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Gianfranco Ferré avrebbe compiuto 80 anni. Storia di uno stilista antipatico ma geniale

Gianfranco Ferré (1944-2007) fotografato da Tyen nel 1990. (Courtesy of Centro di Ricerca Gianfranco Ferré, Politecnico di Milano) 
Due mostre celebrano il grande artista, che «Alle top model preferiva indossatrici con grande personalità», come ricorda il suo braccio destro Rita Airaghi
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Come avrebbe festeggiato i suoi 80 anni Gianfranco Ferré questo 15 agosto, se il destino non avesse deciso che il 17 giugno del 2007 sarebbe stato il suo ultimo giorno sulla Terra? Può affermarlo con certezza Rita Airaghi, cugina dello stilista, suo braccio destro sin dal 1970 e direttrice della comunicazione e delle pubbliche relazioni della maison fondata nel 1978: «Me lo vedo in mezzo al mare, su una barca perché è così che trascorreva le sue vacanze, in tutta semplicità con quattro amici veri, senza festeggiamenti particolari. Una giornata pigra: musica, cibo, calma. E libri: Gianfranco ne era un divoratore, leggeva molto velocemente e aveva una memoria pazzesca. Il fatto che gli anni sarebbero stati ottanta non lo avrebbe scalfito per niente».

Gianfranco Ferré è stato uno dei protagonisti più autorevoli della moda internazionale: è rimasta insuperata la sua statura stilistica, e pochi come lui hanno saputo creare l’ideale di una donna elegante, esigente, che sceglie abiti e acces…

Come avrebbe festeggiato i suoi 80 anni Gianfranco Ferré questo 15 agosto, se il destino non avesse deciso che il 17 giugno del 2007 sarebbe stato il suo ultimo giorno sulla Terra? Può affermarlo con certezza Rita Airaghi, cugina dello stilista, suo braccio destro sin dal 1970 e direttrice della comunicazione e delle pubbliche relazioni della maison fondata nel 1978: «Me lo vedo in mezzo al mare, su una barca perché è così che trascorreva le sue vacanze, in tutta semplicità con quattro amici veri, senza festeggiamenti particolari. Una giornata pigra: musica, cibo, calma. E libri: Gianfranco ne era un divoratore, leggeva molto velocemente e aveva una memoria pazzesca. Il fatto che gli anni sarebbero stati ottanta non lo avrebbe scalfito per niente».

Gianfranco Ferré è stato uno dei protagonisti più autorevoli della moda internazionale: è rimasta insuperata la sua statura stilistica, e pochi come lui hanno saputo creare l’ideale di una donna elegante, esigente, che sceglie abiti e accessori di lusso estremo per sottolineare la sua personalità. La descrizione migliore la consegnò Natalia Aspesi scrivendo su Repubblica di una sua sfilata nel 1992: «...Ai sogni più segreti delle donne risponde come sempre Gianfranco Ferré, capace di fare anche dell’ultima ragazzetta una grande signora. La moda di Ferré è fatta per donne che in qualche modo stanno su, ai vertici, dello Stato, del Regno, della Finanza, se ci fossero donne sacerdoti anche del Clero...».

Possedeva una sofisticata percezione della bellezza, ed era capace di far dialogare il rigore e la poesia: ha saputo reinventare la camicia bianca trasformandola in un capo impalpabile, evanescente, e nel simbolo più riconoscibile del suo alfabeto espressivo. Sembra assurdo, oggi, parlare del marchio che porta il suo nome al passato: la holding di Dubai che lo possiede ha chiuso ogni attività legata al brand dieci anni fa. Fortunatamente, nel 2008 è stata creata la Fondazione Ferré: un’istituzione nata con l’intento di promuovere e trasportare nel futuro l’eredità artistica e culturale del Maestro. Nel dicembre 2021, la famiglia Ferré ha deciso di donare l’archivio e la sede della Fondazione al Politecnico di Milano, che ha costituito il Centro di Ricerca Gianfranco Ferré. Un patrimonio mastodontico, degno di quel senso per l’ampiezza e per la dismisura non così estraneo al personaggio: più di 150.000 foto e video di sfilate, 30.000 bozzetti e disegni tecnici, 3.500 tra abiti e accessori, e oggetti collezionati da Ferré, testi, lezioni, riviste.

Rita Airaghi è steer advisor del progetto, mentre la direzione scientifica è affidata alla professoressa Paola Bertola, che spiega: «Il legame con il Politecnico sta nella formazione dell’identità progettuale di Gianfranco Ferré: è qui che si è laureato ed è qui che, qualche giorno prima di morire, ha tenuto quella che sarebbe stata la sua ultima lezione. Ha lasciato un’eredità di conoscenza, di storie da raccontare, attraverso ciò che ha creato e grazie alla sua capacità di codificare il suo modo di progettare. Lo ha fatto spinto dalla voglia di restituire e di continuare ad avere una relazione con gli studenti che si stavano formando, è uno dei pochissimi designer del suo livello a essersi sempre dedicato alla formazione. Inoltre, ha sempre guardato in modo critico il suo stesso lavoro: lui per primo ha iniziato questa raccolta e archiviazione, non per creare un mausoleo autoriferito ma per continuare a proiettare la sua idea di progetto nel futuro».

Oltreconfine

Il suo approccio all’abito come elemento finale di una progettazione gli fece guadagnare la definizione di “Architetto della moda”: era diventata quasi un cliché, un luogo comune, quando si parlava di lui. «Una definizione che gli è piaciuta finché non lo ha stufato», racconta la cugina. «Da una parte gli piaceva molto, perché non ha mai troncato le radici con quello che definiva il suo Politecnico: essere diventato architetto in quegli anni e con quei maestri lo riempiva di orgoglio. Poi lo ha annoiato perché poteva diventare un limite: rimandava a un’idea di rigidità e non lasciava evincere il contenuto di poesia, di fantasia, persino di follia delle sue collezioni».

Il risvolto poetico della sua creatività è stato determinante nella nomina a direttore artistico della Maison Dior nel 1989. Un evento epocale. Oggi il turnover di direttori alla guida dei brand è un fatto consueto, sembra il gioco delle sedie musicali, ma all’epoca non era nemmeno concepibile l’idea che un italiano prendesse la guida di uno dei più luminosi simboli del lusso francese – seppur vivendo, in quel momento una fase di nobile torpore. Ferré è stato il primo ad attraversare un valico. «Quando ricevette la telefonata, Gianfranco pensò a uno scherzo» ricorda ancora Airaghi. «Ma una cosa a cui teneva e che ripeteva sempre ai ragazzi era che il treno passa una volta sola e va preso in corsa. Si è dedicato per mesi a uno studio molto attento e complicato degli archivi di Dior, e nella massima segretezza: per evitare che la notizia si diffondesse, i materiali venivano posizionati nello studio di un notaio parigino. Tutto questo fino ai primi di maggio, quando in conferenza stampa è stata lanciata la bomba. Grande orgoglio da parte degli italiani e una certa dubbiosa riservatezza da parte dei francesi. Poi la prima collezione, presentata in un giorno caldissimo di luglio 1989: a detta di tutti fu straordinaria e ricevette il Dé d’Or, il ditale d’oro, il premio della critica internazionale. Da quel momento, i francesi hanno deciso che lo avevano scelto loro, che era giusto che fosse lui il successore di Christian Dior, che mai c’era stato un solo momento di scetticismo. Oggi tutti gli stilisti “cambiano casacca”, ma Ferré è stato il primo nel mondo a vivere questo tipo di esperienza. Provava orgoglio e un progressivo compiacimento nello scoprirsi affine al couturier (l’amore per i tessuti maschili, per i volumi, per un certo tipo di stampe) e non così alieno come si pensava in Francia visto che non era francese, italiano per di più, e non erede diretto come i suoi predecessori Yves Saint Laurent e Marc Bohan che di Christian Dior erano stati collaboratori. È stata un’avventura straordinaria».

Nessun canone

Una delle critiche che lo perseguitavano era quella di essere “difficile”: da capire, da indossare. «Ma queste osservazioni non cambiavano il suo modo di lavorare. Sicuramente era fondamentale la consapevolezza del proprio corpo e di come portare un abito. E l’intelligenza: ha sempre detto che la sua moda era per una donna intelligente, non necessariamente bella secondo i canoni fissi. Anche in pedana, preferiva indossatrici con una grande personalità e tratti somatici molto forti: Sara Kapp, Pat Cleveland, Katoucha Niane… Sì, cedeva al fascino di Naomi, di Linda, di Carla Bruni, ma per lui contava che sapessero interpretare l’abito, che già durante le prove capissero lo spirito con cui era stato realizzato».

Oltre gli abiti, di Gianfranco Ferré veniva definito difficile anche il carattere. «Sono molto oggettiva, non mi piace l’agiografia gratuita» ammette Airaghi. «Gianfranco non faceva niente per farsi voler bene, ed era capacissimo di dare una risposta secca per farti capire che era meglio lasciarlo perdere, anche se non ricordo una sola frase maleducata o ingiuriosa. Non si concedeva facilmente. Ed era curiosissimo. Lui aveva un ufficio privato, ma lo usava solo per le interviste o qualche incontro, altrimenti disegnava in uno stanzone con gli altri collaboratori. C’erano otto tavoli, lui lavorava al primo ma sapeva cosa facevano o dicevano quelli dell’ottavo tavolo. Dumbo!».

Gli ottant’anni di Ferré forse passeranno sotto silenzio nello smemorato mondo della moda, sempre estenuato nel rincorrere nuovi fenomeni magari effimeri, ma non nella città in cui è nato e in cui ha continuato a vivere: dal 7 settembre al 6 ottobre, Legnano ospiterà a Palazzo Malinverni la mostra di camicie e disegni Gianfranco Ferré tra ragione e sentimento. Un altro omaggio avrà inizio il 5 dicembre al Forte di Bard, in Val d’Aosta, con una mostra che raccoglie le immagini realizzate per lui da Herb Ritts, Steven Meisel, Michel Comte e altre importanti firme della fotografia. In esposizione ci sarà anche un memorabile scatto del 1991 di Gian Paolo Barbieri: Aly Dunne posa davanti a un fondale bianco montato in Piazza Duomo a Milano, con tanto di piccioni svolazzanti. Vista dai nostri giorni, sembra una cartolina da un tempo mitico in cui la moda scorreva come una linfa irrefrenabile ed eccitante in ogni arteria della città. Come nel Rinascimento, gli italiani insegnavano al mondo una nuova maniera di interpretare e creare la bellezza, e Gianfranco Ferré spiccava per la sua visione colta e sontuosa, riconoscibilissima e magnifica.

Sul Venerdì del 9 agosto 2024

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