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Massimo Giannini: le parole sono importanti

Nanni Moretti in una cvelebre scena di Palombella rossa. 

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Diceva il grande Giorgio Gaber: non temo il Berlusconi in sé, ma temo il Berlusconi in me. Quanto aveva ragione. Fulminato da subitaneo fervore patriottico, oggi io non temo il Rampelli in sé, ma il Rampelli in me. Ve lo ricordate, il camerata Fabio che negli anni Novanta fondò il gruppo dei “Gabbiani” di Colle Oppio, al quale aderì subito anche la pischella Giorgia Meloni, allora Calimera della Garbatella? Era il marzo di un anno fa, quando il Fratello d’Italia propose una multa fino a 100 mila euro per chi avesse usato termini in inglese negli atti della Pubblica Amministrazione. Una colossale supercazzola, che finì sepolta sotto una coltre di ridicolo. Ma ora il Rampelli in me, spuntato chissà da dove, mi sta facendo crescere un certo fastidio per l’ennesima paroletta che abbiamo scippato all’Amerika. Mi era già capitato con il verbo “spoilerare”: usato e abusato fino a diventare insopportabile.

Adesso è la volta di un’altra moda lessicale. Non c’è mattina – in tv, sui giornali, su…

Diceva il grande Giorgio Gaber: non temo il Berlusconi in sé, ma temo il Berlusconi in me. Quanto aveva ragione. Fulminato da subitaneo fervore patriottico, oggi io non temo il Rampelli in sé, ma il Rampelli in me. Ve lo ricordate, il camerata Fabio che negli anni Novanta fondò il gruppo dei “Gabbiani” di Colle Oppio, al quale aderì subito anche la pischella Giorgia Meloni, allora Calimera della Garbatella? Era il marzo di un anno fa, quando il Fratello d’Italia propose una multa fino a 100 mila euro per chi avesse usato termini in inglese negli atti della Pubblica Amministrazione. Una colossale supercazzola, che finì sepolta sotto una coltre di ridicolo. Ma ora il Rampelli in me, spuntato chissà da dove, mi sta facendo crescere un certo fastidio per l’ennesima paroletta che abbiamo scippato all’Amerika. Mi era già capitato con il verbo “spoilerare”: usato e abusato fino a diventare insopportabile.

Adesso è la volta di un’altra moda lessicale. Non c’è mattina – in tv, sui giornali, sul web – che non ci sbatta in faccia qualche dissing. Non c’è sera – davanti al bancone dell’apericena – che qualche italiota molto up to date, per lo più digiuno di lingua inglese, non racconti dei suoi dissing con il retail manager, il revenue officer, o il chief executive. Stiamo parlando di un verbo/sostantivo che grosso modo possiamo tradurre con “rissa verbale”, “gara di insulti”, o roba del genere. A lanciarlo, nel lontanissimo 2006, furono i primi rapper di casa nostra, copiandolo da Eminem (a sua volta mentore di Tupac e Notorious Big, che la sfida a parolacce la risolsero ammazzandosi davvero): Fabri Fibra contro Grido, ma non se li filò nessuno. Ora, non so perché, il dissing dilaga, parlato e scritto.

A quanto pare, c’è dissing ovunque e tra chiunque. Fabrizio Corona contro Chiara Ferragni, Niky Savage contro Tony Effe, Luchè contro Salmo, leggo persino di un ripescato Dalla contro Guccini. Ma soprattutto Fedez contro Toni Effe, che pare sia davvero il padre di tutti i dissing presenti, passati, futuri. Scusate, sono un vecchio arnese, boomer-zero-social, quindi ignoro le ragioni per le quali questa colorata e incazzata umanità passi il tempo a litigare, invece che a lavorare. Ma non è questo il punto. Mi dà fastidio proprio la parola: è così sfacciatamente à la page che non si può usare per ingentilire una pratica corriva e truculenta, che poi alla fine è un volgarissimo scambio di insulti. E so già quale sarà il prossimo passaggio: diventerà dissing anche Salvini contro i chiodi e Sangiuliano contro le amanti pompeiane, Nordio contro l’acqua minerale e Lollo contro le vespe assassine. E poi Conte contro i Bin Salman di Rignano Fiorentino e Schlein contro le buche del campo largo. O addirittura Sgarbi contro le capre e Feltri contro i ciclisti, i palastilisti e i padrimaristi. Chiamiamo le cose col loro nome, torniamo a Nanni Moretti, che prendeva a schiaffi la brava giornalista, perché diceva trendy.

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