Carlo Lucarelli: 22 colpi per papà
di Carlo LucarelliUna raffica infinita, 22 colpi: quasi tutto il caricatore del mitra Sten che inchioda il signor Angelo al muro di casa sua, da cui è appena uscito la notte del 4 novembre 1945. La figlia Caterina e il marito non hanno dubbi: è stato uno sgarro, o una vendetta.
Il signor Angelo era un ricco contadino di Contrada Camerana, in provincia di Cuneo, e in quell’Italia ancora affamata dalla guerra appena finita vendeva i suoi prodotti sottobanco, “a borsa nera”, come si diceva allora. Evidentemente qualche altro contrabbandiere si era risentito della concorrenza o era stato fregato, e lo aveva tolto di mezzo. Caso chiuso, un brutto strascico dei tempi di guerra, con tutta quella violenza facile e pure l’arma usata, il mitra leggero che gli alleati paracadutavano per armare le forze partigiane: ce ne erano ancora tanti in giro.
Una raffica infinita, 22 colpi: quasi tutto il caricatore del mitra Sten che inchioda il signor Angelo al muro di casa sua, da cui è appena uscito la notte del 4 novembre 1945. La figlia Caterina e il marito non hanno dubbi: è stato uno sgarro, o una vendetta.
Il signor Angelo era un ricco contadino di Contrada Camerana, in provincia di Cuneo, e in quell’Italia ancora affamata dalla guerra appena finita vendeva i suoi prodotti sottobanco, “a borsa nera”, come si diceva allora. Evidentemente qualche altro contrabbandiere si era risentito della concorrenza o era stato fregato, e lo aveva tolto di mezzo. Caso chiuso, un brutto strascico dei tempi di guerra, con tutta quella violenza facile e pure l’arma usata, il mitra leggero che gli alleati paracadutavano per armare le forze partigiane: ce ne erano ancora tanti in giro.
Caso chiuso? Il maresciallo Tarabbi, che comanda la vicina stazione dei carabinieri, non è convinto, e quando uno come lui, bravo, puntiglioso, tenace, un detective da “giallo”, insomma, non è convinto, succede sempre qualcosa, sia nei romanzi che nella realtà. E infatti il maresciallo mette insieme un po’ di cose, impronte di scarpe e scarponi sul luogo del delitto, i vicini che hanno sentito il marito di Caterina che chiedeva al signor Angelo di uscire, i borsari neri che, torchiati, negano che la vittima frequentasse l’ambiente, un ex partigiano che invece uno Sten sembrava ce l’avesse ma che non si trova più.
Il 13 gennaio il maresciallo mette le manette a Caterina, al marito e all’ex partigiano, e comincia la giostra delle confessioni. L’ex partigiano prima ammette di aver sparato su commissione della coppia che voleva l’eredità del signor Angelo, gli avevano promesso 200 mila lire e una camera completa di mobili in casa loro, poi ritratta, gli ha solo venduto lo Sten, poi dice di essere matto e chiede una perizia.
Caterina ammette di aver fatto uccidere il padre ma non per soldi, la picchiava da piccolina e lo odiava da allora, inoltre il padre frequentava le prostitute, si era anche innamorato e lei voleva tutelare l’onore della famiglia. Il marito, invece, prima confessa, poi ritratta anche lui, dice che l’hanno menato i carabinieri, che non ne sapeva niente, hanno fatto tutto la moglie e quell’altro. Ma il maresciallo Tarabbi è stato bravo, ci sono indizi a sufficienza. Così la corte d’Assise di Cuneo rigetta perizie e ritrattazioni, li condanna tutti e tre e il caso, per la stampa, diventa “il parricidio di Camerana”.
Sul Venerdì del 7 giugno 2024