Diavolo di un Limonov: esce il film tratto dal romanzo di Carrère
di Nicola MirenziIl romanzo di Emmanuel Carrère aveva da poco reso Eduard Limonov celebre in tutto l’Occidente quando a Kirill Serebrennikov chiesero di trarne un film. «Era un mistero», racconta al Venerdì, «come avesse fatto questo strano personaggio russo, poeta underground, rivoluzionario fallito, ad attirare tanto l’attenzione. Mi chiedevo: “Come è potuto diventare così popolare, cosa ci vede la gente nella sua storia?”».
La risposta che ha dato a questa domanda il regista russo – fuggito dal proprio Paese dopo essere stato arrestato dal regime putiniano – è parte della bellezza del film a cui ha lavorato per cinque anni e che arriva nelle sale il 5 settembre. Si intitola Limonov ed è basato sul romanzo omonimo di Carrère (in Italia pubblicato da Adelphi). È la vita di un uomo vitalissimo e pericoloso, in cui convergono senza filtri le passioni più roventi e distruttive della Russia di oggi. «Eduard Limonov» ci dice Serebrennikov «è stato il profeta del risentimento politico, la fonte del nuovo n…
Il romanzo di Emmanuel Carrère aveva da poco reso Eduard Limonov celebre in tutto l’Occidente quando a Kirill Serebrennikov chiesero di trarne un film. «Era un mistero», racconta al Venerdì, «come avesse fatto questo strano personaggio russo, poeta underground, rivoluzionario fallito, ad attirare tanto l’attenzione. Mi chiedevo: “Come è potuto diventare così popolare, cosa ci vede la gente nella sua storia?”».
La risposta che ha dato a questa domanda il regista russo – fuggito dal proprio Paese dopo essere stato arrestato dal regime putiniano – è parte della bellezza del film a cui ha lavorato per cinque anni e che arriva nelle sale il 5 settembre. Si intitola Limonov ed è basato sul romanzo omonimo di Carrère (in Italia pubblicato da Adelphi). È la vita di un uomo vitalissimo e pericoloso, in cui convergono senza filtri le passioni più roventi e distruttive della Russia di oggi. «Eduard Limonov» ci dice Serebrennikov «è stato il profeta del risentimento politico, la fonte del nuovo nazionalismo russo, la pulsione che ha sprigionato la guerra contro l’Ucraina».
Limonov, la clip in anteprima
Morto nel marzo del 2020, Eduard Limonov è stato un operaio, un delinquente, un poeta, un teppista, uno scrittore, un barbone, un maggiordomo in casa di un potente miliardario americano, un frustrato, un punk, una carogna che sparava su Sarajevo, il fondatore del partito nazional-bolscevico, un amante della guerra, un eroe, uno che ha avuto al proprio fianco donne bellissime, ma ha fatto anche esperienza a New York dei «grandi neri», convinto che pure farsi prendere è un gesto virile, richiede coraggio.
«Ogni tanto qualcuno mi chiede di indovinare la posizione che avrebbe preso oggi sulla guerra in Ucraina, in virtù dell’opposizione che ha fatto a Vladimir Putin» racconta al Venerdì lo scrittore Emmanuel Carrère, consulente per il soggetto del film. «Non ho dubbi su quale sia la risposta. Sarebbe stato senza tentennamenti dalla parte della guerra. È per questo che la sua storia racconta molto della Russia di oggi».
La galera e la gloria
Nel film – produzione internazionale guidata dagli italiani di Wildside – la storia segue l’avventura di Limonov fin dalla sua giovinezza in Ucraina, quando lavorava come metalmeccanico a Kharkiv (particolare che rende il riverbero del film sull’attualità ancora più straziante). Poi racconta il suo percorso nel mondo letterario non ufficiale, il conflitto con le autorità sovietiche, la fuga negli Stati Uniti, la miseria, i lavori umili, il successo in Francia, il ritorno in Russia mentre l’Urss crolla, l’umiliazione della rovina che Limonov trasforma in rabbia, il carburante dell’attività politica che gli varrà la galera e la gloria.
Interpretato da Ben Whishaw, Limonov appare, com’era già nel romanzo, un personaggio lirico, un poeta che improvvisamente irrompe nell’universo occidentale – dove i poeti si sono estinti come figure pubbliche – e lo scuote. «Da Byron a Lermontov a D’Annunzio» dice Serebrennikov «c’è una lunga tradizione di poeti che hanno fatto la storia delle nazioni, non sempre stando dalla parte giusta. Limonov è un interprete modernissimo di questa tradizione. Oggigiorno la tendenza è credere che la poesia sia solo un innocuo canto dei sentimenti piccolo-borghesi. Mentre la grande poesia può avere in sé anche qualcosa di tremendo. È stata e può essere ancora – almeno, in Russia lo è – veicolo di idee sanguinarie, di pulsioni terrificanti che non appartengono solo a chi compone i versi, ma condensano le passioni di intere comunità. Questo è stato essenzialmente Limonov. Poi, secondariamente, anche un politico».
Nel prologo del suo romanzo, Carrère racconta che tra gli ammiratori di Limonov c’era anche Anna Politkovskaja, giornalista critica del regime putiniano uccisa nel 2006. Pensava che era grazie a tipi come lui e agli adepti del suo partito – i nazbol, una sorta di milizia naziskin comunista – che si poteva guardare con fiducia all’avvenire morale della Russia. La convivenza di elementi tanto dissonanti spinse lo scrittore francese a raccontarne la storia, convinto che la sua vicenda dicesse qualcosa anche di tutti noi. Il romanzo di Carrère uscì in Francia nel 2011. E sembrò cogliere il fenomeno politico del rossobrunismo, la strana miscela di ideologie di destra e di sinistra che all’epoca stava emergendo.
Ma erano soprattutto tempi in cui il libro si poteva leggere – e in effetti fu letto – come l’avventurosa, irresistibile e tutto sommato inoffensiva storia di uno spostato fuori di testa. Oggi, però, è diverso.«Il risentimento» spiega Carrère «è la parola chiave della vita di Limonov. È ciò che l’ha fatto cadere e rialzarsi innumerevoli volte. È ciò che l’ha fatto sentire offeso e calpestato. Ciò che gli ha dato la forza di sollevarsi e di alimentare la voglia di farla pagare al mondo intero. Ma, a ben vedere, il risentimento non è solo un’energia della sua vita: è anche il fuoco che brucia nel mondo che viviamo».
In fondo, Limonov voleva fare la Russia di nuovo grande, come oggi Trump vuole fare l’America «great again» e come ogni nazionalista – in Francia, in Italia, in Germania – sogna di riportare alla grandezza perduta la propria nazione. «In questo senso, penso che Limonov sia stato il sintomo che ha annunciato la malattia che sarebbe esplosa a distanza di qualche anno. Principalmente in Russia, ma non soltanto lì». Secondo Carrère, Limonov non era pienamente consapevole di ciò: «In lui tutte queste pulsioni esistevano in maniera caotica, confusa, a tratti schizofrenica. Il fascista russo era mescolato al ragazzo talentuoso, dinamico e vitale, una sorta di Johnny Rotten della letteratura. Era un uomo che guidava una milizia fascista, d’accordo, ma allo stesso tempo incarnava l’unica, vera, autentica controcultura russa». In questo magma incandescente risiedeva il suo fascino eccezionale e drammatico. «Mi viene in mente una frase di Pier Paolo Pasolini che diceva: è impossibile capire il Novecento senza comprendere il potere seduttivo del fascismo. Ecco, sono convinto che la stessa cosa valga per Limonov».
Guardare nell’abisso
Ma oggi che la guerra è stata scatenata, e la Russia è passata dal sentimento della rivalsa all’azione militare, non si corre il rischio di mitizzare il nazionalismo russo, proiettando al cinema Limonov come una star? «No, non credo di correre questo pericolo» risponde Serebrennikov. «L’idea che il male sia separabile dal bene in maniera esatta è un’idea irreale e, in fin dei conti, propagandistica. Sulle televisioni russe ogni giorno danno risposte semplicissime, lineari, ai più grandi problemi del Paese. La guerra? “È necessaria – rispondono – perché siamo circondati da nemici”. Il malessere economico? “Colpa degli scriteriati anni Novanta”. Certamente Limonov è un personaggio detestabile. Soprattutto oggi che il mio Paese ha invaso l’Ucraina. Lui desiderava la guerra, le andava incontro, la bramava. Ma compito del cinema è guardare con attenzione anche dentro gli abissi, non solo nelle cavità pulite. È come per i virus: l’organismo deve essere infettato per riuscire a sviluppare gli anticorpi necessari a combattere la malattia. Io da ragazzo sono stato un fan di Limonov. Leggevo la sua rivista e ci trovavo dentro la stessa rabbia che avevo io, la stessa voglia di fare tutto a pezzi. Poi ho pensato fosse un atteggiamento infantile. Sì, la seduzione del fascismo esiste. Quando ho visto lo stadio Olimpico a Roma sono stato colpito dalla bellezza che sprigiona l’architettura del Foro Italico. Questo non significa giustificare Mussolini e quello che ha fatto all’Italia. Comprendere un’idea, anche la più spregevole, non significa aderirvi. Si tratti di Hitler o di Limonov».
Cercando l’anima russa
Nel film c’è un cameo di Carrère in cui lo scrittore interpreta un occidentale ingenuo che ammira i russi, le loro facce «povere e autentiche». Pensa che in Russia tutto è vietato e ogni cosa è importante, mentre in Occidente tutto è permesso e niente importa. Invoca pertanto la protezione dell’«anima russa». «Sarebbe un vero peccato se tutto questo si perdesse con il cambiamento», dice a un Limonov seduto al tavolo di una mensa pubblica, nel bel mezzo del caos della Perestrojka: «Come in Africa sarebbe un vero peccato se tutti si vestissero. Niente più fotografie esotiche», gli risponde Limonov. «Spero che un giorno la Russia ve lo metta nel culo. Così capirete cosa significa».
L’idea dell’“anima russa” è allora solo un concetto turistico, e non il mare in cui nuotano pesci grandi come Dostoevskij e meno grandi come Limonov? «L’idea dell’“anima russa” è un cliché», risponde Serebrennikov. E anche Carrère è d’accordo con lui. Ma, a differenza del regista, ritiene che i luoghi comuni sulla Russia contengano sempre anche una verità: «L’idea dell’anima russa non è solo un concetto usato da occidentali superficiali. È anche un’idea che pensatori, scrittori e politici russi hanno creato per rappresentare la Russia come nazione unica, eccezionale, investita di una speciale missione nel mondo. Il risentimento, in questo senso, non è una passione triste: è invece il modo in cui un vero russo reagisce alle storture del mondo, alle ingiustizie. Tutt’altro che docile, l’idea dell’anima russa può facilmente trasformarsi in un veleno».
Il cameo di Carrère è stato girato a Mosca il 25 febbraio del 2022, il giorno dopo l’invasione dell’Ucraina. Poi le ambasciate hanno invitato gli stranieri a partire ed è diventato impossibile proseguire le riprese. «Da quel momento la cupezza è penetrata nell’estetica del film e l’ha reso più scuro, grave», racconta Serebrennikov.
Il padre funzionario dei servizi segreti, l’ammirazione per Stalin, l’insofferenza per Solzenicyn, Brodskij e tutti i dissidenti coccolati in Occidente, l’odio per Gorbaciov e Eltsin: dei pensieri, delle opere e delle omissioni di Limonov nel film c’è tutto. Manca però uno dei momenti più problematici. Il periodo in cui va a combattere nella guerra dei Balcani con i serbi di Karadzic. «Quando ho visto Limonov sparare con una mitragliatrice verso la città di Sarajevo nel documentario di Pawel Pawlikowski, Serbian Epics, la scena mi ha raggelato al punto che ho abbandonato il libro per un anno», ci confida Carrère. «Non tanto perché lo si vede compiere un delitto – in effetti, non si vede nulla di tutto questo – ma perché Limonov appare come un personaggio ridicolo. Un ragazzino che si atteggia da duro in una sagra di paese. Non ero sconvolto solo dalla ripugnanza di quel che aveva fatto. Ma, da scrittore, il mio vero problema era che improvvisamente il mio personaggio – l’uomo per il quale fino a quel momento ero riuscito a provare anche ammirazione – appariva ai miei occhi una persona piccola piccola. Insomma, uno che forse non meritava un libro. Ci ho messo un anno ad assorbire questi dubbi e riuscire ad andare avanti. Poi ho accettato che Limonov fosse anche questo: un uomo piccino. Mentre in altre circostanze riusciva a essere eroico. Così ha affrontato gli anni della prigione politica a Lefortovo, dove vengono spediti i più pericolosi nemici dello Stato: da eroe. Un momento che lui ha sognato tutta la vita. Come una consacrazione».
Un Putin perdente
Accompagnato dalle canzoni di Lou Reed, Tom Waits e Sex Pistols, il personaggio di Limonov si muove nel film – il cui sottotitolo è Una ballata – come una rockstar. Sembra che danzi a Kharkiv negli anni Sessanta, a Mosca nei Settanta, a New York e a Parigi a cavallo degli anni Ottanta e poi ancora in Russia negli anni Novanta e all’inizio del nuovo secolo. Ognuno di questi luoghi è ricostruito con minuzia archivistica e sotto lo sguardo di una potente estetica underground. Cosa che fa venire in mente la conclusione a cui giunge Carrère nel suo romanzo, quando accosta Limonov a Putin, affermando che i due condividono parecchi tratti esistenziali e politici, il senso di catastrofe e di ingiustizia per la fine dell’Urss; e che l’unica profonda differenza tra di loro stia nel fatto che Limonov ha fallito, mentre Putin ce l’ha fatta.
Ma come può un uomo dall’immagine grigia e noiosa, come il presidente della Federazione russa, essere uguale a questo sgargiante e irresistibile stronzo? «Era una frase provocatoria la mia» risponde Carrère. «Ero impressionato dal fatto che pur essendo contro il presidente russo, Limonov ne condividesse nella sostanza la linea politica». «No, non penso che le due figure siano realmente accostabili» aggiunge Serebrennikov. «Però è altrettanto vero che ascoltando i discorsi dei putiniani oggi, leggendo i loro saggi e i loro articoli sui giornali, si ha l’impressione che non facciano altro che ripetere a pappagallo tesi che Limonov aveva formulato dieci o vent’anni fa. Come se passo dopo passo le sue teorie avessero fatto breccia nella classe dirigente russa e appaiano, oggi, all’improvviso, come un’opera d’avanguardia». Prospettiva dalla quale ci si potrebbe avventurare a concludere che – da morto – Limonov è riuscito nella sua impresa più spericolata: conquistare il Cremlino. Anche se, più probabilmente, è il Cremlino che ha conquistato lui.
Sul Venerdì del 30 agosto 2024