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La Gerusalemme disegnata: ovvero, la Storia infinita raccontata a fumetti

Alcune tavole del graphic novel di Lemire e Gaultier che in 10 capitoli e 250 pagine racconta i quattromila anni di storia della città: dalla prima fortificazione (1900 a.C.) al primo tram (2011). (2022 , les Arenes , Paris . cover illustrated by christophe gaultier , colors by marie galopin 2022 , les Arenes , Paris . cover illustrated by christophe gaultier , colors by marie galopin) 
Spiegare i quattromila anni di vita di questa città in un graphic novel non è impresa facile. Ma uno storico e un disegnatore francesi ci sono riusciti. Come?
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Londra. Miliardi di persone pregano invocando il suo nome. L’umanità intera la conosce, o almeno crede. I popoli di tre fedi combattono da millenni per possederla. Eppure, Gerusalemme rimane per molti aspetti un enigma, un rebus difficile da sciogliere: città di pace o di conflitti, città dell’amore o dell’odio, città che può unire le tre religioni monoteiste in una radice comune o che le condanna a dividersi. E se la soluzione fosse in un fumetto? Per la precisione, in un graphic novel, come si dice in inglese: un romanzo a disegni, che suggerisce un approccio in apparenza più umile, semplice e disinvolto a questo luogo santo considerato l’ombelico della Terra. È la strada intrapresa da Storia di Gerusalemme, parole e immagini firmate da due francesi, un illustre docente di Storia, il professor Vincent Lemire dell’Università di Parigi, e un noto disegnatore, il fumettista Christophe Gaultier, pubblicato in questi giorni in Italia da Einaudi Stile Libero. «Un’opera straordinaria che u…

Londra. Miliardi di persone pregano invocando il suo nome. L’umanità intera la conosce, o almeno crede. I popoli di tre fedi combattono da millenni per possederla. Eppure, Gerusalemme rimane per molti aspetti un enigma, un rebus difficile da sciogliere: città di pace o di conflitti, città dell’amore o dell’odio, città che può unire le tre religioni monoteiste in una radice comune o che le condanna a dividersi. E se la soluzione fosse in un fumetto? Per la precisione, in un graphic novel, come si dice in inglese: un romanzo a disegni, che suggerisce un approccio in apparenza più umile, semplice e disinvolto a questo luogo santo considerato l’ombelico della Terra. È la strada intrapresa da Storia di Gerusalemme, parole e immagini firmate da due francesi, un illustre docente di Storia, il professor Vincent Lemire dell’Università di Parigi, e un noto disegnatore, il fumettista Christophe Gaultier, pubblicato in questi giorni in Italia da Einaudi Stile Libero. «Un’opera straordinaria che unisce rigore storico e scientifico», lo ha definito il quotidiano Libération quando è uscito in Francia.

Un libro che racconta i quattromila anni di Gerusalemme, dalla Bibbia alle crociate, dalla dominazione dell’Impero ottomano e dell’Impero britannico fino alla nascita dello Stato di Israele e al conflitto con i palestinesi, attraverso la voce narrante di un ulivo: sbocciato da un seme gettato per caso da un pastore nomade, quando tra la valle di Giosafat e il monte Sion non c’era nemmeno una capanna, ancora oggi sorge nello stesso, identico posto. Fantasia non del tutto irreale, perché quando si visita l’orto del Getsemani ci si sente dire che alcuni dei suoi ulivi potrebbero avere duemila anni di vita ed essere stati dunque muti testimoni dell’arresto di Gesù da parte dei legionari romani.

Il fumetto arriva nelle librerie mentre ancora una volta attorno a Gerusalemme si combatte, si prega, si discute: «Questa città», commenta il suo co-autore, «simboleggia il bene e il male dell’umanità».

Come è nata l’idea di una storia a fumetti su Gerusalemme, professor Lemire?

«Volevo scrivere un libro per tutti i lettori, grandi e piccoli, credenti e non credenti, provenienti da culture cristiana, ebraica o musulmana, e i fumetti sono lo strumento ideale, perché offrono una lettura rassicurante, confortante, senza intimidire, nonostante la complessità dell’argomento».

In che modo ha lavorato insieme al fumettista Gaultier?

«La sfida era raccontare quattromila anni di storia in 250 pagine di parole e disegni, impresa mai realizzata, in nessuna lingua. Io scrivevo la descrizione di ogni scena, Christophe mi proponeva una bozza di schizzo, io cambiavo qualcosa e così siamo andati avanti sino alla fine. Ci abbiamo messo cinque anni. Non volevamo scrivere un corso di lezioni illustrate, bensì un’autentica storia a fumetti, vivace e accattivante, piena di personaggi e dialoghi».

Che consiglio darebbe a chi va a Gerusalemme per la prima volta?

«Di liberarsi di preconcetti e categorie ideologiche per scoprire una realtà molto più ricca di sfumature: Gerusalemme non può essere ridotta al conflitto israelo-palestinese o allo scontro tra comunità religiose. E poi, per non perdersi, avere chiara in mente una mappa dei luoghi santi e una cronologia della storia della città».

Quando ci va, cosa le piace di più?

«La diversità delle lingue parlate per strada, ebraico e arabo ovviamente, ma anche italiano, russo, greco, etiope, inglese, francese. Gerusalemme è una torre di Babele! Esplorandone la storia, impariamo anche la storia delle grandi civiltà, perché è un luogo unico, un punto di vista sulla storia del mondo».

E quale aspetto di Gerusalemme trova più stravagante?

«Le festività scaglionate: venerdì per i musulmani, sabato per gli ebrei, domenica per i cristiani. Se uno ha poca voglia di lavorare, spostandosi dal quartiere musulmano a quello ebraico a quello cristiano della Città Vecchia, teoricamente potrebbe beneficiare di un fine settimana festivo lungo tre giorni! Ma se uno è stacanovista, spostandosi da un quartiere all’altro potrebbe lavorare sette giorni su sette. In nessun’altra città sarebbe possibile».

In un altro suo libro definisce Gerusalemme “la città mondo”: cosa significa?

«Che è la culla comune delle tre religioni monoteiste, quindi una capitale spirituale per il 60 per cento degli abitanti del Pianeta. E poi tutte le grandi civiltà del Mediterraneo ne presero successivamente possesso, lasciandovi le proprie impronte, architetture e tradizioni: visitando Gerusalemme visitiamo il mondo in miniatura».

Gerusalemme è chiamata la Città Santa, ma non è anche una città dannata, da secoli incapace di avere la pace?

«È vero, l’appellativo di Città Santa è allo stesso tempo una benedizione e una maledizione. Ma Gerusalemme non è sempre stata in guerra: nella nostra storia a fumetti raccontiamo anche lunghi periodi di pace, come l’epoca ottomana, dal 1516 al 1917. Più che Città Santa, Gerusalemme è stata trasformata in una città santuario: è il problema che complica la vita degli abitanti».

La chiamano anche la città dell’amore, ma è pure la città dell’odio, in cui ebrei religiosi odiano ebrei laici e viceversa, arabi odiano israeliani e viceversa, cristiani odiano ebrei, ebrei odiano musulmani, musulmani odiano ebrei e cristiani, e dove perfino le varie fedi cristiane si odiano tra di loro, al punto che la chiave del portone del Santo Sepolcro è tramandata da secoli a una famiglia musulmana per impedire che cattolici, greco o ortodossi, coopti, armeni e altre confessioni facciano a botte per i turni per pulire l’altare eretto sopra il Golgota.

«Io paragono Gerusalemme ad una vecchia magione familiare abitata da un vasto parentado: ci sono frequenti bisticci fra lontani cugini, liti tra fratelli, dispetti tra cognati, talvolta risse feroci. Ma possiamo anche invertire il concetto: tanta diversità, in uno spazio così piccolo, dovrebbe produrre scontri incessanti, eppure non è così. Il nostro fumetto racconta Gerusalemme come il luogo di ogni attrito e buon sentimento, il luogo del bene e del male».

Il vostro è un libro a colori. Ma un libro su Gerusalemme, scritto dal giornalista e scrittore israeliano Amos Elon, affermava che il colore predominante di Gerusalemme è il bianco: pietra bianca, il bianco del deserto, una luce accecante…

«Non sono d’accordo con Elon: certo, la luce di mezzogiorno a volte è accecante, perché Gerusalemme è su una montagna, a 800 metri di altitudine, ai margini del deserto. Ma i cieli del mattino sono rosa e arancio, quelli della sera sono rossi e viola, la pietra degli edifici è ocra, le colline sono dorate, i frequenti temporali esaltano questi colori. L’unico momento in cui è veramente bianca è d’inverno, sotto la neve».

La cosa che a me faceva più impressione, quando vi abitavo, è che sembrava di camminare sulle orme dei personaggi della Bibbia, del Vangelo e del Corano: lì Abramo stava per sacrificare i figli al Signore, qui Gesù camminava con la croce sulle spalle lungo la via Dolorosa, là Maometto spiccò un balzo verso il cielo in groppa a un cavallo alato…

«Questo è l’unico modo per visitare Gerusalemme: che è un insieme di luoghi della memoria, che uno sia credente o meno. È anche un modo per prendere le distanze dalle innumerevoli guerre che hanno avuto luogo in quella città: la spiritualità consola per le ferite materiali».

Gli ebrei hanno pregato per secoli con la promessa di vedersi “l’anno prossimo a Gerusalemme”: si può dire che sono sopravvissuti, come popolo, grazie all’amore per la città che rappresenta la loro fede e le loro origini?

«Sì e no. Dopo la distruzione del Secondo Tempio da parte delle truppe romane di Tito nel 70 d.C., per esempio, si sviluppò un “ebraismo senza tempio”, meno ritualmente legato a Gerusalemme, più centrato su letture ed esegesi di testi biblici. In modo simile, quando fondò il movimento sionista alla fine del diciannovesimo secolo, Herzl ebbe parole molto dure nei confronti di Gerusalemme, che non corrispondeva al suo progetto di modernizzazione. È vero, tuttavia, che la città rimane un riferimento fondamentale per l’ebraismo e questo legame è oggi più sensibile che mai».

Lei è credente?

«Sono stato cresciuto come cristiano, ho scoperto l’ebraismo e l’islam durante i miei viaggi di studio. Personalmente credo che l’umanità sia portatrice di un mistero condiviso, che possiamo chiamare fraternità, amore, carità, oppure Dio/Yahweh/Allah, a seconda della propria fede. E credo che Gerusalemme sia l’incarnazione di questo mistero: un luogo misto, rumoroso, pieno di differenze. Molto umano, in definitiva».

Israeliani e palestinesi sono andati vicini un paio di volte a dividersi Gerusalemme, per farne entrambi la propria capitale: fra le ipotesi sul futuro della città che chiudono il vostro libro – città internazionale, Disneyland della fede, città teocratica – per voi quale sarebbe la soluzione più auspicabile?

«Gerusalemme è troppo piccola per essere divisa, ma può essere condivisa, può diventare la capitale di due Stati, senza filo spinato né torri di guardia. A mio avviso è l’unica soluzione».

Perché nel libro non si parla del Gran Mufti di Gerusalemme, Al-Husseini che, sperando di distruggere gli ebrei, si alleò con Hitler durante la Seconda guerra mondiale. E nemmeno dell’offerta del primo ministro israeliano Ehud Barak nel 2000 di restituire Gerusalemme Est ai palestinesi come capitale del loro Stato?

«La fuga in Germania del Gran Mufti non fa più realmente parte della storia di Gerusalemme. E per fare luce sul complesso periodo dei negoziati di pace, abbiamo tracciato un parallelo con il Trattato di Giaffa del 1229, che già aveva ideato una soluzione creativa per condividere Gerusalemme tra crociati e musulmani: un modo per ricordare che la lunga storia di Gerusalemme permette di comprendere meglio il suo presente e forse il suo futuro».

Un esempio di condivisione raccontato nella vostra storia a fumetti?

«La Moschea dell’Ascensione, in cima al monte degli Ulivi, commemora l’Ascensione del profeta Issa, che è poi il nome in arabo di Gesù. Nella moschea viene mostrata ai credenti l’impronta lasciata da Gesù/Issa e ogni anno, durante la festa dell’Ascensione, i musulmani accolgono i cristiani per una notte di veglia in comune. La storia di Gerusalemme è anche la storia dei suoi luoghi santi condivisi».

Sul Venerdì del 6 settembre 2024

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