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Massimo Giannini: a Bilbao lo fanno meglio

L’avviso nel chiosco di Bilbao: Si accettano solo pagamenti con carta” 

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Eliot non aveva capito niente. Il più crudele dei mesi non è aprile: è settembre. Per tanti motivi: è un po’ come il lunedì dopo la domenica, finisce l’estate e ricomincia il solito tran-tran, il lavoro la scuola il caos ordinario delle città-formicaio che tornano a brulicare di esseri viventi mediamente frustrati e sommamente incazzosi. Soprattutto, per noi italiani, riparte la consueta tarantella sulla manovra economica, con tutti i collaudati cliché del giornalese: la “stangata d’autunno”, la cura “lacrime e sangue”, i “tagli draconiani”, e via via enumerando tutte le torture necessarie ad ammazzare la pecora, e non a tosarla come volevano quelle anime pie dei socialdemocratici scandinavi alla Olof Palme. Ma non è una cosa seria, perché ogni anno il costo dei sacrifici necessari a non mandare in bancarotta il bilancio lo sostengono i soliti noti: il ceto medio che prende lo stipendio, il lavoro dipendente che anche volendo non può sfuggire al Leviatano fiscale, in un Paese che sul …

Eliot non aveva capito niente. Il più crudele dei mesi non è aprile: è settembre. Per tanti motivi: è un po’ come il lunedì dopo la domenica, finisce l’estate e ricomincia il solito tran-tran, il lavoro la scuola il caos ordinario delle città-formicaio che tornano a brulicare di esseri viventi mediamente frustrati e sommamente incazzosi. Soprattutto, per noi italiani, riparte la consueta tarantella sulla manovra economica, con tutti i collaudati cliché del giornalese: la “stangata d’autunno”, la cura “lacrime e sangue”, i “tagli draconiani”, e via via enumerando tutte le torture necessarie ad ammazzare la pecora, e non a tosarla come volevano quelle anime pie dei socialdemocratici scandinavi alla Olof Palme. Ma non è una cosa seria, perché ogni anno il costo dei sacrifici necessari a non mandare in bancarotta il bilancio lo sostengono i soliti noti: il ceto medio che prende lo stipendio, il lavoro dipendente che anche volendo non può sfuggire al Leviatano fiscale, in un Paese che sul piano dell’etica pubblica e del senso civico è rimasto fondamentalmente quello di un secolo fa. Come scriveva Piero Gobetti, gli italiani pagano le tasse «bestemmiando lo Stato». Altro che «le tasse sono bellissime», come teorizzava il compianto Padoa-Schioppa. Anche quest’anno, nonostante le fantasmagoriche promesse meloniane, il copione si ripeterà. Checché ne dica la Sorella d’Italia, che ogni due per tre ripete che il suo governo «non vuole disturbare chi vuol fare», il vero scandalo nazionale resta l’evasione fiscale. Qualche giorno fa, nel rapporto annuale Fipe-Confcommercio, e nel Rendiconto generale della Corte dei Conti, ho letto cose che voi umani. Per esempio, che i taxisti sempre sul piede di guerra dichiarano ogni anno al Fisco un reddito medio di 15.449 euro. E poi, peggio ancora, che i poveri ristoratori ne denunciano 15.152. Cioè, nel Belpaese degli Chef Stellati e dello Slow Food, quelli che danno da mangiare a noi fanno la fame, incassando ogni mese 1.262 euro: grosso modo 4-500 euro in meno del già magro salario dei loro camerieri. È vero che a Bolzano la media annuale si alza a oltre 34 mila euro, vivaddio, ma poi a Potenza crolla a 7.615 euro e, nonostante il Sud in crisi, ti chiedi come fanno i valorosi osti lucani a campare con 634 euro al mese. Che vuol fare, la Donna-Sola-Al-Comando? Continuare a strizzare l’occhio alle corporazioni, o provare a recuperare un po’ di nero? È difficile, lo so. Ma tutt’altro che impossibile. A Bilbao, la settimana scorsa, appena uscito dal Guggenheim Museum, ho preso un caffè in un chioschetto mobile. Sul bancone, c’era questo avviso: Solo se admiten pagos con tarjeta. Cioè, in quella specie di pianeta marziano, persino da un ambulante è vietato usare il contante. Ho pagato con la mia tarjeta, 1,20 euro, e bevuto il mio caffè. Non so perché, ma mi è sembrato molto più buono del nostro.

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