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Gianna Nannini: “Io sono libera e basta”

1972: “La moto, comprata in Inghilterra con gli ori delle comunioni. Con questa ci ho viaggiato in tutta Europa” (Archivio personale gng) 
«Gay, bisex, etero, trans, fluidi: manifestare è giusto, ma abbiamo davvero bisogno di tutte queste etichette?». A 70 anni l’artista ci apre l’album di una vita. A patto che... Intervista
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Forse ha ragione, Gianna Nannini. Ripete che nei Paesi evoluti queste interviste non si fanno più, che non ha senso chiederle del suo orientamento sessuale, o se poteva esporsi di più in favore delle persone Lgbt e via alfabetando. Perché nelle sue scelte di vita e nelle sue canzoni, a partire da Lei, 1979, è tutto sotto la luce del sole e dettagliato ancor più nell’autobiografia Cazzi miei, 2017, alla base del film Sei nell’anima, da maggio su Netflix. E specifica: «Sono spalancata come le gambe, non c’ho problema». Però, in Italia, siamo al trentesimo anniversario del Pride e, in fase di contrazione dei diritti, è saggio continuare a discutere su quelle libertà ormai scontate nei Paesi più evoluti, ma non qui. Si negozia, quindi. Intervista concessa, ma con un prologo, o proclama, di suo pugno: STOP BRAND PEOPLE! (Basta etichettare la gente!), che qui riportiamo, appena rifilato.«Sono nata senza genere. È una questione di stile poetico, una risonanza che viene da molto lontano, vist…

Forse ha ragione, Gianna Nannini. Ripete che nei Paesi evoluti queste interviste non si fanno più, che non ha senso chiederle del suo orientamento sessuale, o se poteva esporsi di più in favore delle persone Lgbt e via alfabetando. Perché nelle sue scelte di vita e nelle sue canzoni, a partire da Lei, 1979, è tutto sotto la luce del sole e dettagliato ancor più nell’autobiografia Cazzi miei, 2017, alla base del film Sei nell’anima, da maggio su Netflix. E specifica: «Sono spalancata come le gambe, non c’ho problema». Però, in Italia, siamo al trentesimo anniversario del Pride e, in fase di contrazione dei diritti, è saggio continuare a discutere su quelle libertà ormai scontate nei Paesi più evoluti, ma non qui. Si negozia, quindi. Intervista concessa, ma con un prologo, o proclama, di suo pugno: STOP BRAND PEOPLE! (Basta etichettare la gente!), che qui riportiamo, appena rifilato.«Sono nata senza genere. È una questione di stile poetico, una risonanza che viene da molto lontano, visto che l’identità non dipende dalla sessualità ma dalle emozioni legate ad essa. E ora è arrivata l’ora di non discriminare più in funzione delle etichette”etero-gay-lesbiche-trans-transgender-bisessuali-fluidi-non binari”. BASTA!Non farsi etichettare è l’obiettivo. A cosa sono serviti i vari coming out, a incasellare un orientamento sessuale? È questo che serve per sentirsi più liberi? Bisogna liberarsi dalle etichette, dal pregiudizio, dall’intolleranza – e dalla benevolenza degli eterosessisti (i radical chic del sesso). Io non mi riconosco in nessun brand, è un sistema sorpassato come l’azzurro e il rosa che identificavano i bambini. Appartengo solo alla libertà di pensiero. Ma forse, se fossimo già a questo punto, non lo so se mi fareste oggi quest’intervista... Facciamola!».

“Da bimba a Viareggio, vacanze 1965, della serie: Vestivamo alla marinara” (Archivio gng musica) 

Sì, facciamola, tenendo anche conto che, per le ragioni di cui sopra, Nannini non vuole essere qualificata come omosessuale né bisessuale; che Carla, la donna con lei da quarant’anni, non va definita né moglie né compagna, ma «amica di una vita». Fra gli altri né né sono incluse Meloni e Schlein: di politica non si parla. Però va detto che, contro le guerre e in difesa del Pianeta, Nannini si è mobilitata assai, con viaggi avventurosissimi, in solitaria, atti di presenza e persino reportage, uno anche per Repubblica, dall’Iraq. «Me l’hanno pagato 2.500 euro. Devoluti, naturalmente».

Pagato bene, tenendo conto dei prezzi correnti. Senta, non c’è il rischio che anche «No brand» o «No label» diventino un’etichetta?

«No label vuol dire eliminarle, queste etichette. Non sono solo io a dirlo, ma movimenti come quelli che ho conosciuto in Canada e a cui ho partecipato. Lì sono andati veramente oltre. Qui, certo, le battaglie per i diritti sono servite. Però mi chiedo: continuando ad etichettare sempre di più – e bisessuale e poi non binario, e poi dopo fluido – dov’è che si va?».

Forse le nuove etichette e le battaglie che hanno accompagnato sono servite per garantire identità e diritti prima inconcepibili e che, in parte, per gli italiani ancora lo sono. Per esempio: lei è dovuta andare a Londra per consentire a Carla di adottare sua figlia Penelope.
«Sì è vero, mi sono tutelata con delle leggi che in Italia non c’erano. In Inghilterra, con l’unione civile, ho ottenuto la stepchild adoption: in Italia come donna che ha avuto una figlia da sola ero senza tutte quelle protezioni. Poteva succedermi qualsiasi cosa e dovevo preoccuparmi del futuro della mia bambina. Io non dico che non c’è bisogno di fare delle campagne, anzi, c’è bisogno di incazzarsi. E le manifestazioni sono importanti, il problema è che sono sempre più inglobate dalla politica, di destra e di sinistra. E non ha nessun senso, perché divide e basta».

“Eccomi accompagnata dalla zia Anna, al Pallone d’oro, a Massarosa, Lucca: è il 1968” ( Archivio gngmusica ) 

D’accordo, ma le parole, con tutte le loro sfumature, servono a definire: lei, uno che mena, stupra, prevarica, non lo chiama violento?
«Con uno violento io cerco di evitarla la violenza perché, prima di tutto, bisogna non essere vittime. Come? Io ho il mio sistema, altri ne hanno altri».

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Gianna Nannini si confessa
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Lei ha le arti marziali, per dire.
«L’arte marziale serve a capire la distanza che c’è fra te e l’essere umano che ti vuol fare male. Perché tutto è nella testa, anche la violenza. Ognuno ha il suo dolore. Quello che ti violenta non è cattivo e basta, sono cattive anche l’educazione e la storia che lo hanno fatto diventare così. Ognuno è diverso. E se io rispetto la tua diversità, è perché so che sei passato nel tuo dolore. Ma certo non è che ti giustifico se vuoi violentarmi e picchiarmi. Sono utopie? Cose semplici, ma nessuno ne parla».

Ma è vero che non è mai andata a un Pride?
«Uno, forse, mi sembra di averlo fatto in Canada, e poi un sacco di manifestazioni a Londra, perché mia figlia ha frequentato le scuole lì per quattro o cinque anni e la portavano sempre alle manifestazioni: le mettevano su un distintivo e andavano».
Al Pride?
«Anche ad altre, di solidarietà, come quella per l’incendio della Greenfeld Tower. La sua era una scuola privata, ma un po’ di campagna. Mamme single, due mamme, due papà, i cosiddetti normali. E nelle classi ci poteva essere un bambino con problemi di autismo, o con la sindrome di Down, tutti mischiati. È stata la migliore educazione: tolleranza generale».

Radio Novara 1978 (Archivio gng musica) 

Nel suo nuovo album, nella canzone 1983, lei dice di essere nata, senza genere, in quell’anno e, soprattutto, che la morte è obbligatoria e l’età facoltativa. L’anagrafe, invece, sostiene che lei oggi compie settant’anni. Mentre i pregiudizi sessuali sembrano arretrare, quello sull’età, l’ageismo, avanza: non è strano che in una società sempre più vecchia ci si vergogni di invecchiare?
«In Canada ho frequentato molto gli indiani nativi, per loro la persona anziana è il cuore della tribù. È quella che stabilisce un certo ordine, la coesione, perché ragiona non da boss, ma per l’interesse di tutti. Io ho partorito a 56 anni, me ne hanno dette tante, e mi ha fatto male, ma sono stata più forte io. Per me, un anziano è una quercia, nella canzone Donne in amore dico che la mia nonna è una quercia e va. Non voglio sentirmi più giovane. Io ho un’età anagrafica, e sono contenta di averla. Ho fatto molto per arrivare fino a qua. Però sul 1983 non ci posso fare niente. Io sono nata, o rinata, allora».

È l’anno della sua crisi psicotica, un disagio che nel film dura mesi, ma nel libro molto di più. Quel lungo e tormentatissimo periodo è anche molto creativo, però.
«È durato circa dieci anni questo stato mentale, ed è vero, è quello in cui ho scritto le canzoni più belle. Mi si erano aperti tutti i chakra, seguivo l’istinto come un animale. All’inizio era tragica, poi un po’ meglio, sempre meglio, sempre più bambina con le paure di un bambino: non bevevo caffè, non bevevo vino, solo latte, per diversi anni. Facevo sport, così stavo bene, no? E avevo sempre paura di ricadere in quello stato. Però a un tratto mi usciva un hit: il mio manager mi diceva fai un hit, e automaticamente mi sono trovata a scrivere degli hit. Le canzoni mi arrivavano dall’alto, come se avessi avuto un’iniziazione. E non c’erano droghe, non avevo allucinazioni, o stati alterati di coscienza, sono andata davvero in altre dimensioni come succede a uno yogi in India, oppure a chi fa una trance che lo porta in uno stato di autocoscienza. Però non ero tanto allegra in quegli anni là, sempre preoccupata, vivevo tutto come se fosse prestabilito. Poi arrivava Bello e impossibile: boom, scoppiava il chakra».
Suo padre, che aveva osteggiato la sua carriera musicale, fu molto amorevole durante quella crisi. Ma, in casa, la sua precocità sessuale e, poi, l’orientamento no gender com’erano visti?
«Quando mi piacevano i primi ragazzi, sui 14 anni, mio padre mi tagliò una minigonna e fu un affronto. Diede anche uno schiaffo a mia madre. Mi sentii defemminilizzata, io la presi male e promisi che dall’indomani avrei messo solo pantaloni. Pover’uomo, quando poi sono stata male si scusava in continuo per quel fatto. Qui ora c’è una storia bellina: tempo fa ho rivisto un’amante del mio babbo e mi ha raccontato che la minigonna l’aveva tagliata pure a lei».

Era più spaventato dalla sua vivacità sessuale o dalla sua omosessualità?
«Io non sono omosessuale».
Mi correggo: dall’eventualità che amasse anche le donne?
«La questione non si poneva ancora quando ero in famiglia. La sua preoccupazione era che rimanessi incinta. A 14 anni, andavo solo con i ragazzi e per prevenire incidenti mi spiegò tutto sul sesso con un libretto pieno di figure. Preferiva che mi masturbassi quanto mi pareva piuttosto di correre rischi. E se incontrava un mio fidanzato non lo salutava. Uno di questi fidanzati faceva il calciatore e il babbo, che era presidente del Siena, non lo prese in squadra. Era possessivo, il mio babbo».

Sul Venerdì del 14 giugno 2024

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