Per Picasso, dicono, ci fu un prima e un dopo Gósol. Il villaggio, a millecinquecento metri d’altitudine, sulla frontiera tra Francia e Spagna, era quasi inaccessibile; ci si arrivava a dorso di mulo, per 28 chilometri; stretti tra bagagli, un cagnolino e i materiali, tele e pennelli, di Picasso, il freddo e le vertigini esasperarono Fernande Olivier, la compagna che gli insegnò il francese e i modi. Quel soggiorno, dal 27 maggio al 23 luglio 1906, era stato consigliato al pittore da tutti gli amici. A Parigi fin dall’inizio era stato notato; il mercante Pedro Mañach era riuscitoa vendere il Moulin de la Galette, e doveva apprezzare l’opera del pittore se il 28 dicembre 1900, con Picasso appena ripartito per Barcellona, era entrato per effrazione nel suo studio – spintonando il portinaio e rompendo il lucchetto – per prendersi le sue tele, e se ne stava andando con un quadro quando era stato fermato; allora con l’ombrello aveva spaccato dei vetri, percosso vari inquilini e sferrato un pugno a uno degli agenti accorsi, chiamandoli maiali (Picasso non se la prese, e accettò l’ospitalità del galleristaa maggio, dovendo preparare la mostra che quello gli organizzava: tutto raccontato, spulciando gli archivi, da Annie-Cohen-Solal nel suo Picasso, edito da Marsilio).
Ma nel suo quarto soggiorno di lavoro a Parigi, a marzo del 1906, Picasso era perplesso; «quando la guardo non la vedo più», diceva a Gertrude Stein, verso la fine delle novanta sedute di posa per il celeberrimo ritratto. Con i 2000 franchi del fratello della Stein, Leo (l’unico, si vantò, ad aver comperato insieme all’epoca Matisse e Picasso), Pablo recuperò Barcellona, e da lì Gósol. Nel paese non c’era nulla (me ne sto quia lavorare «como Dios me da a entender y come yo lo entiendo», come pare a Dio e come pare a me, scrive a Leo Stein), solo pietre e i Pirenei. «L’eco, sapessi come mi dà fastidio», scriveva ad Apollinaire; però Fernande racconta che era allegro ad andare in gita così sopra le nuvole: «cinquemila metri», esagerava.
Picasso vive nella casa di un oste contrabbandiere, Josep Fontdevila, che incanta coi suoi giochi di prestigio e a cui fa un “ritratto maschera”. Ho iniziato due o tre cose, scrive agli amici – centinaia di lavori, tra tele e schizzi. Dipinge le donne che ballano in costume il 15 agosto, alla Festa Major; dice che dopo il ballo le donne hanno paura – gli uomini sono eccitati. Nel rientro a Parigi segna, per ogni tappa, il mezzo, «matxos, coche, coche, tren», mulo, carrozza, carrozza, treno – il quaderno blu degli schizzi e degli appunti di Gósol è ormai leggendario.
Sul Venerdì del 14 giugno 2024