Equitazione: in fatto di parità siamo a cavallo
di Luciana RotaSarà un caso ma l’equitazione condivide una radice con la parola equità. Equitas è il sostantivo, eques il cavaliere, equus il cavallo o la cavalla, senza i quali gli sport equestri non potrebbero esistere. Sono proprio loro i “mezzi” a quattro gambe sensibili, animati e non meccanici, che caratterizzano gli sport olimpici equestri. Si tratta dell’unica disciplina a cinque cerchi che coinvolge un animale. Ma questa non è la sola peculiarità. Sì, perché nell’equitazione donne e uomini gareggiano alla pari per la stessa medaglia: ovvero, non ci sono categorie femminili e maschili.
Una storia equa
Tre discipline organizzate all’Olimpiade: salto ostacoli, dressage e concorso completo o eventing, quest’ultima sintesi, essenza delle altre, comprende la severa prova di fondo, anche chiamato cross country, una sorta di test di resistenza. L’equitazione è equa e non fa distinzione di genere, quindi. È talmente scontato che chi la pratica non ci pensa proprio. Mai. Non ci aveva fatto caso nemme…
Sarà un caso ma l’equitazione condivide una radice con la parola equità. Equitas è il sostantivo, eques il cavaliere, equus il cavallo o la cavalla, senza i quali gli sport equestri non potrebbero esistere. Sono proprio loro i “mezzi” a quattro gambe sensibili, animati e non meccanici, che caratterizzano gli sport olimpici equestri. Si tratta dell’unica disciplina a cinque cerchi che coinvolge un animale. Ma questa non è la sola peculiarità. Sì, perché nell’equitazione donne e uomini gareggiano alla pari per la stessa medaglia: ovvero, non ci sono categorie femminili e maschili.
Una storia equa
Tre discipline organizzate all’Olimpiade: salto ostacoli, dressage e concorso completo o eventing, quest’ultima sintesi, essenza delle altre, comprende la severa prova di fondo, anche chiamato cross country, una sorta di test di resistenza. L’equitazione è equa e non fa distinzione di genere, quindi. È talmente scontato che chi la pratica non ci pensa proprio. Mai. Non ci aveva fatto caso nemmeno la tedesca Julia Krajewski, 35 anni, quando il 2 agosto del 2021, a Tokyo, diventava la prima campionessa olimpica – donna – nella specialità del concorso completo: «Nell’eventing, ma vale per tutte le discipline, da molti anni gareggiamo alla pari con gli uomini. Tutto normale. Nessuna differenza in gara. Il prezzo del biglietto è lo stesso, uguali anche i premi. Questa è una certezza: uomini e donne hanno identiche possibilità nel mondo dell’equitazione».
Va bene, ma quando si tratta di preparare se stesse e il cavallo e poi andare in gara, mica facile reggere tutta quella fatica e quello stress: qualche differenza ci sarà pure: «Certo, è uno sport molto duro mentalmente e fisicamente, perché bisogna lavorare molto per sbarcare il lunario e rimanere ai vertici. Però è anche vero che in questo momento nell’eventing le donne detengono tutti i titoli più importanti: io sono campionessa olimpica, la britannica Yasmin Ingham è campionessa mondiale e la sua connazionale Ros Canter quella europea. Sul piano economico, invece, in questo settore tutto dipende dalle singole persone e dalle loro capacità di concretizzare. È una questione di marketing che vale sia per gli uomini sia per le donne».
Pioniera d’argento
Non è così da sempre, però. L’equitazione arriva ai Giochi nel 1900 con qualche gara di salto ma solo a Stoccolma nel 1912, le tre discipline diventano tutte olimpiche e mettono in palio medaglie individuali e di squadra. Ma non per le donne. «Il vero cambiamento», dice Federico Roman, medaglia d’oro individuale a Mosca 1980 (in sella a Rossinan), istruttore “olimpico” e tecnico, «è stato aprire un mondo esclusivamente militare ai civili. Poi sono arrivate anche le donne. Ma nel nostro ambiente non ce ne siamo quasi accorti, perché è sempre stato considerato normale. Anche e più che mai oggi. Se guardiamo le scuole pony (i corsi base per giovani amazzoni e cavalieri, ndr) le ragazze superano addirittura il 90 per cento».
Quella delle amazzoni a cinque cerchi, tuttavia, è una storia contemporanea. Che parte dai Giochi di Helsinki del 1952 con il dressage e una pioniera che diventerà anche simbolo per lo sport paralimpico: Lis Hartel, danese, affetta da polio e paralizzata dalle ginocchia in giù, viene portata in braccio sul podio per ricevere la medaglia d’argento. Nel 1956 anche le donne saltano all’Olimpiade insieme ai cavalieri, mentre è a Tokyo 1964 che conquistano la parità di genere “olimpico” anche nel concorso completo. Siamo alla parità totale. Durante quell’edizione dei Giochi, per la cronaca, l’Italia conquista con Mauro Checcoli il titolo olimpico individuale in sella a Surbean ed è il capitano che trascina la Nazionale anche per l’oro di squadra (con Angioni, Argenton e Ravano).
Girl power
La storia di Lis Hartel ci insegna che diventare una grande amazzone non è una questione di forza. «Il lavoro e lo sport con i cavalli sono così complessi da annullare differenze palesi: non è un vantaggio e neanche il contrario essere più alti, più forti e via dicendo» conferma Julia Krajewski. «Le dimensioni, i caratteri e le abilità specifiche dei cavalli sono diversi come lo sono gli esseri umani, quindi le differenze che impediscono a uomini e donne di competere insieme in altri sport, qui non giocano un ruolo influente. E di solito, quando qualcosa non è importante, non se ne parla molto».
Nel gergo si dice, però, che molto dipende dalla sensibilità, anche da quella dei cavalli. Lei ha vinto la sua medaglia d’oro su una cavalla, Amande de B’Neville, una femmina: «L’abbinamento perfetto è una questione di feeling e non ha un genere. Tutto dipende dal singolo cavallo e dalla singola persona. Le amazzoni e i cavalieri migliori, quelli da ammirare, sono coloro che ascoltano i propri cavalli, che li hanno tirati su, non uno ma molti, fin da giovani, che sono premurosi e attenti, che si prendono cura dei loro compagni di gara con passione».
Maschio e adulto
«Il vero eroe olimpico ai miei occhi è l’individuo maschio adulto», aveva dichiarato all’inizio del Novecento il barone Pierre de Coubertin, fondatore dei Giochi olimpici moderni, aggiungendo anche che un’Olimpiade femminile sarebbe stata «poco pratica, poco interessante, antiestetica e scorretta».
Da allora, di strada ne è stata percorsa, come in una prova di cross country, con leggerezza. Un percorso che porta fino a Parigi 2024 dove da domani, 27 luglio, uomini e donne con i loro cavalli gareggeranno nel palcoscenico unico della Reggia di Versailles. Provaci ancora Julia: «Non capita spesso di poter gareggiare in un luogo iconico come quello e per il nostro sport è fantastico. Quest’anno sono stata selezionata come riserva per la Germania e sto cercando di prepararmi al meglio. Ovviamente la salute e il benessere del mio cavallo vengono prima delle mie aspettative agonistiche. Mi piacerebbe molto gareggiare a Parigi, ma se così non fosse, l’equitazione ha più tempo rispetto ad altri sport. Ci sarà un’altra Olimpiade, tra quattro anni».
Sul Venerdì del 26 luglio 2024