poter avere accesso alla tua persona». A invitarla alla Sapienza è stato il professor Francesco Valerio Tommasi, nel suo corso di storia della metafisica. Due le lezioni: una sul giudizio in Hannah Arendt, l’altra sul giudizio in Kafka, mentre una terza giornata l’ha dedicata al confronto con gli studenti.

Judith Butler durante le sue lezioni all'Università La Sapienza di Roma, all'inizio di maggio 

Al termine di questo incontro, Butler accetta le domande del Venerdì. Ha firmato copie del suo libro a decine di studenti in fila. Ascoltato chi le confessava l’importanza che le sue parole hanno avuto nella sua vita. Ha stretto mani. Fatto selfie. Mangiato uno yogurt magro. Avvolta nel suo giubbino di pelle nero, piccola e luminosa. «Io non sono mai stata fan dei miei professori» dice, « ho coltivato semmai un grande rispetto per alcuni di loro».La reazione alle critiche e all’odio che la investono è nel suo ultimo libro, Chi ha paura del gender?. Uscirà in Italia a settembre per Laterza. Attacca chi sostiene che la «teoria gender» sia un’ideologia che vuole distruggere la società, i legami tra le persone, l’interiorità stessa degli individui.

Meloni, la più criticata

Un’accusa a cui Butler risponde dicendo che la «teoria gender» non esiste, è un’invenzione dei suoi nemici, un fantasma agitato in maniera propagandistica per negare la libertà delle persone che lottano per essere riconosciute. Esistono gli studi di genere, piuttosto, ma in pochi si son presi la briga di approfondire, dice, prima di esprimere le proprie opinioni a riguardo. Icona della fluidità sessuale contemporanea, sono molte più le persone che conoscono il suo nome di quelle che leggono i suoi libri, sia tra chi la ammira, sia tra chi la detesta.

Chissà se Giorgia Meloni l’ha fatto. Sicuramente Butler ha studiato Meloni, essendo proprio lei la politica più criticata del libro. «Io non ho paura di Giorgia Meloni» dice Butler. «Ma non sono d’accordo con lei quando si proclama “donna” e “madre” dicendo che c’è un nemico che vorrebbe strapparle il diritto di pronunciare queste parole. È semplicemente falso. Il diritto di cambiare il proprio sesso, se è questo ciò che si desidera, oppure di non riconoscersi nelle categorie sessuali binarie, si esercita senza causare danni ad altri. È irreale affermare che questi diritti tolgono qualcosa ad altri».

Nata a Cleveland, Ohio, Butler è cresciuta in una famiglia ebrea. I suoi nonni riuscirono a scappare alla persecuzione nazista fuggendo da un piccolo villaggio contadino dell’Ungheria. Quasi l’intera famiglia della nonna venne sterminata nei campi di concentramento. È stata una ragazzina molto irrequieta. All’età di undici anni, il preside della scuola convocò sua madre e le disse: «Sua figlia corre il rischio di diventare una criminale». Poi la cacciò dal corso. In famiglia aveva uno zio di nome Harold. Era un “diverso”. Finì per questo in manicomio. Lei ne sentiva continuamente parlare, pur non avendolo mai incontrato. «Zio Harold non era quello che si definiva un “uomo normale”, non viveva e non si comportava come tale», racconta al Venerdì Butler. «I miei nonni si vergognavano profondamente di lui. Accettarlo gli era così insopportabile che arrivarono a mandarlo via di casa. Perciò mi sono chiesta quanto feroce debba essere l’idea della normalità per spingere al rifiuto del proprio stesso figlio. Me lo sono chiesta perché quello che è accaduto a zio Harold poteva accadere anche a me. Fare coming out, entrare nella comunità lesbica, gay e queer, ha significato per me affermare il diritto di stare al mondo, il mio diritto di vivere senza essere criminalizzata».

Oggi Butler si considera non-binaria, cioè né definita dal genere maschile né da quello femminile, e preferisce si parli di lei con il pronome personale plurale, l’inglese they. Il suo femminismo teorizza la sovversione dell’identità. E infatti tra i suoi avversari più tenaci si trovano i ferrei difensori delle identità, qualsiasi forma essa assuma: sessuale, politica, culturale.

«Cosa difendono coloro che difendono la nazione?» prosegue. «Difendono il cosiddetto popolo – sia esso italiano, ungherese, polacco – dall’arrivo dei migranti, dalla contaminazione. So bene che l’incontro tra diverse culture non è indolore e provoca conflitti, ma anche vivere sotto una sola idea, rigida ed esclusiva, di cultura provoca conflitto, soffoca. Allora noi dobbiamo domandarci: che mondo vogliamo costruire? Da dieci anni studio Hannah Arendt. Non c’è dubbio che il fatto che lei fosse un’ebrea tedesca, emigrata negli Stati Uniti per scampare ai nazisti, abbia influito sul suo modo di guardare il mondo. Ma era comunque il mondo ciò che la interessava, ciò di cui si voleva occupare».

«Odiatrice di Israele»

Quando nel 2012 in Germania le assegnarono il premio Adorno, le istituzioni ebraiche tedesche protestarono definendola «una ben nota odiatrice di Israele». Anche oggi che infuria il dibattito sul conflitto mediorientale alcune sue posizioni hanno scatenato le polemiche. Ha negato che l’attacco del 7 ottobre sia stato un attacco terroristico o antisemita, definendolo invece un atto di «resistenza armata». Crede sia un dovere definire «genocidio» ciò che sta accadendo a Gaza. Parla delle «passioni fasciste» di cui è preda Israele. Alcuni giungono ad accusarla di legittimare Hamas. Sebbene lei l’abbia sempre condannata.

Mi spiega la filosofa Ida Dominijanni che «la dottrina politica di Butler è imperniata sulla non violenza. Dopo l’11 settembre ha interrogato il trauma del proprio Paese, scopertosi improvvisamente attaccabile sul proprio suolo. È dall’incapacità di accettare quella vulnerabilità che nacque la reazione nazionalista e aggressiva dell’America di George W. Bush. Ma era l’unica possibile? O c’è anche un altro modo per elaborare i traumi collettivi, interrompendo il circolo della violenza, anziché alimentarlo con la vendetta? Sono le stesse domande che attraversano oggi Israele, dopo che il 7 ottobre ha dolorosamente sperimentato di essere altrettanto attaccabile. Cosa fare della propria vulnerabilità?».

Una cosa, poi, è Butler. Un’altra cosa sono i suoi accoliti. Chi la percepisce come una “cattiva maestra” tende a credere che sia identica a molti giovani dei campus americani che si sentono suoi figli, privi di senso dell’ironia, suscettibili, perennemente offesi dalle parole, dalla storia, dalla civiltà occidentale, coloro che descrivono l’esperienza del cambio di sesso come una passeggiata. Ma se c’è una cosa che si percepisce subito, incontrandola, è che Butler è una donna dotata di sense of humour. Una volta disse che se non avesse fatto la filosofa avrebbe tanto voluto essere una clown. «Uso l’ironia per portare un po’ di luce nelle materie difficili e dolorose che insegno» dice al Venerdì. E nessuno che sappia ridere, e, per di più, far ridere, può essere poi così pericoloso. Ascoltandola si sentono citazioni dei profeti e allusioni a un altro mondo oltre questo. Così le chiedo se, tra tutte le domande che si fa, le capita anche di interrogare Dio. «Io mi percepisco come una persona piena di dedizione spirituale, non una laica» risponde. «Ma è strano, perché nella religione ebraica Dio non è un’idea, ma è un enigma». Un po’ come i suoi testi difficili e misteriosi. Oscuri e liberatori. Adorati e rifiutati.

Sul Venerdì del 24 maggio 2024

Leggi i commenti