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L’autobiografia di ’O Zulù, cantante dei 99 posse: “Ma quale Che Guevara, io mi sento tipo John Belushi”

Roby Bettolini / fotogramma (Bettolini /IPA) (fotogramma)
Luca Persico racconta la sua vita in un libro. Bilanci? «Non abbiamo saputo dimostrare che un altro mondo è possibile. Ma un altro percorso sì»
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Per Luca Persico, in arte e per la storia ’O Zulù dei 99 Posse, il più memorabile dei concerti è quello tenuto nel giugno del 1993 in una balera di Marzamemi. Antefatto: «Eravamo appena arrivati sul set di Sud di Gabriele Salvatores, gli dovevamo far sentire Curre Curre Guaglió. Stavano girando, c’erano un sacco di comparse vestite da poliziotti. Faceva caldo, avevamo fatto ore in macchina. Ci sediamo in disparte e ci rilassiamo. Cioè ci accendiamo qualche canna. Dopo 30 secondi esatti Salvatores corre verso di noi, tutto agitato, ci dice: “Guagliù, quelle non sono comparse, sono poliziotti veri”».

E il concerto?
«La sera dopo era il compleanno di Silvio Orlando, Salvatores organizza una festa in un locale e ci chiede di suonare. Dietro al palco c’erano ragazzi come noi e anche lì un po’ di spinelli. In platea, invece, ad ascoltarci solo Silvio Orlando e duecento poliziotti che ci guardavano malissimo».

Il 30 ottobre per le edizioni Il Castello esce la sua autobiografia, Vocazione Rivo…

Per Luca Persico, in arte e per la storia ’O Zulù dei 99 Posse, il più memorabile dei concerti è quello tenuto nel giugno del 1993 in una balera di Marzamemi. Antefatto: «Eravamo appena arrivati sul set di Sud di Gabriele Salvatores, gli dovevamo far sentire Curre Curre Guaglió. Stavano girando, c’erano un sacco di comparse vestite da poliziotti. Faceva caldo, avevamo fatto ore in macchina. Ci sediamo in disparte e ci rilassiamo. Cioè ci accendiamo qualche canna. Dopo 30 secondi esatti Salvatores corre verso di noi, tutto agitato, ci dice: “Guagliù, quelle non sono comparse, sono poliziotti veri”».

E il concerto?
«La sera dopo era il compleanno di Silvio Orlando, Salvatores organizza una festa in un locale e ci chiede di suonare. Dietro al palco c’erano ragazzi come noi e anche lì un po’ di spinelli. In platea, invece, ad ascoltarci solo Silvio Orlando e duecento poliziotti che ci guardavano malissimo».

Il 30 ottobre per le edizioni Il Castello esce la sua autobiografia, Vocazione Rivoluzionaria. Non sappiamo cosa ne penserebbe Freud, ma è una “autobiografia non autorizzata”.
«La biografia è di Luca Persico, se l’è scritta, ma alla fine ha deciso di non autorizzarla. Ma Zulù, l’artista maledetto, l’ha fatta uscire lo stesso».

Quando affiora la sua vocazione rivoluzionaria?
«A due anni. Dissi a mia mamma: “Aiutami a mettere il cappottino, devo scappare di casa”. Mi aiutò. Arrivai dalla signora del piano di sopra».

E la sua vocazione a che punto è adesso?
«Sono in una fase di cambiamento, sto cercando nuove forme di espressione. Credo che per me il ciclo della canzone impegnata, politica, sia arrivato a un punto di svolta importante. Non scrivo canzoni da due anni».

E cosa farà?
«Mi sento pronto per una ripartenza. Non voglio continuare a insistere sulla forma canzone – potrei ancora regalare perle – senza riuscire a fare la differenza. Quello su cui mi sento di poter fare la differenza è il racconto di tutto il viaggio fatto finora».

Le chiediamo l’impossibile: riesce a sintetizzarlo questo viaggio?
«Sognavamo di fare la rivoluzione. In un mondo come quello di oggi in cui firmare un contratto è l’obiettivo principale di chi fa musica mi sembra importante raccontare la storia di chi ce l’ha fatta rifiutando pedissequamente ogni strada comoda. Non siamo riusciti a dimostrare che un altro mondo è possibile. Ma abbiamo dimostrato che un altro percorso in questo mondo è possibile».

Non ci crediamo che lascerà la musica.
«Non ho ancora capito bene dove sta la nuova fase della mia vita: teatri, caffè letterari, centri sociali, non lo so. Ma i palchi restano una costante. Il rapporto con il pubblico non mancherà mai. C’è l’idea di mettere su una serie di podcast in cui raccontiamo uno per uno tutti i nostri dischi. E stiamo lavorando a un documentario con Maurizio Braucci che incrocia la storia dei 99 Posse con gli anni 90 napoletani».

Napoli – e la sua lingua – lei ha dovuto scoprirla.
«Ho vissuto prima in provincia di Bergamo poi a Giugliano, a nord di Napoli. I miei genitori erano entrambi professori di italiano. Il dialetto è stata una scoperta graduale. Pensi che ancora alle scuole elementari confondevo “cazz’” e “mazz’” con tutte le problematiche del caso».

A chi deve la sua coscienza politica?
«Innanzitutto, a mio padre. Abbiamo sempre discusso. Una volta abbiamo pure causato un incidente».

Racconti.
«Eravamo in zona Museo a Napoli. Una macchina andò a sbattere perché l’autista si era distratto: papà stava parlando animosamente con nessuno. Ma ero io: non arrivavo al finestrino ma già discutevo all’infinito».

Fa lo stesso con suo figlio Raul?
«Nel senso delle discussioni?».

Nel senso di fornirgli una coscienza politica.
«Il gioco a cui mi sono iscritto è quello».

Nel libro ci sono pagine tenerissime per Stefania, la madre di Raul.
«Ci siamo separati ma è stata e sarà la donna più importante della mia vita».

Le è stata vicino anche quando nella sua vita ha preso il sopravvento quello che lei chiama il Demonio.
«Nei primi anni del nuovo secolo ho fatto uso di droghe pesanti. In un momento in cui non riuscivo a gestire le amicizie e i rapporti professionali, lei è stata la mia salvezza».

A proposito di donne importanti. Nel libro scrive che avete provato a coinvolgere Meg in una delle reunion dei 99 Posse. E che siete stati “rimbalzati” da manager e ufficio stampa. Le manca?
«Con Meg abbiamo raggiunto dei livelli di sintonia molto alti. Partivamo da punti diversi ma insieme abbiamo scritto canzoni bellissime».

Come sta messo con la sua immagine pubblica?
«Mi godo il mio essere icona del tardo Novecento. A parte gli scherzi: a lungo mi ha dato fastidio l’essere interpretato come se fossi Che Guevara, che del resto è uno dei miei miti. Sono molto più John Belushi in Animal House che Che Guevara. Non sono un intellettuale di sinistra, ecco».

Tra i suoi miti c’è Pino Daniele.
«Ci invitò a suonare con lui sul palco del Primo Maggio 2001 nonostante fossimo stati quasi bannati dalla Cgil. Ci prenotò delle stanze vicino casa sua, tra una prova e un’altra ci spiegava in quali posti a Roma comprare la vera mozzarella di bufala campana…»

.…che è quasi come la ricerca del Santo Graal…
«…esatto. Durante le prove il figlio di Pino, Alessandro, gli chiese più volte se confermare la data di Capodanno. E Pino continuava a rispondere: “Ma te l’hanno mandata quella fotografia?”. Capì la nostra curiosità e ci disse: “Ho chiesto una foto di quello che si vede dal palco. Già è Capodanno e se devo suonare davanti a una caserma o a un palazzo brutto, me ne rest’ a casa…”. Un gigante».

C’è una persona a cui vorrebbe chiedere scusa? E qualcuno da cui invece le scuse se le aspetta?
«Forse è anche la stessa persona. Ci saremmo dovuti scusare un po’ di più l’uno con l’altr*».

L’asterisco lo lasciamo?
«Lasciamolo».

Sul Venerdì del 25 ottobre 2024

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