Tra taxi volanti e macchine spremifrutta: quando la startup è destinata al fallimento
di Giuliano AluffiSpendereste 639 euro per una macchina che spreme capsule (da 5 euro l’una) per ottenere un banale succo di frutta? Questa domanda sembra retorica, ma se i fondatori della startup Juicero, e ancora di più gli investitori che le hanno dato fiducia, se la fossero posta, 120 milioni di dollari non sarebbero stati bruciati in un’impresa fin troppo palesemente destinata al fallimento. «Juicero è stata definita, dalla stampa specializzata, “il migliore esempio della stupidità della Silicon Valley” e “startup assurda che riscuote grandi finanziamenti ma non risolve alcun problema reale”» spiega Emmanuel Maggiori, software engineer e saggista, nel saggio Siliconned (gioco di parole tra Silicon e conned, ovvero truffati). Sottotitolo: Come l’industria tech risolve falsi problemi e fa scommesse in perdita con i soldi degli altri. «Juicero si proponeva come la “Nespresso dei succhi di frutta”, vantando la propria macchina spremifrutti come altamente tecnologica. Ma costava molto di più di Nespres…
Spendereste 639 euro per una macchina che spreme capsule (da 5 euro l’una) per ottenere un banale succo di frutta? Questa domanda sembra retorica, ma se i fondatori della startup Juicero, e ancora di più gli investitori che le hanno dato fiducia, se la fossero posta, 120 milioni di dollari non sarebbero stati bruciati in un’impresa fin troppo palesemente destinata al fallimento. «Juicero è stata definita, dalla stampa specializzata, “il migliore esempio della stupidità della Silicon Valley” e “startup assurda che riscuote grandi finanziamenti ma non risolve alcun problema reale”» spiega Emmanuel Maggiori, software engineer e saggista, nel saggio Siliconned (gioco di parole tra Silicon e conned, ovvero truffati). Sottotitolo: Come l’industria tech risolve falsi problemi e fa scommesse in perdita con i soldi degli altri. «Juicero si proponeva come la “Nespresso dei succhi di frutta”, vantando la propria macchina spremifrutti come altamente tecnologica. Ma costava molto di più di Nespresso ed era realmente inutile: gli acquirenti si sono accorti subito che potevano benissimo spremere a mano le capsule ottenendo lo stesso succo di frutta». E così, dopo un anno e mezzo di insuccessi sul mercato, licenziamenti di massa e riduzioni massicce di prezzo, Juicero è fallita.
Ancora più fuoriscala la hubris di un’altra startup, Quibi: «L’idea era offrire un servizio streaming, in abbonamento, di brevi video (il nome significa Quick Bits), ma di alta qualità di realizzazione, firmati da registi e attori di Hollywood, e mirata ai giovani. Un misto tra Netflix e TikTok, ma con video professionali» spiega Maggiori. «Già al lancio di Quibi su Forbes si diceva: “Se voglio vedermi Il trono di spade in spezzoni da 8 minuti, che differenza c’è tra Quibi e usare Hbo premendo il bottone Pausa”? Quibi non aveva fatto ricerche di mercato per vedere se ci fosse un’audience interessata al servizio. Nonostante questo, raccolse 1,75 miliardi di dollari dai venture capitalist, ancora prima di avere un prodotto o un solo abbonato: a convincere gli investitori era soltanto il curriculum del fondatore, Jeffrey Katzenberg, cofondatore e Ceo di Dreamworks. Del capitale raccolto, 1,1 miliardi di dollari sono stati spesi per produrre contenuti originali, e molti milioni se ne sono andati per pubblicità insensate, ad esempio per la serata degli Oscar, dove l’audience ha un’età media 56 anni, o al Superbowl, dove il 70 per cento dei telespettatori l’ha scambiata per un’app di consegna del cibo».
In caduta libera
Il giorno del lancio, Quibi era al terzo posto tra le app più scaricate dell’Apple Store, ma dopo solo due mesi era finita al 284° posto. La previsione era di sette milioni di abbonati nel primo anno, ma a sei mesi dal lancio ne aveva solo mezzo milione: ha dichiarato fallimento dopo aver speso l’80 per cento del capitale ricevuto. «Raccogliere enormi investimenti senza avere un prodotto, ma solo ottime credenziali dei fondatori, è quello che è successo anche a Mistral, startup francese di intelligenza artificiale lanciata a metà 2023, con l’obiettivo di essere la risposta europea a OpenAI: nel memo fornito agli investitori, il linguaggio è molto vago, si promette una IA generativa “molto migliore dei concorrenti” e che usa “dati di alta qualità” fornendo “garanzie di sicurezza e privacy” ma senza specificare altro. Così come non è chiaro il modello di business» spiega ancora Maggiori. «Eppure Mistral ha raccolto 103 milioni di euro da venture capitalist e dal governo francese, solo perché i fondatori sono esperti che hanno lavorato per DeepMind (il ramo di Google dedicato alla IA) e per Meta».
Il clima da corsa all’oro tra gli imprenditori tech incoraggia questi azzardi: nel 2024 Big Tech sta spendendo oltre cento miliardi di dollari per costruire l’infrastruttura per supportare l’intelligenza artificiale, tra il crescente scetticismo di Wall Street sui ricavi che ci si aspetta. L’ultimo bollettino di Goldman Sachs ammonisce: «Nei prossimi anni i giganti tech prevedono una spesa in conto capitale di mille miliardi di dollari, avendo mostrato ben poco, finora, per giustificarla». C’è aria di bolla, insomma, come quella che scoppiò nel 2000 per le gonfiatissime dotcom. «C’è eccessiva fiducia nei miracoli, che io distinguo in “miracoli di mercato” e “miracoli tecnologici” e “miracoli delle persone”» commenta Maggiori. «Oltre a Juicero, un esempio di prodotti lanciati sperando che per miracolo si crei un mercato è Loot, app del 2014 che si presentava come una banca digitale innovativa dedicata agli studenti e ai millennial. Non puoi offrire questi servizi se non ti appoggi a una banca vera e propria, però questo fa volare i costi. Loot sperava di attirare gli studenti offrendo funzioni di budget personale, ma le difficoltà erano evidenti. Bisognava che gli studenti iniziassero a preoccuparsi del budget (cosa che non fanno), tanto da lasciare le loro banche per affidarsi a Loot, e avrebbero dovuto trasferirvi tanto denaro, pur essendo poco abbienti perché giovani, così da pagare le esose spese necessarie ad agire da banca. Le probabilità che tutto ciò accadesse erano irrisorie: serviva un “miracolo di mercato”. Eppure Loot raccolse oltre 11 milioni di sterline prima di fallire nel 2019».
Altro che unicorni
I miracoli tecnologici sono ancora più sfuggenti. «BenevolentAI è una startup che si prefigge di accelerare lo sviluppo di nuovi farmaci tramite l’IA. Nel 2015 ha raccolto 87 milioni di dollari dagli investitori, 115 milioni nel 2018 ed è stata valutata due miliardi di dollari, diventando un “unicorno”. Ma non c’era alcuna prova che fosse in grado di fare quanto prometteva. Il suo cavallo di battaglia, un farmaco per la dermatite sviluppato nel 2023, non passò il test di efficacia» spiega Maggiori. «BenevolentAI licenziò metà del personale, e il prezzo delle azioni crollò del 90 per cento».
Il miracolo tecnologico non si è verificato, così come per le “auto volanti” elettriche (dette eVTOL): «La startup californiana Archer promette un servizio di “taxi volanti” a basso costo, ma tutti i modelli mostrati all’AirShow di Parigi erano finti» sottolinea l’ingegnere.«Nessuno oggi sa come costruire un vero taxi elettrico volante, soprattutto per il peso delle batterie e l’incertezza sui regolamenti, eppure Archer ha già ricevuto 450 milioni di dollari dagli investitori: sia Archer che BenevolentAI, per dare quanto promesso, hanno bisogno di una nuova scoperta, e le scommesse sulle scoperte di là da venire sono molto azzardate».
Detto questo, le società di venture capital che inondano di denaro startup quantomeno avventurose non sono irrazionali: «Fanno il loro gioco. Ormai la maggior parte dei ricavi per i venture capitalist proviene dalle percentuali richieste agli investitori per gestire il capitale, e quindi il loro interesse è credere alle promesse irrealistiche delle startup pur di accumulare fondi sempre più grandi dai quali estrarre la loro percentuale» spiega Maggiori. «Chi ci rimette sono gli investitori, e sono soldi anche nostri perché molti fondi pensionistici, banche e Stati si lasciano sedurre dalle promesse della Silicon Valley».