Sono sicuro che il mio entusiasmo e la mia commozione per El Paraíso di Enrico Maria Artale (era settembre scorso, alla sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia) saranno anche i vostri. È nelle sale da ieri, andatelo a vedere, mi direte. Julio è sulla quarantina, uomo e ragazzo insieme. Un raggio di fanciullezza, l’ombra della malinconia. Vive con la madre colombiana, Magdalena, elettrica, intensa, istrionica. Qui mi fermo un momento per dire che le interpretazioni di Edoardo Pesce e di Margarita Rosa De Francisco, i loro corpi dolenti e danzanti, sono veramente da premio.
Julio e sua madre formano una coppia. Dipendente, edipica, innamorata, conflittuale, rabbiosa. È tutto nel cuore e nella mente, non c’è bisogno di infrangere tabù. Vivono di spaccio, ma non da criminali, mettono via pochi soldi. La loro casa è sul fiume,la foce del Tevere, si muovono su una piccola barca veloce e leggera. Artale è bravissimo a immaginare – forse a trovare, ma se esiste fuori è perché esiste dentro – un Sudamerica alle porte di Roma. Le antiche stanchezze ai margini della capitale e la vitalità della comunità colombiana.
Silenzi notturni e serate di merengue. Solitudini al crepuscolo e camicie sgargianti per la festa. Un altrove domestico. Con un suo linguaggio fusionale, fatto di molte grammatiche. Ci sono l’amore, l’oppressione e il controllo, in quella casa; come sempre dove c’è la simbiosi. Ma c’è anche la danza. L’arrivo di una ragazza, Ines, al primo viaggio come corriere della coca, estrae dagli inconsci edipici di Julio e Magdalena quello che fino allora era rimasto muto. El Paraíso è una tragedia classica che conosce la sensualità delle vite disperate e il confine fragilissimo tra sintomo e legame. «Un racconto quasi mitologico», dice il regista, «di un rapporto basato sul sangue che ho tentato di sottrarre al giudizio».
Sul Venerdì del 7 giugno 2024