I segreti dell’arte svelati dai raggi X
di Giuliano Aluffi“Tutta la scienza sarebbe superflua se l’aspetto esteriore e l’essenza delle cose coincidessero”: questa frase di Carlo Marx è perfetta per descrivere il lavoro di chi oggi, nei musei, usa la scienza e la tecnologia per indagare – proprio perché l’aspetto delle opere d’arte può celare un’essenza del tutto diversa – sui segreti, invisibili a occhio nudo, degli artisti di ogni tempo.
Usando tecnologie ideate dai fisici per scrutare tra le galassie (come la spettrometria di massa) o per scovare minacce per la salute (come i raggi X), oggi gli scienziati che studiano l’arte possono scoprire, ad esempio, che le statue dell’antichità erano assai più colorate di quanto crediamo. O che nell’arte il sacro può celare il profano. E possono farci vedere tutto quello che i pittori hanno voluto nascondere alla vista coprendolo di pennellate.
“Tutta la scienza sarebbe superflua se l’aspetto esteriore e l’essenza delle cose coincidessero”: questa frase di Carlo Marx è perfetta per descrivere il lavoro di chi oggi, nei musei, usa la scienza e la tecnologia per indagare – proprio perché l’aspetto delle opere d’arte può celare un’essenza del tutto diversa – sui segreti, invisibili a occhio nudo, degli artisti di ogni tempo.
Usando tecnologie ideate dai fisici per scrutare tra le galassie (come la spettrometria di massa) o per scovare minacce per la salute (come i raggi X), oggi gli scienziati che studiano l’arte possono scoprire, ad esempio, che le statue dell’antichità erano assai più colorate di quanto crediamo. O che nell’arte il sacro può celare il profano. E possono farci vedere tutto quello che i pittori hanno voluto nascondere alla vista coprendolo di pennellate.
Uno dei più importanti ricercatori al mondo in questo senso è un chimico italiano, Marco Leona, capo del Dipartimento di ricerca scientifica presso il Metropolitan Museum of Art di New York, che sarà relatore al XXVIII Congresso nazionale della Società chimica italiana (26-30 agosto a Milano). «Oggi possiamo rendere visibile l’invisibile e rivedere, alla luce della tecnologia, ciò che pensavamo sull’arte. Pensiamo alle statue greche e romane: tutti le vedono bianche. In realtà l’antichità era quanto di più colorato si possa immaginare», spiega Leona.
«Qualche indizio lo si aveva già: al Met abbiamo una camera da letto di una villa vicino a Ercolano e su una parete è dipinta la vista di una città dove si vede una sola colonna bianca, mentre tutto il resto sono statue variopinte. Così abbiamo cercato e trovato su alcune sculture antiche delle microscopiche tracce di colore, con cui ricostruire la colorazione originale. Infine, con la stampa 3D abbiamo creato repliche colorate, proprio come le vedevano gli antichi, che abbiamo affiancato alle statue originali in una mostra di grande successo».
Il bianco non è sinonimo di scultura antica, quindi: è un suggestivo errore storico. «I grandi scultori del Rinascimento vedevano statue romane scolorate dai secoli e pensavano che quel biancore, quella purezza della forma senza colore fosse un ideale neoplatonico a cui aspirare: hanno “inventato” la scultura bianca», commenta Leona. «Ma ai greci e ai romani premeva il realismo, perché creava un rapporto più stretto con la statua, per lo stesso motivo, la familiarità, per cui le statue dei santi nelle chiese barocche sono colorate».
Assomiglia di più alla scoperta di un segreto, invece, quanto è stato fatto per il ritratto dei coniugi Lavoisier commissionato nel 1788 a Jacques-Louis David. «Per studiarlo, insieme alla ricercatrice Silvia Centeno, abbiamo usato la fluorescenza dei raggi X: è una tecnica che crea una mappa del dipinto in cui, in ogni punto della superficie, vengono riconosciuti tutti gli elementi chimici presenti. Questo ci dà un’indicazione sui colori (ad esempio il mercurio significa “rosso”, il cromo “giallo”).
E siccome si usano i raggi X, che attraversano la materia, possiamo, in qualsiasi punto del quadro, vedere anche gli elementi (e quindi dedurre i colori) che stanno su ognuno dei vari strati di pittura sovrapposti», chiarisce l’esperto. «Questo ci permette di fare la “biografia dell’opera”, di capire i ripensamenti e le correzioni apportate dall’artista». E quindi anche di cogliere il pensiero del pittore, cosa che nel ritratto di David è affascinante. «Il ritratto così come è ora ci mostra una coppia di intellettuali alto-borghesi (Lavoisier, il padre della chimica, era banchiere). I colleghi restauratori avevano pensato, semplicemente guardando la superficie, che ci fossero stati dei cambiamenti. Che i raggi X ci hanno rivelato: l’interno era decorato con bordature d’oro, libri rilegati in oro. Madame Lavoisier aveva un cappello molto sfarzoso, con nastri colorati. Il marito aveva un mantello rosso, come se fosse un nobile (anche se non lo era): nel dipinto originario c’era una dimostrazione di sfarzo che non era rischiosa al momento della commissione del ritratto – un anno prima della Rivoluzione francese – ma che lo diventò a Bastiglia ormai presa. E così il pittore interviene: il tavolo con i suoi ori e dorature viene coperto da un drappo, il mantello di Lavoisier scompare, e lui ora ha un abito nero più sobrio, e Madame Lavoisier non ha più il suo cappello, ma una parrucca e un abito che appare più semplice». Così nessuno per quell’opera perderà la testa, e non solo in senso figurato.
I raggi X ci possono far viaggiare nel tempo ed entrare nella testa degli artisti mentre erano all’opera. È capitato con il Picasso diciannovenne e il suo Moulin de la Galette, dipinto nel 1900. «È conservato al Guggenheim, ma lo abbiamo analizzato con un nostro team assemblato apposta per prestare consulenze scientifiche agli altri musei», spiega Leona. «Nel quadro si vede una scena affollata di persone che ballano o sono ai tavoli. In primo piano si vede una macchia di colore scuro, che sembra una stola o una pelliccia appoggiata sullo schienale di una sedia».
Quella macchia scura nasconde un segreto. «Un cagnolino, per la precisione. Un pechinese con un fiocco rosso al collo», specifica lo scienziato. «Svelato dalla fluorescenza dei raggi X. Picasso deve aver pensato che quel cagnolino fosse così carino da calamitare l’attenzione di chi osserva il quadro, dominando quella che invece doveva essere una scena corale. Così ha rimediato, e il risultato non sembra una cancellatura perché comunque Picasso, purché giovane, sapeva il fatto suo».
Un altro sistema per scoprire ciò che i quadri nascondono è l’uso dell’imaging nel vicino infrarosso, che misura quanto un oggetto assorba e quanto rifletta la luce infrarossa: i valori che si ottengono consentono di individuare gli elementi attraversati dai raggi in ogni punto. «Con questo approccio abbiamo studiato l’Allegoria dell’Inclinazione, dipinta da Artemisia Gentileschi nel 1615, proprietà del Museo Casa Buonarroti di Firenze», dice Alice Dal Fovo, ricercatrice all’Istituto Nazionale di Ottica del Cnr.
«Dopo pochi anni è stato rimaneggiato dal pittore Baldassarre Franceschini, che ha ricoperto con dei drappeggi le nudità femminili, per via delle pressioni moralistiche della Controriforma. Il progetto prevedeva di seguire dal punto di vista chimico le fasi del restauro dell’opera, ma anche di provare a svelare la rappresentazione originale di Gentileschi, sottostante alle ridipinture. E così è stato fatto, grazie anche a un algoritmo di intelligenza artificiale che ha potuto interpretare i dati ottenuti dagli strumenti. Le immagini al vicino infrarosso sono oggi molto usate soprattutto per vedere i disegni preparatori degli artisti, e quindi far emergere dettagli che poi non sono stati eseguiti nella fase pittorica. Invece la fluorescenza a raggi X è ideale per identificare i pigmenti utilizzati dai pittori e quindi anche per caratterizzare la tavolozza tipica di un artista, che ci aiuta distinguere i quadri tra autentici e falsi. Con questo sistema si possono anche scoprire i processi di degrado chimico dell’opera».
Unendo più approcci si hanno risultati straordinari: «In uno studio appena pubblicato ricostruiamo un dipinto profano del ‘600 celato sotto uno sacro: la Sacra Famiglia di Domenico Beceri, di proprietà degli Uffizi» spiega Dal Fovo. «Stupefacente il contrasto tra la scena visibile e quella nascosta sotto: una rappresentazione del tema “Leda e il cigno” riprodotta più volte da molti pittori: si dice risalga a un lavoro di Michelangelo ormai perso nei secoli».
Sul Venerdì del 23 agosto 2024