Perché noi italiani non siamo più campioni di scacchi?
di Riccardo Iori , -Un italiano e uno spagnolo si contendono il titolo di numero uno. Una frase che oggi sintetizza la rivalità tra Sinner e Alcaraz ai vertici del tennis, si può leggere identica nelle cronache scacchistiche del XVI secolo. Campioni come il Puttino e il Siracusano tenevano testa allo spagnolo Ruy López, e dopo di loro sarebbe arrivato Gioachino Greco, alias il Calabrese, il miglior giocatore all’inizio del XVII secolo e il primo a redigere manuali su aperture e strategie. Fianchetto, giuoco piano, tempo, termini usati nel gergo scacchistico internazionale, sono l’eco di quell’epoca dorata.
Poi, seguendo le rotte del potere e installandosi nei luoghi con maggiore fervore intellettuale, le eccellenze della scacchiera lasciarono la Spagna dell’Armata Invincibile, e l’Italia del Rinascimento, per spostarsi in Inghilterra e Francia (Napoleone era un grande appassionato, ma un giocatore mediocre) fino ad approdare nei caffè mitteleuropei del primo Novecento.
Il culmine degli scacchi come carti…
Un italiano e uno spagnolo si contendono il titolo di numero uno. Una frase che oggi sintetizza la rivalità tra Sinner e Alcaraz ai vertici del tennis, si può leggere identica nelle cronache scacchistiche del XVI secolo. Campioni come il Puttino e il Siracusano tenevano testa allo spagnolo Ruy López, e dopo di loro sarebbe arrivato Gioachino Greco, alias il Calabrese, il miglior giocatore all’inizio del XVII secolo e il primo a redigere manuali su aperture e strategie. Fianchetto, giuoco piano, tempo, termini usati nel gergo scacchistico internazionale, sono l’eco di quell’epoca dorata.
Poi, seguendo le rotte del potere e installandosi nei luoghi con maggiore fervore intellettuale, le eccellenze della scacchiera lasciarono la Spagna dell’Armata Invincibile, e l’Italia del Rinascimento, per spostarsi in Inghilterra e Francia (Napoleone era un grande appassionato, ma un giocatore mediocre) fino ad approdare nei caffè mitteleuropei del primo Novecento.
Il culmine degli scacchi come cartina di tornasole geopolitica sarebbe stato il duello simbolo della Guerra Fredda tra lo statunitense Bobby Fischer e il sovietico Boris Spasskij, combattuto a Reykjavík nel 1972. E mentre gli occhi del mondo erano puntati sull’Islanda, l’Italia non aveva nelle graduatorie della Fide (la Federazione internazionale che il 20 luglio scorso ha celebrato il centenario) nemmeno un Gran Maestro, il titolo più alto per uno scacchista. Difficile da spiegare a meno che non si continui a scavare nella storia. «La Federazione italiana nacque quattro anni prima della Fide e fu tra i soci fondatori. Ma negli anni Trenta, il Fascismo relegò gli scacchi all’Ente nazionale del Dopolavoro esiliandoli dal Coni», spiega Luigi Maggi, presidente della Federazione scacchistica italiana. La predilezione del regime per sport più fisici generò un ritardo agonistico abissale rispetto ad altri Paesi. Gli scacchi sarebbero tornati sotto l’egida del Coni solo nel 1988.
[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Sulla scacchiera: il mondo è un gioco in bianco e nero]]
Un vuoto che oggi si fa patente nelle nuove generazioni, come spiega Luca Moroni, il campione italiano in carica: «Ci manca una figura molto più forte di noi, che ci possa insegnare qualcosa mentre siamo a tavola nelle pause dei tornei internazionali, una guida da ascoltare in religioso silenzio». Forse Moroni, con 24 anni e tre titoli nazionali, ha le carte in regola per diventare un domani il vecchio saggio degli scacchi italiani. Il suo prossimo obiettivo è entrare nella top 100 mondiale, impresa mai riuscita a nessuno se non si considera l’italo-statunitense Fabiano Caruana, nato a Miami e vicecampione del mondo nel 2018 con la bandiera a stelle e strisce, che tra il 2005 e il 2015 aveva gareggiato con la nostra Federazione.
Tifo da stadio
Anche l’interesse della società verso la disciplina non è alle stelle. Marina Brunello, la prima italiana del ranking femminile, racconta cosa succede nei Paesi dove gli scacchi godono di tutt’altro status: «Alle Olimpiadi in Azerbaigian ci vennero a prendere con il bus all’hotel. Fin qui tutto normale. Ma nel tragitto verso la sede dei Giochi i tifosi hanno fermato il traffico e siamo stati scortati dalla polizia. Ci siamo sentiti come calciatori».
Sia Brunello che Moroni fanno parte della spedizione italiana a Budapest, dove si stanno svolgendo (fino al 23 settembre) appunto le Olimpiadi. L’Italia parte ventinovesima nel ranking generale e ventiduesima nel femminile. Finire la competizione oltre quelle posizioni sarebbe già un successo. E mentre i giocatori provano a costruire la tradizione di domani, la Fsi cerca di lavorare sul lungo termine. Dopo la frenata dovuta al Covid, i tesserati sono raddoppiati negli ultimi tre anni, ma i numeri sono ancora distanti da quelli di altri Paesi. Senza allontanarci troppo, la Spagna e la Francia vantano rispettivamente 17.000 e 15.000 giocatori attivi nelle competizioni Fide. L’Italia, appena 6.000.
E se la storia e i numeri remano contro, la politica non aiuta. Dopo che il Parlamento europeo, nel 2012, raccomandò gli scacchi come strumento pedagogico nelle scuole, la Spagna ratificò quella direttiva e chiese alle comunità autonome di seguirla. Da noi, invece, nulla. «Se dall’alto non arrivano messaggi incisivi, cerchiamo di penetrare dal basso, approfittando dell’autonomia che hanno le scuole di scegliere le materie integrative», spiega Maggi.
Alessandro Dominici, istruttore di scacchi e ideatore del progetto Scacchi Metafora Educativa, che ha coinvolto diecimila bambini in 14 regioni, avverte però che il ritorno nel settore agonistico non è scontato: «Il nostro progetto si basa su quello che gli scacchi possono dare alla scuola e non viceversa. Tutti i bambini devono essere coinvolti e beneficiare dei miglioramenti logico-cognitivi che l’apprendimento può dare. Ma di 200 alunni solo uno finirà nei circoli».
Grande torneo cercasi
Anche se con queste proporzioni, la presenza di alfieri e cavalli tra i banchi di scuola non potrà che aiutare, così come eventi che avvicinino il grande pubblico. «Ci manca un torneo che attragga i migliori del mondo, come il Tata Steel in Olanda», si lamenta Moroni, che era troppo giovane per poter partecipare al Torneo internazionale di Capodanno di Reggio Emilia, che nel 2011 chiuse i battenti. «Quello era un appuntamento incredibile, si presentavano i migliori. Perché abbiamo smesso di organizzare questo tipo di eventi è una domanda che dovremmo porci», chiosa Brunello un po’ amareggiata. L’Italia si era candidata per ospitare le Olimpiadi del 2028 a Genova, ma la scelta è caduta su Abu Dhabi. Il presidente Maggi rimane però fiducioso, sia di riportare in Italia una grande manifestazione, sia di arrivare al top, se ci armiamo di pazienza: «Abbiamo bisogno di tempo, oggi abbiamo 17 Gran Maestri, a inizio millennio ne avevamo uno, e questo è solo un passo dei molti da fare». A novembre il cinese Ding Liren e l’indiano Gukesh D si sfideranno per il titolo mondiale. Per vedere un italiano al numero uno, per il momento sarà meglio seguire il tennis.
Sul Venerdì del 13 settembre 2024