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Una pazza pazza settimana di yoga a Londra

Chris Reeve 

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Centinaia di scuole, maestri-star, il sanscrito come lingua: la capitale inglese è la mecca dei fan della disciplina indiana. Tra di loro, la nostra intrepida giornalista. Che ha provato 5 lezioni in 5 giorni. Con risultati devastanti. Ed esilaranti
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Londra. Questo viaggio comincia un uggioso pomeriggio nel quartiere di Soho, davanti a una porta blu. “Scuola elementare parrocchiale” è scritto sull’insegna. Le informazioni, trovate online, invitavano a suonare il campanello. Ho un momento di esitazione. Con me ho un tappetino e 14 sterline in contanti. «No prenotazioni, si paga in loco» erano le istruzioni.

La pioggia aumenta. Suono per trovare riparo più che per convinzione.

In un delirio cosmopolita volevo sentirmi a casa in una città straniera. Volevo confondermi con la fauna locale e diventare parte di una comunità a cui non appartengo. «Londra è un posto fantastico per lo yoga» mi avevano raccontato. Così, con l’entusiasmo degli intrepidi e lo squilibrio dei fanatici, ho deciso di abbracciare quella lingua universale – che poi sarebbe il sanscrito, a me ignoto e parlato effettivamente nel mondo da sole 15.000 persone – provando ogni giorno, nel mare magnum di una sterminata offerta metropolitana, una lezione diversa, scelta pe…

Londra. Questo viaggio comincia un uggioso pomeriggio nel quartiere di Soho, davanti a una porta blu. “Scuola elementare parrocchiale” è scritto sull’insegna. Le informazioni, trovate online, invitavano a suonare il campanello. Ho un momento di esitazione. Con me ho un tappetino e 14 sterline in contanti. «No prenotazioni, si paga in loco» erano le istruzioni.

La pioggia aumenta. Suono per trovare riparo più che per convinzione.

In un delirio cosmopolita volevo sentirmi a casa in una città straniera. Volevo confondermi con la fauna locale e diventare parte di una comunità a cui non appartengo. «Londra è un posto fantastico per lo yoga» mi avevano raccontato. Così, con l’entusiasmo degli intrepidi e lo squilibrio dei fanatici, ho deciso di abbracciare quella lingua universale – che poi sarebbe il sanscrito, a me ignoto e parlato effettivamente nel mondo da sole 15.000 persone – provando ogni giorno, nel mare magnum di una sterminata offerta metropolitana, una lezione diversa, scelta per l’unicità dell’insegnante o dello stile.

Giorno 1. Yogasana con l’eccentrico

«Terza stanza a destra» mi istruisce una voce dietro la porta blu. Mi avventuro lungo il corridoio, la moquette è coperta di scarpe. Abbandono anche le mie nel mucchio indistinto e procedo scalza in una sala austera. Un cartello sul fondo indica gli orari e i giorni della «adorazione collettiva». E se fosse una seduta di preghiera? Srotolo il mio tappetino accanto a un tizio di mezza età a torso nudo. È sudato fradicio prima ancora di cominciare.

Lo spazio si riempie di una umanità rumorosa e sguaiata, stridente rispetto all’aura placida e composta che circonda la disciplina. Siamo una quarantina.

Arriva lui, Stuart Gilchrist, il motivo per cui sono finita qui. Sulla sessantina, scozzese, punk, socialista, anarchico, un passato di droga e di alcol ma anche di studi giuridici. «Lo yoga è politica. La politica è yoga» sostiene. Porta chiome rasta e una lunga barba bianca Nel suo TED talk alla London Business School, seduto a terra per venti minuti nella posizione del loto, ha esordito chiedendo al pubblico: «Avete mangiato bene? Troppo? Troppo poco? Animali morti?».

Ha l’aria divertita e lo sguardo spiritato. Inspiegabilmente mi si avvicina. Invoco l’invisibilità. Mi dà un abbraccio rapido. Profuma di balsamo di tigre. «Benvenuta». Balbetto che sono italiana, come per giustificarmi. «Lo so».

Nel giorno uno del mio viaggio, imparo che l’aggettivo challenging, sfidante, è l’eufemismo utilizzato per il massacro, la pezza preventiva sulla tortura che verrà.

Una ragazza entra con la bicicletta, un’altra fa verticali, il mio vicino si soffia il naso nella maglietta che non indossa. Poi perdo contezza del mondo. I successivi 90 minuti non conoscono tregua. Il maestro cammina tra noi, parla all’imperativo con un accento di Glasgow che capisco a stento ma di cui colgo l’implacabile autorevolezza. Mentre ci aggrovigliamo ansimanti in una innaturale torsione, lui ci invita a risvegliare Kundalini, il serpente dormiente dentro di noi. Una musica frenetica ad alto volume copre i suoi commenti su Trump, sulla morte orrenda che potrebbe coglierci se abbandoniamo la postura (ride in scozzese). Stiamo a testa in giù per un tempo infinito e intorno al mio vicino si è formata una immonda pozza di sudore.

Finalmente la posizione del cadavere. «Immaginate una sfera di luce in corrispondenza del vostro ventre: Svadhisthana chakra, il diritto di sentire». Sento il balsamo di tigre che si avvicina, una presenza dietro di me. Tengo gli occhi chiusi. Il maestro mi afferra il collo tra le mani e lo allunga, preme con due dita tra le sopracciglia («Il terzo occhio, Ajna chakra, diritto di vedere e di essere visti»). Nel deliquio mi sorge intrusivo un interrogativo: mi sta toccando con le stesse mani che hanno manipolato il mio vicino seminudo e traspirante?

Mi metto in fila per consegnare le mie 14 sterline. Regna la fiducia nel prossimo. Se me ne andassi ora senza pagare nessuno se ne accorgerebbe. L’adorazione collettiva invece è gratis, alle 10 e 30 della domenica.

Giorno 2. Dharma due con la contorsionista

In sanscrito dharma significa destino, scopo della vita o legge naturale. Concetti magnifici che meritano una sperimentazione pratica, decido. Sprezzante del pericolo, non mi curo di quel numero due accanto al nome della lezione che prenoto in un posto che si definisce «London’s leading yoga center».

La scuola parrocchiale, con i suoi schiamazzi e la sua sordida moquette, è un ricordo lontano. Questo è un santuario di pace e raccoglimento in cui i cellulari sono banditi e si cammina fluttuando su parquet di legno pregiato, tra cartelli che invitano alla quiete. Nei bagni ci sono dischetti di cotone, bastoncini per le orecchie, crema idratante e persino assorbenti («Perché non hai preso niente? Stava tutto pagato!» mi rimprovererà mio marito).

Sono la prima ad arrivare in sala e mi sistemo al centro. Gli altri allievi dopo di me, piazzano i tappetini a ridosso delle pareti. Scopro con orrore che il numero due sta per “livello avanzato” e che trascorreremo buona parte della prossima ora e mezza in equilibrio sulle mani. «Per questo è utile stare vicino a un muro» mi spiega una giovane silfide che, magnanima, mi fa spazio accanto a lei. L’insegnante è una creatura minuta che trascina un’enorme borsa nera. In silenzio, estrae un armonium, strumento misterioso, un po’ tastiera, un po’ mantice, un po’ mobiletto da toilette; chiude gli occhi e suona. Una voce, potentissima e calda, avvolge tutto. È la sua. Questa donna è una poesia. Ma anche un elfo dalla forza sovrumana, una contorsionista e un’acrobata.

«Sarà una pratica challenging. Lasciate da parte l’ego». Ho paura.

«Ora è il momento di ringraziare qualcuno o di chiedere scusa».

Per non sbagliare faccio entrambe le cose, poi lascio che la poesia si faccia ruggito e mi ribalti.

Alla fine, quando ognuno di noi avrà superato i propri limiti, sofferto di vertigini e visto la morte in faccia, lei ci ringrazierà e ci comunicherà che, dentro di noi, c’è un sole anche quando è coperto dalle nuvole.

Giorno 3. Vinyasa con “lui”

Ho fatto 50 minuti di pullman solo per fare lezione con lui. Lo seguo su Instagram, come altri centinaia di migliaia di follower. È dotato di una inafferrabile britannica sensualità, fa video divertenti e motivazionali, parla di inarcamenti, di equilibrio e della salute delle dita dei piedi. È praticamente una rockstar.

Mentre lo aspetto trepidante come una groupie, mi chiedo perché nessuno intorno a me condivida la mia eccitazione. I miei compagni sonnecchiano nell’attesa. Prendo coscienza che sono sempre l’unica con il proprio materassino. Gli altri usano quelli comuni, a disposizione degli allievi. Nessuno tuttavia li lava, né all’inizio né alla fine della lezione.

Il divo arriva, algido, tronfio e pure un po’ bolso (in video non si direbbe). In questa lezione imparo solo che bisogna diffidare dei social e che le differenze culturali passano anche dagli standard igienici.

Giorno 4. Hot Yoga con la sadica

Rovescio l’acqua sul pavimento dello spogliatoio, la borraccia si rompe, non capisco le istruzioni per chiudere gli armadietti, mi fan male tutti i muscoli e forse dovrei smetterla di accanirmi in questo percorso umiliante. E invece no. Oggi c’è la lezione di hot yoga. Ho letto che si pratica a una temperatura tra i 34 e i 36 gradi. Sarà caldo per loro che sono nordici, ma io, abitante di un’Italia torrida, giocherò in casa. Mi presento in tutta la mia meridionale arroganza. Gli esemplari maschi presenti sono tutti calvi, tatuati e dotati di prorompente virilità. Non mi lascio distrarre e mi sistemo nelle retrovie, accanto al muro perché non si sa mai. L’insegnante è un’androide algida e bionda che decide di accendere l’incenso a dieci centimetri dal mio naso. Sono nella posizione del guerriero da quattro minuti. Ho molta nausea e un caldo mai sperimentato prima. Mi volto per sbirciare il termometro alle mie spalle: 45 gradi. Boccheggio. L’androide mi si avvicina e mi sibila nell’orecchio di guardare in avanti alla mia mano tesa.

Vorrei che i miei figli mi ricordassero così, guerriera, lo sguardo fiero al dito medio, mentre inalo fumi tossici senza fare una piega.

Quando esco di lì, sublimo il trauma ingozzandomi di pagnottine al burro e cannella da 1.000 calorie l’una.

Giorno 5. Jivamukti con l’indomita

Jivamukti significa “liberato in vita”. Quale miglior stile di yoga per concludere il mio viaggio? Oggi spezzerò le catene e potrò finalmente riposare. L’insegnante ha una linea tatuata lungo tutto il lato sinistro del corpo. Parte dal malleolo e arriva al polso. In testa porta un maestoso groviglio di chiome in cui potrebbe comodamente abitare una famiglia di rondini. Emana un’indomita sfrenatezza dovuta forse a follia endogena o al jivamukti. Vorrei somigliarle.

Anche lei usa l’arma dell’armonium e ci invita a cantare insieme l’elenco dei cinque klesa, le afflizioni da cui dobbiamo affrancarci. «Tutti noi possiamo liberarci» garantisce. Poi parte una musica scatenata, iniziamo a muoverci, la maestra ha dita come coltelli che ci infila nella schiena per raddrizzarci. Quando ci pugnala sembra più felice.

Le afflizioni sono cinque, come i giorni di questo viaggio. La prima è Avidya, ignoranza, la madre di tutte le altre. L’ho sperimentata con incosciente allegria ogni giorno di questa avventura. La seconda è Asmita, l’illusione dell’ego in cui sono caduta pensandomi in grado di capovolgermi senza conseguenze. La terza è Raga, l’attaccamento (alla prospettiva della pagnottina di burro e cannella?), la quarta è Dvesa, l’avversione (ai tappetini comunitari?). Abhinivesha è l’ultima, la strenua volontà di vivere, che sarà pure un’afflizione ma muove il mondo e apre ogni porta, anche quelle blu.

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