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Esperanto, la lingua internazionale non è morta

Un’antica cartolina in esperanto (Getty images) 

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Inventata nel 1887 per pacificare e unire il mondo, anima ancora convegni e Youtube
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Il traduttore universale? Esiste già dal 1887, è l’esperanto. Un’utopia linguistica creata nel tempo libero da un oculista polacco, Ludwik Zamenhof, per diventare la seconda lingua di tutti gli abitanti della Terra e costruire così un ponte tra culture e nazioni che permettesse di evitare, parlando, le guerre. Non è andata proprio così, ma si può dire che l’esperanto è vivo e lotta insieme a noi, anzi, ai due milioni di esperantisti sparsi nel mondo. Un migliaio di loro ha partecipato nei giorni scorsi, ad Arusha, Tanzania, al 108esimo Universala Kongreso de Esperanto (l’anno scorso fu a Torino). I convenuti, se colti a non parlare esperanto, possono essere tacciati di “coccodrilare” (il verbo è Krokodili): viene scherzosamente bollato così chi muove visibilmente le fauci come i temibili rettili, ma senza proferire parole in esperanto. D’altra parte, chi con troppo zelo riprendesse i “coccodrilli” potrebbe di rimando essere definito verda papo, ovvero “Papa verde”, iperbole per dare l…

Il traduttore universale? Esiste già dal 1887, è l’esperanto. Un’utopia linguistica creata nel tempo libero da un oculista polacco, Ludwik Zamenhof, per diventare la seconda lingua di tutti gli abitanti della Terra e costruire così un ponte tra culture e nazioni che permettesse di evitare, parlando, le guerre. Non è andata proprio così, ma si può dire che l’esperanto è vivo e lotta insieme a noi, anzi, ai due milioni di esperantisti sparsi nel mondo. Un migliaio di loro ha partecipato nei giorni scorsi, ad Arusha, Tanzania, al 108esimo Universala Kongreso de Esperanto (l’anno scorso fu a Torino). I convenuti, se colti a non parlare esperanto, possono essere tacciati di “coccodrilare” (il verbo è Krokodili): viene scherzosamente bollato così chi muove visibilmente le fauci come i temibili rettili, ma senza proferire parole in esperanto. D’altra parte, chi con troppo zelo riprendesse i “coccodrilli” potrebbe di rimando essere definito verda papo, ovvero “Papa verde”, iperbole per dare l’idea di un verboso custode dell’ortodossia.Il verde è da sempre il colore degli esperantisti, essendo quello della speranza: il primo libretto diffuso da Zamenhof era La lingua internazionale del Dr. Esperanto.

Lo pseudonimo scelto da Zamenhof (“speranzoso”) accendeva di più la fantasia del nome originario, “lingua internazionale”, e finì per diventare il nome ufficiale della lingua. Che l’esperanto sia il primo vero traduttore universale – e possa esserlo benissimo anche oggi – lo sostengono gli esperti: «La sua estrema regolarità – ha solo 16 regole grammaticali, non ha eccezioni né verbi irregolari – voluta da Zamenhof per renderne facilissimo l’insegnamento e l’uso, fa sì che a un italiano che voglia imparare, per esempio, il turco, convenga prima imparare l’esperanto e poi seguire un corso Dall’esperanto al turco, perché si parte da strutture più regolari e l’apprendimento è facilitato» spiega Federico Gobbo, professore di interlinguistica ed Esperanto all’Università di Amsterdam. «Se non esiste il corso Dall’esperanto al turco, gli esperantisti ricorrono all’espediente del reverse engineering: si procurano un corso di esperanto in turco e lo usano “al contrario” per imparare il turco». Una prima scintilla tra il primo traduttore universale e uno degli ultimi (Google Translate) scoccò nel 2006: «Quando l’esperantista di Google raggiunse anche questa lingua, i suoi colleghi furono sconvolti. Si chiedevano: “Come è possibile che una lingua che ha il 10 per cento dei testi rispetto al francese o al tedesco, permetta una qualità di traduzione identica?”» spiega Gobbo. «La risposta è la regolarità. Che l’ha resa uno strumento ideale per allenare l’intelligenza artificiale. Appena è uscito ChatGPT, la prima cosa che ho fatto è chiedergli se parlava in esperanto. E mi ha detto di no. Ma già una settimana dopo mi ha risposto: “Jes mi parolas esperanton!”».

La dimensione giocosa, purché linguistica, è da sempre una parte importante dello spirito di questi idealisti. «La Gioventù esperantista norvegese fece un concorso per arricchire di parolacce il dizionario esperantista» spiega ancora Gobbo. E che lo spirito di chi parla questa lingua sia, generalmente, fraterno si può cogliere da tanti aspetti. «Uno dei più amati è il Pasporta servo (servizio di passaporto): tanti esperantisti, in 85 Paesi tra cui l’Italia, si prestano ad ospitare gratuitamente dei “fratelli di lingua” provenienti da altri Paesi, pur di poter conversare: su pasportaservo.org c’è una mappa aggiornata. Gli esperantisti hanno anticipato di molto il couchsurfing. E con la loro intensa attività di corrispondenza, spesso tra sconosciuti, sono anche convinti di aver anticipato di parecchi decenni internet». Che ci sia un’affinità speciale tra questa lingua e il web è indubbio: «Su internet l’esperanto ha trovato una nuova vita: quando la popolarissima app Duolingo, nel 2015, l’ha aggiunto ai suoi corsi, oltre 1,5 milioni di persone hanno iniziato a studiarlo. Oggi c’è una comunità su Facebook che ha oltre 20 mila membri, e tanti altri gruppi e manuali online gratuiti» spiega Esther Schor, docente di studi linguistici all’Università di Princeton.Tra gli ammiratori illustri dell’idea di Zamenhof spiccano Leo Tolstoj e George Soros (cognome in esperanto: il padre Tivadar, esperantista, cambiò “Schwarz” in “Soros”, che significa “salirà in alto”), che ventenne perorava la causa nello Speaker’s Corner di Hyde Park. Da allora è passato tanto tempo e l’esperanto è stato più volte boicottato – soprattutto dalla Francia, gelosa dell’internazionalità del francese – nel tentativo di farsi accreditare come seconda lingua presso le Nazioni Unite. Ma, seppure senza clamori, l’esperanto vive, cresce e si aggiorna. Tra le ultime aggiunte, l’attualissimo jutubumi: “perdere tempo su YouTube”.

Sul Venerdì del 9 agosto 2024

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